Il 24 agosto 1943, in un sanatorio inglese muore una donna di trentaquattro anni, una moderna Antigone il cui pensiero è irriducibile ad un’esistenza compiutasi tanto brevemente. L’interesse di Simone Adolphine Weil per la letteratura greca risale alla sua giovinezza, ma è solo dopo la sua prima esperienza mistica nel novembre del 1938 che inizia a guardare l’antichità alla luce del cristianesimo. Fuggita a Marsiglia con i suoi genitori a causa dell’occupazione tedesca di Parigi, per rispondere a una delle domande più pertinenti del suo tempo, vale a dire le ragioni della guerra, Weil si rivolge ai classici, questa volta agli scritti omerici. Come nell’Iliade, il destino francese si compie, emule di quello troiano. Nonostante la paura della Weil per la sofferenza che attende i suoi connazionali, ella intravede le possibilità di risveglio e conversione che le dinamiche belliche offrono. Verità riguardanti la natura della forza, il destino, la percezione della propria e altrui esistenza.
Sebbene L’Iliade ou le poème de la force non riguardi il poema epico stesso, è interessante se posto in contrasto con i principi espressi dall’autrice sul ruolo e sulla responsabilità degli intellettuali durante il conflitto ostile. Il pacifismo sembra essere la risposta al problema e Simone Weil lo abbraccia con tutto il cuore per molti anni prima di rimproverarsene amaramente. Ne La Source Grecque della Weil, i Greci sono a conoscenza degli orrori e della colpa belligerante: “L’histoire grecque a commencé par un crime atroce, la destruction de Troie. Loin de se glorifier de ce crime comme font d’ordinaire les nations, ils ont été hantés par ce souvenir comme par un remords. Ils y ont puisé le sentiment de la misère humaine.” Nessun popolo a suo dire esprime una simile amarezza della miseria umana, poiché rispettare il proprio nemico, essere rattristati dal destino umano e dalla sua sottomissione alla forza che oggettiva sia la vittima che l’oppressore, è il segno di compassione e di nobiltà.
Che si descriva la natura della rabbia di Achille, la colpa di Agamennone, la responsabilità di Elena nel ciclo troiano, la forza, scrive Weil, trasforma l’umano in oggetto in tre modi: attraverso la morte, l’imminenza di questa e la schiavitù. Se ne assapora tutta l’amertume, l’amarezza priva della consolazione dell’immortalità, della gloria o del patriottismo. Questo stato, si potrebbe pensare sia una dichiarazione indiretta della distanza tra l’Iliade e le fondamenta del cristianesimo presentato dall’autrice, laddove ai lettori viene data da bere l’amara coppa dell’animosità in tutto il suo orrore, partecipando all’esperienza catartica della Croce. Così la forza appare nell’Iliade, allo stesso tempo, come la realtà suprema e massima illusione esistenziale. Omero, deifica la sovrabbondanza di vita che esplode nel disprezzo della morte, nell’estasi del sacrificio e denuncia la fatalità che la trasforma in inerzia: quella spinta cieca che la conduce alla fine del suo sviluppo, sino all’annullamento di se stessa e dei valori che ha generato.
Se la reazione di una persona è quella di allontanarsi dall’insopportabile sofferenza, proiettando il proprio sguardo verso elementi glorificanti, in tal modo non può esservi contemplazione della miseria umana nella sua verità se non alla luce della grazia. Non è da ciò che dice un autore su Dio che si conosce dove quel che trascende si scorge, sostiene Weil, piuttosto è il modo in cui parla del mondo naturale, fisico, che rivela la sua posizione reale, così come la fede di un giudice non appare nel suo atteggiamento verso la Chiesa, ma in quello rivolto alla corte. Allo stesso modo, la maniera con il quale Omero parla della sofferenza umana lucidamente, senza perdere la serenità, rivela come le realtà carnali siano il criterio di quelle spirituali.
