Parigi, primi del Novecento. Dopo un matrimonio soffocante e un coraggioso divorzio, Renée Néré si ritrova sola, libera e povera. Per sopravvivere, calca le scene dei music-hall, trasformando il palcoscenico nel suo regno e il corpo nello strumento di una nuova, faticosa autonomia. Barcamenandosi tra colleghi ambigui e spasimanti invadenti, Renée si racconta in queste pagine tinte di cipria e inchiostro con una voce orgogliosa, lucida come una lama. Assieme a lei la cagnolina Fossette, unica, inseparabile compagna.
Quando Maxime, un ricco ammiratore, le offre sicurezza e amore, Renée si trova di fronte alla prova più difficile: barattare la libertà tanto duramente conquistata per le comodità di una gabbia dorata?
Pubblicato a puntate nel 1910 e ispirato alla vita dell’autrice, La vagabonda è uno dei capolavori della maturità di Colette. Un romanzo intelligente, di formazione e resistenza, che continua a parlare al cuore di chi non ha paura di scegliere la propria vita.
Chi è veramente “la vagabonda”? Possiamo rispondere in vari modi alla questione, che si pone già a partire dal titolo del romanzo, dove una parola usata di solito come aggettivo viene trasformata in un destino.
Una volta aperto il libro, fin dalle righe iniziali, scritte in prima persona, scopriremo che la vagabonda è anzitutto la narratrice di se stessa. È colei che fa esistere la storia perché è lei a gestire il discorso, e perdipiù a collocarsi dentro la vicenda. Ma la vagabonda è anche una sorella d’anima di Claudine, la mitica protagonista del ciclo in quattro volumi originariamente firmato soltanto dal marito di Colette, Willy, da cui la scrittrice divorzia definitivamente proprio nel 1910, l’anno di pubblicazione della Vagabonda. Anche nei romanzi di Claudine la protagonista, che sarebbe diventata la ragazzina più leggendaria di Francia, usava la prima persona; in più, all’inizio del libro che apre la tetralogia (Claudine a scuola, uscito nel 1900), nella descrizione dei boschi dove ha trascorso l’infanzia, Claudine adoperava proprio l’immagine dell’erranza: «J’ai vécu dans ces bois dix années de vagabondages éperdus, de conquêtes et de découvertes». Questa nuova creatura d’invenzione che viene al mondo nel 1910 è dunque un essere felice e ibrido, fatto di tante donne possibili e tutte da scoprire. Per lei Julia Kristeva ha usato una formidabile espressione, quando ha definito la vagabonda una «sorella solare delle isteriche». È proprio così, in effetti, e tra l’altro con una coincidenza di date significativa: L’interpretazione dei sogni (uscito nel 1899 con data 1900) ha la stessa età del personaggio di Claudine. Nel medesimo momento in cui la psicanalisi scopriva se stessa attraverso le isteriche e consegnava al mondo il mito di una femminilità scomposta, ma nel senso di “notturna”, fragile, nervosa, patologizzata, insicura, chiusa (o internata) e, in estrema sintesi, inferiore agli uomini, ecco invece arrivare in scena anche la mima, l’attrice spiantata e spesso disperatamente sola, ma indipendente e solare, per l’appunto: una donna che poteva essere e dire qualcosa di completamente diverso, dando vita a un immaginario, un vocabolario e un modo di considerarsi – persino di spogliarsi – altrettanto nuovi.
Tutto questo in un certo senso è mostrato già nella prima pagina della Vagabonda, che comincia con la voce di un’artista che prende a raccontarsi prima di andare in scena, incon- trando il proprio riflesso nello specchio («questa consigliera tutta truccata che mi guarda dall’altro lato dello specchio […] Mi guarda a lungo, e so che parlerà… Mi dirà: “Sei proprio tu, qui davanti?”»). È un inizio dentro un inizio: portentoso, per la modernità e originalità dei significati. Il cinema del Novecento, per esempio, sfrutterà molte volte la situazione metanarrativa del personaggio in camerino o in stanza che parla rivolgendosi alla propria immagine – valga, a titolo di esempio, la scena indimenticabile di Maddalena (Anna Magnani) che si trucca e si parla allo specchio in Bellissima di Visconti (1951).
