Stieg Larsson è (o meglio, purtroppo era) un perfetto intrattenitore.
Con "La ragazza che giocava con il fuoco" non possiamo certo dire di trovarci davanti a un'opera di alta letteratura, nè tantomento a un giallo dello stesso calibro (e della stessa suspense) del primo della saga di Millenium. La coscenza di non trovarsi di fronte a un'eccellenza c'è. Eppure, nonostante questo, nonostante le oltre 700 pagine del romanzo, nonostante la complessità dell'intreccio (che si segue comunque facilmente), il tomone trascina, conquista, ti fa entrare con facilità nel suo mondo, dal quale, come recitano le parole del Nouvel Observateur in copertina, non vorresti più uscire. Il merito sta tutto nella potenza del ritratto di lei, Lisbeth Lisander, uno dei personaggi più ambigui e curiosi (e, per questo affascinanti) che la narrativa contemporanea ci abbia offerto su un piatto d'argento. E Larsson, che l'aveva bene intuito, ci ha giocato a meraviglia. Tanto che qua la nostra hacker, per una serie di malaugurate coincidenze e non, viene accusata di un triplice omicidio ed è costretta a tirare fuori le unghie per salvarsi, aiutata da Blomkvist, sebbene fra i due non ci sia un vero e proprio avvicinamento, anzi, all'inzio lei fa il possibile per stargli lontana. Ma si sa, Lisbeth è un essere tanto contorto e tanto complesso da non potere essere afferrato subito così, di primo impatto. Per quello piace tanto, sarebbe stata la sfida perfetta per ogni psicologo, moderno e non.
Sempre in primo piano poi, c'è la tematica della violenza sulle donne e il ritratto di una società ingiusta e deviata sulla quale Larsson punta il dito senza troppi giri di parole.
Insomma, la lettura trascina e intrattiene le tue ore di lettura a meraviglia, e nella rete di Larsson ci si casca così facilmente che le pagine scorrono via, ad una velocità impressionante.