La storia del dualismo nella filosofia analitica della seconda metà del Novecento inizia con Naming & Necessity. Dopo aver sviluppato una teoria che distingue tra necessità e apriorità, Kripke sostiene che le identità teoretiche, ad es., della chimica (acqua = h2o) sono un esempio di necessità a posteriori (la nostra conoscenza di esse dipende dall'investigazione empirica, ma, poiché entrambi i lati dell’identità sono occupati da designatori rigidi (cfr. anche Putnam), essa risulta vera in tutti i mondi possibili). L’“illusione di contingenza” che sembra connotare questo enunciato, sostiene Kripke, deriva dal fatto che, quando tentiamo di immaginare questo scenario, spesso ne descriviamo un altro – quello in cui una sostanza che possiede tutte le proprietà superficiali dell’acqua (scorre nei fiumi, è un liquido trasparente, etc.) non è h2o, bensì una sostanza xyz. A questo punto, il filosofo si domanda se è in gioco un bias simile quando consideriamo la possibilità di una teoria dell’identità mente-corpo (Smart 1956):
(MC) Per ogni stato fenomenico F, F è identico a una proprietà neurofisiologica N.
Il punto è semplice: ciò che accade quando immaginiamo di essere in un certo stato fenomenico (ad esempio, avere la sensazione di un rosso vivido nel campo visivo) senza istanziare la corrispondente proprietà neurofisiologica non è equivalente a ciò che accade nel caso delle identità teoretiche a posteriori. Questo è dovuto al fatto che i nostri concetti fenomenici si riferiscono alle corrispondenti proprietà (fenomeniche, siano esse in definitiva fisiche o meno) in modo essenziale: non esiste un mondo possibile dove mi sembra di essere nello stato fenomenico F ma non lo sono. Questo è motivato dall’insight cartesiano per cui ciascuno di noi possiede un accesso epistemico privilegiato alla propria mente. (Uno potrebbe dire: posso immaginare che il calore non sia identico al movimento delle molecole. Kripke risponderebbe che in tal caso ciò che uno immagina è che la sensazione del calore non sia identica alle molecole, e questo scenario è metafisicamente possibile.) Da ciò:
(P1) Posso concepire dissociazioni continue tra stati neurofisiologici e fenomenici.
(P2) Se p è concepibile, allora è possibile.
(P3) L’identità è necessaria.
Dalla congiunzione delle premesse segue che gli stati fenomenici, dopotutto, non sono identici a stati neurofisiologici. Una prima, incoraggiante replica da parte dei fisicalisti (che dopotutto Chalmers stesso accetta sul piano nomologico) è che la base “biologica” presupposta da Smart e affini è inutilmente forte: soltanto uno sciovinismo di principio può spingerci a rigettare la possibilità che gli stati mentali siano equivalenti a stati funzionali realizzabili da qualsiasi sistema fisico. Uno stato funzionale è identificato in base al ruolo causale che occupa e due sistemi sono funzionalmente identici se e solo esiste un mapping completo tra gli stati dei due sistemi e se questi stati posseggono le stesse relazioni logiche rispetto agli altri stati del sistema. Facendo un esempio, per un funzionalista un sistema è nello stato fenomenico
se è soggetto a un input luminoso rosso e la conseguenza di ciò sono specifiche testimonianze verbali (“L’oggetto davanti a me è rosso”) o di altra natura, in ogni caso (almeno teoricamente) identificabili dal punto di vista obiettivo della terza persona.
The Conscious Mind è innanzitutto una critica al funzionalismo metafisico, che, in una misura o nell’altra, è la posizione ortodossa nella filosofia della mente contemporanea. Chalmers sviluppa diversi esperimenti mentali per sostenere una forma di “dualismo funzionalista,” in cui i pregi della teoria sviluppata da Putnam e altri sono relegati sul piano nomologico: il principio di “invarianza organizzativa” ci dice che gli stati mentali sopravvengono naturalmente su quelli funzionali, mentre gli esperimentali mentali degli zombie e dello spettro invertito ci suggeriscono, secondo Chalmers, che il reame fenomenico non sopravviene metafisicamente su quello fisico. La distinzione è importante, almeno per buona parte di chi partecipi al dibattito sulla coscienza: le proprietà-A sopravvengono metafisicamente su quelle-B se e solo se, in ogni mondo metafisicamente possibile, non c’è variazione nelle proprietà-A senza variazione nelle proprietà-B. (Tralasciando la distinzione tra sopravvenienza locale e globale; cfr. Kim). Poiché i fisicalisti credono che la natura del mondo sia esclusivamente fisica (ma chi decide fino a dove si applica l’aggettivo?), la tesi della sopravvenienza metafisica è ciò che devono difendere, dal momento che la sua falsità implicherebbe che, dopotutto, il mentale e il fisico sono due cose concettualmente distinte. (Personalmente, non sono sicuro che la nozione di sopravvenienza sia quella corretta per impostare il dibattito, come hanno notati molti autori: la sopravvenienza è riflessiva e “superficiale,” in quanto si limita a evidenziare una correlazione sistematica tra due tipi di proprietà, senza fornire spiegazioni metaphysically thick del perché sono correlate così. Cfr. Schaffer.)
