Davide Castiglione, scrive Federico Italiano, è un poeta kafkiano, architettonicamente kafkiano. Le poesie di Castiglione ci parlano di noi e del nostro stare in questo tempo, e hanno la capacità di mostrarci, come fosse un costato aperto, i livelli di una vita. Lo fanno a partire dalla descrizione di un rapporto viscerale con la dimensione architettonica dell’antropico, con la spazialità dell’esistenza, con la topologia lacerante del dentro/fuori.
Ciò che anima questo libro, rendendolo a tratti splendidamente furioso e corrosivo, è il desiderio di decostruire il grigio utopismo dei progetti e di dissolvere la bolla moralista in cui si mappano le appartenenze e si affastellano teorie sull’appartarsi.
Doveri di una costruzione (industria & letteratura, 2022) è un titolo pesante. Non mi si fraintenda: con questo non voglio dire, banalmente, che sia un titolo che preannuncia un’opera noiosa. No: l’ultima opera poetica di Davide Castiglione proietta il lettore in una dimensione estremamente densa. Si attraversa questo mondo sentendosi come delle statue di Giacometti: continuamente pressati da forze esterne, che ci comprimono e ci costringono a diventare sempre più esili, sempre più fragili.