C'è tutto il mondo a Salinas, Salinas è tutto il mondo.
Doveva pensarla proprio così John Steinbeck che ambienta gran parte della sua produzione letteraria proprio nella valle californiana in cui è nato e vissuto.
Questi racconti, dopo le parziali delusioni di La Santa Rossa, I pascoli del cielo e Al Dio sconosciuto, mi restituiscono finalmente il vero Steinbeck, quello conosciuto e immediatamente amato con Furore.
I dodici racconti e il dramma Che splendida ardi riassumono in sé tutte le tematiche alle quali Steinbeck dedicò la propria attenzione: la terra, i braccianti, il lavoro, la lotta sindacale, l'incomunicabilità e la solidarietà umana.
Alcuni, come I crisantemi e La quaglia bianca contengono appena un accenno di vita, sono uno squarcio improvviso in una realtà immobile, fissata da secoli di abitudini e consuetudini, ma pieni di colori, rigogliosi come i fiori e la vegetazione della fattorie, in cui per la prima volta la donna non è più solo procreatrice e dispensatrice di cibo nella comunità contadina, ma anche essere indipendente, capace di nutrire dei suoi propri sentimenti indipendenti e finalizzarli esclusivamente al proprio benessere; Elisa Allen e Mary Teller infatti sono due donne che non hanno più il problema di sfamare la propria famiglia, che non devono combattere per la quotidianità- così come la madre di Tom Joad - vivono un'agiatezza ed una sicurezza che consente a entrambe di dedicarsi alla cura dei propri giardini, l'una coltivando crisantemi, l'altra creando un vero e proprio giardino segreto e che finiscono per diventare una proiezione del proprio essere e riflettere nell'uno e nell'altro caso delusioni, speranze e assenze.
Alcuni altri, come La fuga, La colazione e L'assalto sembrano essere invece "prove tecniche di romanzo", o capitoli alla fine, per un motivo o per l'altro, non inclusi in storie più lunghe: il protagonista del primo, potrebbe benissimo essere un paisanos di Pian della Tortilla così, come i due braccianti del secondo, essere gli stessi due protagonisti del romanzo La battaglia o, infine, la famiglia incontrata durante La colazione essere una delle tante famiglie che la famiglia Joad incontra durante il lungo esodo di Furore dall'Oklahoma alla California.
E il biologo protagonista di La serpe - racconto la cui atmosfera piuttosto insolita per Steinbeck, con risvolti quasi pulp, mi ha ricordato i racconti di Faulkner Una rosa per Emily - non è tale e quale al Doc di Vicolo Cannery?
Insomma, sembra quasi che Steinbeck - anzi, sicuramente è così - abbia fatto mille studi preparatori, schizzi su schizzi, prove su prove, per mettere a fuoco tanti di quei personaggi che poi, con un più ampio respiro, sarebbero diventati gli indimenticabili protagonisti dei suoi romanzi.
Accennavo a Faulker prima, o meglio al Faulkner di quegli unici tre racconti da me letti finora; la stessa atmosfera sospesa, lo stesso mistero che sembra avvolgere tutto il racconto, lo stesso sovrannaturale finale che lascia sgomenti i lettori, caratterizza anche quello che secondo me è uno dei racconti più belli di questa raccolta, Johnny Orso, un storia incredibile, nel vero senso del termine: una storia che si stenta a credere reale, ma che allo stesso tempo sconvolge e fa rabbrividire; una storia con cui Steinbeck si dimostra non solo abile narratore e incommensurabile descrittore della realtà sociale che lo circonda, ma anche autore capace di spingersi ai confini del credibile con altrettanta sicurezza e capacità di ammantare le proprie storie di suspense e mistero.
Infine, una nota a parte meritano il racconto lungo Il cavallino rosso, quasi un romanzo breve per struttura lunghezza e intensità, e Che splendida ardi, terzo tentativo di dramma teatrale - il primo fu Uomini e topi - dell'autore.
Il cavallino rosso è struggente, dolorosissimo nel racchiudere in sé tutto il dramma della crescita e dell'abbandono delle sicurezze di Jody, un bambino che ancora prima di diventare un ragazzino capirà quanto sia difficile diventare uomini; lo capirà attraverso la responsabilità e la dedizione per un cavallino rosso che il padre gli affiderà e che curerà dedicandogli tutto se stesso; una figura, quella di Jody, che mi ha richiamato alla mente quella drammatica ed altrettanto intensa di un altro Jody, quello protagonista del romanzo Il cucciolo che tanti pianti mi ha fatto fare da adolescente tutte le volte che l'ho letto e del bellissimo film con Gregory Peck che ne è stato tratto; entrambi amano senza riserve il proprio cucciolo, l'uno di cavallo, l'altro di cerbiatto, ed entrambi sono costretti a crescere attraverso quell'amore che li cambierà per sempre e capire che la rinuncia fa parte di quella crescita.
Che splendida ardi, per concludere, articolato in tre atti ma non necessariamente pensato per una rappresentazione teatrale - Steinbeck scrive in una breve presentazione di aver voluto offrire al lettore una duplice possibilità di lettura dello stesso - è la storia di un grande sacrificio d'amore: un sacrificio nel quale non si muore però, come la parola potrebbe indurre a credere, ma che genera vita e che nutre l'amore stesso.
Originalissima è l'idea di ambientare i tre atti del dramma in tre situazioni ambientali completamente diverse, pur proseguendo da una all'altra con lo svolgimento della storia che conserva così un unico corpo narrativo.
Imperdibile per chi ama Steinbeck!