Questo approccio getta una luce interessante sul metodo dell’autrice. Simone Weil a rivela il suo punto di vista sul soprannaturale indirettamente, attraverso l’interpretazione dei classici greci, preferendo parlare del mondo naturale o dell’arte, entrambi rivelatori di un nuovo aspetto se visti attraverso il discernimento della fede, piuttosto che proclamare e difendere apertamente il cristianesimo stesso. È così che l’Iliade diviene ode unica, per questa amarezza che procede dalla tenerezza e che senza mai abbassarsi alla lamentela, diffonde il suo lume sull’intera umanità. La giustizia e l’amore che difficilmente possono avere un posto in questo quadro di estremi e violenza ingiusta lo lambiscono senza mai essere sensibili se non per accento. Il non cercare la fuga nel mondo onirico della realizzazione dei desideri o sfogando la propria sofferenza su un capro espiatorio, significa riconoscere il fatto che, in un modo o nell’altro, tutti gli esseri umani sono soggetti alla force, prerequisito necessario all’agápē, amore disinteressato, coraggio. Questo, il significato implicito del poema epico e fonte unica della sua bellezza.
Citare l’epopea nel parlare della natura e del significato della sofferenza, mostra nuovamente l’importanza che l‘Iliade ha per Weil. Le sue parole offrono un’ammirevole lezione ai suoi contemporanei che solo se disposti ad ascoltare e comprendere meglio l’opera omerica; essi riconosceranno nei tempi epici “le plus pur des miroirs“, facilitando così una valutazione obiettiva. Weil desidera che si adotti lo stesso atteggiamento compassionevole e oggettivo di Omero verso i Greci e i Troiani, nei confronti della propria situazione. La guerra può paradossalmente insegnare la vera caritas: per essere giusti, bisogna conoscere l’imperare della forza senza esserne sedotti. Come nel Vangelo lo spirito di giustizia e compassione che permea l’epopea nella sua rappresentazione della sofferenza umana è per l’autrice, cristiano.
Si potrebbe pensare che sarebbe più facile comprendere qualcosa di distante nel tempo da qualcosa di analogo che è più vicino al presente, eppure, in certi momenti si è troppo prossimi a una situazione per percepirla sine ira et studio, senza animosità e simpatia.
È κλέος (kléos), la gloria che gli eroi epici si sforzano di raggiungere. Tuttavia Simone Weil non afferma che i guerrieri stessi nella loro miseria di eroi siano santi nello spirito, ma che Omero li abbia rappresentati da quella che sarebbe divenuta una prospettiva cristiana. Questa tensione tra la forza, la miseria dell’essere e il lamento della loro sorte, e d’altra parte la gloria delle loro gesta leggendarie, sarebbe quindi al centro del poema epico, contribuendo a un drammatico cambiamento di valori in una società come quella ellenica.
Si potrebbe dire lo stesso dello scritto dell’autrice? Simone Weil cerca di educare i suoi tempi, di rappresentare la guerra e il potere a beneficio di un mondo tormentato da entrambi e quindi aiutare a ripristinare la scala di virtù solidali. La compassione spiega la prospettiva soprannaturale di Omero da cui è percepibile le verità sul conflitto, forza e destino umano. È la prospettiva che rende queste autenticità soprannaturali anche se non si relazionano direttamente con la trascendenza di tal regno, poiché non potrebbero essere adeguatamente comprese da nessun altro punto di vista. Weil ha sostenuto il pacifismo affermando che la natura umana è sufficiente per far fronte all’ostilità, belligerante, mentre pochi anni dopo sarebbe stata la natura umana a cercare di evitare la questione religiosa, suggerendo che solo un’accettazione di Dio avrebbe potuto impedire alle ideologie di esercitare il proprio regno del terrore.
Cercare di ispirare un paese è difficile, poiché intento prossimo alla pratica di propaganda dei tempi che furono e sono, in cui l’arte della persuasione, costituisce l’equivalente moderno del luogo del pensiero. Al contrario, l’ispirazione, si potrebbe aggiungere, apre l’anima al trascendente e ai valori reali, come la verità, la bontà e la rettitudine, vero compito dell’intellettuale e dell’apologista. Eppur non è possibile ricreare componimenti pari all’Iliade: la grazia del rapsodo, di scrivere e narrare con tale estro è all’umanità negata, perché per troppi secoli dimenticatasi d’essere giusta. Non più coscienti nel descrivere la forza, perché finemente, e senza voler riconoscerla, ci si pone al suo servizio.