Per spiegare il modo specifico in cui Chalmers difende le sue posizioni, occorre introdurre il framework teorico in cui le sviluppa, cioè la semantica bidimensionale: a ogni termine sono associate due intensioni, cioè funzioni che mandano una coppia in un’estensione. L’intensione primaria vuole catturare il fenomeno dell’illusione di contingenza abilmente descritto da Kripke e rappresenta il “significato” del termine valutato a priori dalla prospettiva del mondo attuale: l’intensione primaria del termine “acqua,” perciò, corrisponde all’incirca a “la sostanza liquida e trasparente che scorre nei fiumi e riempie i mari.” L’intensione secondaria, invece, si ottiene rigidificando la descrizione che associamo aprioristicamente con un termine, cioè (all’incirca) la sua intensione primaria. La rigidificazione può essere intesa come l’applicazione di un dimostrativo rigido à la Kaplan: Chalmers nota correttamente che le necessità kripkiane sono fondate su questo implicito elemento indessicale. Notiamo la differenza: sotto l’intensione primaria di “acqua,” è vero a priori che l’acqua sarebbe potuta non essere h2o (in qualche mondo possibile, infatti, la sostanza liquida e trasparente è xyz).
La strategia di Chalmers è dunque quella di classificare tutte le necessità a posteriori (ci sarebbe da fare un discorso analogo per le contingenze a priori ma vabbè) come enunciati che raffigurano una “possibilità primaria” ma non secondaria (cioè: enunciati raffiguranti possibilità metafisiche sotto la lettura primaria delle intensioni dei termini, ma non sotto quella secondaria). Si tratta fondamentalmente di un metodo attraverso cui difendere l’approccio “razionalista” in epistemologia della modalità: una volta tracciate le distinzioni appropriate tra le diverse intensioni di un termine (e dunque di un enunciato), le necessità epistemiche coincidono con quelle metafisiche e l’apriorità è di nuovo una guida alla possibilità. In particolare, se riusciamo a determinare che qualche enunciato è secondariamente concepibile, allora sarà metafisicamente possibile.
Si diceva degli argomenti chalmersiani. Uno zombie è un sistema molecola per molecola, funzionalmente identico a me: quando osserva un fiore, dice “Che bello!”, si avanza per raccoglierlo e sorride mentre i suoi bulbi oculari ruotano verso di esso; tuttavia, uno zombie non possiede alcuna coscienza fenomenica, nel senso per cui “essere zombie,” da un punto di vista interiore, non significa nulla. Lo zombie interagirà col mondo esterno in un modo per tutto simile al mio senza però avere alcun contenuto esperienziale. Uno scenario simile è logicamente coerente? Secondo Chalmers, se uno risponde di sì è costretto a concludere che nel mondo c’è qualcosa in più di mere proprietà descrivibili dalla fisica (per quanto avanzata possa essere). Il punto di questo esperimento mentale è che i concetti fenomenici hanno una natura particolare: la loro intensione primaria sembra coincidere con quella secondaria (riprendendo l’argomento di Kripke, se qualcosa sembra dolore, allora è dolore: ci riferiamo al referente essenzialmente). Se questo è vero, allora possiamo determinare a priori che una proprietà fenomenica qualsiasi (ad es., vedere un computer nero) non è metafisicamente equivalente a qualsiasi set di attributi fisici o funzionali possiamo concepire: questo segue dalla concepibilità di uno zombie. L’argomento dello spettro invertito funziona in modo simile: è concepibile che un sistema molecola per molecola, funzionalmente identico a me abbia qualia rosso vivido dove io ho l’esperienza del blu, e via dicendo per tutti i colori: esiste un mapping completo tra i miei stati mentali e i suoi che preserva i rapporti causali di ciascuno di essi rispetto al proprio sistema e agli input e tuttavia non siamo fenomenicamente identici! A priori, il mentale non sopravviene metafisicamente sul fisico.