La protagonista della Vagabonda ha un nome eloquente, perché si chiama Renée Néré, un nome e un cognome che sono quasi anagramma l’uno dell’altro, fatti di suoni che sembrano danzare rispecchiandosi reciprocamente. Ma, soprattutto, Renée in francese si pronuncia come «rinata». La protagonista è una maschera che si guarda, però è anche una persona nuova, che cerca un volto diverso, altro rispetto all’unica e identica immagine femminile (sempre dai capelli biondi) che il marito pittore dipinge da vent’anni, rivelandoci, nella monotonia di questa ripetizione, una totale incapacità di vedere realmente le donne. La vagabonda, insieme all’artista in costume di scena, è la donna che rinasce attraverso la scrittura e il racconto di sé, perché è così, guardandosi, che potrà vedere e riconoscere i suoi più autentici bisogni. Il romanzo è dunque la storia di una vita nuova, che parte dal momento in cui Renée ha deciso di lasciare il marito che la tradiva continuamente (p. 55-56). Ascoltando il suo racconto, seguiamo e viviamo una parabola di rinascita scandita in tre parti. All’età di trentatré anni compiuti («non sono più una giovane donna»), dopo un brutto divorzio, Renée Néré è una letterata finita male, che per «continuare a vivere», cioè per mantenersi, ha imparato a esibirsi come mima e ballerina nei caffè-concerto di Parigi. Abita in un palazzo pieno di «signore sole», in compagnia di Fossette, una vanitosa bulldog francese nera vendutale da un collega ballerino. Ha smesso di scrivere, per assenza di denaro e di soddisfazione. Questa prima parte è dedicata alla ricostruzione di un sé fortemente segnato dal trauma del divorzio. Qualcosa però comincia a cambiare dopo l’incontro con Maxime Dufferein-Chautel, un ammiratore bello, ricco, della sua stessa età – anche se lei si sente più adulta e matura –, che vorrebbe sposarla (mentre intanto regala a Fossette collari di pelle rossa con borchie dorate). Piano piano questa liaison incrina il partito preso di una vita futura solitaria e indipendente. Le illusioni dell’amore e di abitudini affettive sempre più simili a schemi di coppia cominciano a delinearsi – siamo ancora nella seconda parte – come uno spazio di proiezioni vitali da riscoprire con curiosità e spirito di sperimentazione, soprattutto da quando Renée intravede, dietro i modi eleganti da gentiluomo del suo corteggiatore, un’anima di campagna, un amante dei boschi che la rimette in contatto con la propria infanzia. Nonostante ciò, proprio quando stava decidendo di lasciarsi andare e innamorarsi, ecco che la vagabonda, senza chiedere il consenso a nessuno, accetta di partire per una tournée di quaranta giorni a centocinquanta franchi, promettendo a Maxime che al ritorno potranno stare insieme per sempre. Malgrado la vita faticosa (e vitalmente “zingara”) raccontata nella terza parte, quando impiega il tempo a lavorare senza orari, scrivendo lettere piene di nostalgia, dormendo male e mangiando peggio, trasferendosi da un teatro e da un café-chantant all’altro, Renée, al rientro dal viaggio, è attratta dalla proposta di una nuova tournée in America Latina. Costretta a decidere tra la storia d’amore e il suo lavoro, capisce di non voler rinunciare di nuovo alla sua vita «vagabonda» e all’indipendenza per consegnarsi a un uomo. Così interrompe la relazione con Maxime. A questo punto della storia, dunque, la vagabonda è diventata anche colei che simbolicamente e letteralmente si pone fuori: da una casa unica (piena di mobili «stregati» cioè abitati da un passato doloroso), dalla prospettiva del matrimonio, dalla possibilità di una nuova unione con un marito che, pur essendo diverso, diventerebbe in ogni caso un padrone, e persino dall’Europa. Renée continua a rinascere – lo ha fatto in ciascuna delle tre parti del romanzo – mettendosi oltre il perimetro simbolico delle aspettative altrui. Continua ostinatamente a voler andare in scena come soggetto imprevisto: per non farsi prendere e per seguitare a vivere di testa propria, come una ragazzina che corre tra i boschi, senza divieti né permessi.