Per quanto mi riguarda, in definitiva non mi sembrano argomenti molto convincenti. In primo luogo, ci sono buone ragioni per credere che la nostra giustificazione epistemica per affermare di non essere zombie sia semplicemente una petitio principii contro l’eliminativista (se non ricordo male, Chalmers introduce la nozione di giudizio fenomenico come parzialmente costituito dall’esperienza fenomenica stessa, quando Dennett probabilmente rigetterebbe lo stesso punto). In secondo luogo, se ammettiamo che le dissociazioni tra funzionale e fenomenico siano logicamente coerenti, accettiamo che uno possa, in linea di principio, possedere concetti fenomenici senza avere le corrispondenti capacità riconoscitive: è logicamente possibile che uno zombie “part-time” sia diventato cosciente soltanto un istante fa e ciò che ora riconosce tranquillamente come “rosso” in realtà, per tutta la sua esistenza, era ciò che esperiva come verde. (Oltre agli altri scenari in cui la dissociazione funzionale-fenomenico non involve strutture fenomenologiche “insensibili” all’inversione come il campo cromatico e il fenomenico sembra molto più dipendente dal fisico: si consideri un neonato col campo del piacere fisiologico invertito; nonostante le urla, i pianti e il sangue colante, prenderlo a martellate gli sta provocando un benessere così grande che non riesce nemmeno a esprimerlo, perché ops, questo implicherebbe avere differenze funzionali e perciò, tutto sommato, il fenomenico dipenderebbe dal fisico). (La domanda del perché le nostre strutture fenomenologiche siano così piuttosto che in un altro modo rimane profonda e forse richiede una spiegazione bruta, come per quanto riguarda i fatti indessicali. Qui occorrerebbe una terapia wittgensteiniana.)
Inoltre mi sembra che il principio di invarianza organizzativa non sia giustificato a sufficienza. Uno può accettare ciò che implica la semantica bidimensionale rilevando in ogni caso che le questioni di modalità nomologica non sono stabilite attraverso esperimenti mentali, bensì investigazioni empiriche; e, poiché in linea di principio gli zombie o gli invertiti sono funzionalmente identici a noi, siamo costretti ad accettare che siano nomologicamente possibili. Questo è soltanto un altro modo di esprimere il fatto che l’epifenomenalismo implica troppi scenari scettici per un agente epistemico. D’altro canto, supporre che l’universo non sia causalmente chiuso sotto principi fisici è un’assunzione filosofica semplicemente bizzarra. Concludo che l’unica alternativa plausibile al fisicalismo non-riduttivo sia qualche forma di panpsichismo, anche se prima facie non mi sembra proprio un’ipotesi interessante. “Ma quindi la possibilità logica implica possibilità nomologica?” No, però solitamente nel processo cognitivo uno procede assumendo la possibilità nomologica fino a prova contraria. La teoria della relatività Einstein, ad esempio, ha bloccato una di queste presunte implicazioni (sul limite della velocità della luce), ma si è trattata di un’impresa (parzialmente) a posteriori.
Per ciò che ho letto, ci sono un sacco di ottimi argomenti contro la concepibilità o l’impiego degli zombie nella filosofia della mente (particolarmente Balog e Tye), anche se probabilmente sarebbe interessante sapere se esiste della letteratura epistemologica a riguardo, perché teorie abbastanza rilevanti su come otteniamo conoscenza modale – come quella di Roca-Royes, fondata sulla nozione di “similarità” tra controparti epistemiche (ovviamente, è molto empirically-based) – non sembrano essere capaci di analizzare gli scenari proposti per gli argomenti dualisti. Una cosa è certa, nemmeno Chalmers è così convinto delle repliche che offre contro chi obietta che accettare soltanto il principio di invarianza organizzativa è una mossa ipocrita e inconsistente, in quanto le definisce “altamente plausibili,” o qualcosa di simile. Se uno accetta la possibilità logica di questi scenari, è difficile bloccare tutti gli scenari bizzarri che lo stesso dualista pone sul piano meramente logico della modalità. In alternativa, un dualista deve spiegare a certi fisicalisti particolarmente impuntati sulle leggi di natura (come Shoemaker) perché la modalità metafisica non collassi su quella nomologica in una teoria più generale che spieghi come otteniamo credenze modali stabili.
Un’ulteriore esperimento mentale a favore del dualismo, altamente citato negli anni e logicamente indipendente da quelli sviluppati da Chalmers, è il cosiddetto “argomento della conoscenza” di Jackson (che successivamente lo rigetterà da fisicalista pentito, comunque). Una neuro-oftalmologa (esiste? una neurologa che è anche oftalmologa) nasce, cresce e studia come l’essere umano percepisce i colori per i primi trent’anni della sua esistenza completamente chiusa in una stanza i cui muri sono bianchi e il soffitto è nero, mentre l’arredamento e i soprammobili sono o bianchi o neri e così via. Supponiamo che Mary, questa neuro-oftalmologa, un giorno esca dalla sua stanza e veda una mela rossa. È legittimo credere che abbia scoperta qualcosa di nuovo con questa esperienza. Ma allora Mary, nonostante sapesse (per ipotesi) ogni fatto fisico sulla natura dei colori e sulla percezione umana, ha imparato qualche fatto ulteriore attraverso l’esperienza – qualche fatto fenomenico, non-fisico.
Una strategia classica contro questo argomento è stata quella inizialmente adottata da Lewis, che consiste nel sostenere che Mary ottiene soltanto una forma di knowledge-how e non knowledge-to. In realtà la proprietà sembra descrivibile abbastanza bene, qualcosa nelle linee di “la proprietà x tale che vedere rosso è x per Mary.” In un certo senso, è molto intuitivo dire che la conoscenza di Mary sia relativa al come piuttosto che al che cosa; tuttavia, l’analogia con (ad es.) il saper-andare in bicicletta si spezza poiché quest’ultima abilità non denota uno stato mentale completo, intero; il sapere-com’è il blu ha indubbiamente una natura qualitativa ben definita, perciò sembra corretto inferire la presenza di corrispondenti proprietà sui generis. L’unica alternativa plausibile per il fisicalista è sostenere che la necessità metafisica che connette la mente e il corpo sia a posteriori – purtroppo, però, abbiamo già visto che le identità kripkiane non possono fungere da esempio, perciò occorre postulare una teoria più espansiva, in grado di spiegare entrambi i fenomeni. Questo è il cosiddetto fisicalismo a posteriori.
Chalmers è dubbioso sulla plausibilità di questa tesi, in quanto ritiene che la sua semantica bidimensionale provveda gli strumenti necessari e semplici per connettere modalità epistemica e metafisica, e che ciò sia sufficiente per rendere falsa l’ipotesi materialista. I fisicalisti a posteriori possono difendersi percorrendo diverse vie, credo: (a) sostenere che le leggi di natura siano metafisicamente necessarie (cfr. Armstrong, Bird); (b) riformulare un’epistemologia della modalità empirista che limiti grandemente ciò che è concepibile (o impieghi la nozione di “mondo impossibile”); (c) mantenere la dissociazione concettuale tra funzione ed esperienza renda impossibile l’accesso privilegiato ai propri stati fenomenici (Pauen).
Senza prendere una posizione riguardo alla complessa questione sulla legittimità dell’epistemologia di Chalmers (la metafisica è davvero una ricerca attorno al nostro spazio concettuale? in tal caso com’è possibile svelare fatti sostanziali sulla struttura della realtà facendo metafisica?), i suoi esperimenti mentali sono estremamente affascinanti per le ragioni evidenziate da Flanagan e Polger – mettono in crisi qualsiasi esplicazione evoluzionistica si sia fornita della coscienza, in particolar modo per certe strutture fenomenologiche (il campo cromatico!). Esiste tutta una serie di argomenti anti-funzionalisti basati sulle più concettualmente oscure inversioni di campo (sonoro rispetto a visivo, etc.) cui un fisicalista deve replicare se vuole difendere la tesi che l’esperienza è soltanto funzione.
Questa era la sezione più prettamente filosofica del libro – ne segue una volta a identificare quelli che dovrebbero esseri gli assiomi di qualsiasi teoria della coscienza appropriata e una che connette le problematiche dell’interpretazione della meccanica quantistica al problema della coscienza (in particolar modo, Chalmers sostiene che l’interpretazione “a molte menti” di Everett, oltre a essere una soluzione elegante, plausibile e suscettibile di falsificazione, riceve supporto indipendente dall’assunzione filosofica del dualismo).