Chi si ricorda di questo volume?
Fu pubblicato nel 1979, ebbe un successo travolgente, tanto che quest’edizione ora in mio possesso, del 1985, ovviamente comprata su una bancarella a un euro o poco più, era già la ventiquattresima (e dubito che sia stata l’ultima).
Il libro all’epoca mi venne prestato e lo lessi, con evidente interesse e gusto, così come tutti i miei coetanei, e non solo, del tempo. Alberoni, che conoscevo giusto come articolista dell’Espresso o di un giornale equivalente, diventò un personaggio sulla cresta dell’onda e, come spesso capita in queste situazioni, da un lato cominciò ad apparire un po’ ovunque, TV e giornali, dall’altro a produrre una serie di libri che probabilmente cercavano di bissare il successo di questo, peraltro non riuscendoci.
Poi non ho più sentito parlare di lui. In tempi quasi recenti ho visto il suo nome citato su saggi di qualche sociologo francese piuttosto importante, e mi sono detto: ma guarda un po’, allora non era poi un personaggio così “mondano” e divulgativo come appariva ai tempi (o veniva fatto apparire), doveva avere un suo spessore intellettuale… In tempi ancora più recenti ho saputo che gli era stata tolta una rubrica che teneva da tempo immemorabile su qualche quotidiano, evidentemente lo spazietto che viene conservato a qualsiasi vecchia gloria che riesce a racimolare un minimo seguito di lettori, almeno finché ci riesce, anche se tutti gli altri non ne sanno più niente. (Certamente, la sua candidatura per Fratelli d’Italia - così Wikipedia - non depone a suo favore, ma come si dice nessuno è perfetto… Inoltre, sempre Wikipedia mi dice che era laureato in medicina. Curiosa la quantità di medici finiti a fare tutt’altro, da Enzo Iannacci a Daniele Luttazzi a Giovanni Morelli…)
Allora, il libro l’ho riletto, e tendenzialmente me lo ricordavo pure abbastanza bene: varie elucubrazioni sul concetto di innamoramento come “stato nascente”, momento rivoluzionario di decostruzione e ricostruzione dell’animo umano, argomentazioni di vario genere in cui chiunque, volente o nolente, poteva ritrovarsi, escursioni nella filosofia e nella religione; il tutto con un periodare brevissimo, facile, comprensibile, che sicuramente ha molto giovato al successo del libro tra i non addetti ai lavori (e comunque non era certo un libro destinato agli addetti ai lavori).
L’altro motivo del grande successo fu il momento storico in cui uscì: il 1979, a cavallo tra l’era delle ideologie utili a spiegare e semplificare tutto e la stagione del ritorno al privato. Il concetto di innamoramento, fino a quel momento, si poteva dire che fosse guardato con sospetto “da destra e da sinistra”; da un lato era qualcosa che distoglieva dalla lotta di classe e politica, dai grandi movimenti sociali, “privatizzando” le spinte emotive in rapporti chiusi e autosufficienti; dall’altro, era percepito come il contrario di ciò che conta veramente, l’amore vero, matrimoniale, la stabilità, la famiglia, la durevolezza e la concretezza delle relazioni istituzionali. Alberoni assolveva tutti: da una parte diceva che l’innamoramento può essere anche quello che coglie i soggetti dentro i grandi movimenti politici - innamoramento per un’idea, un leader, un gruppo; dall’altro che pure - orrore - l’innamoramento di un professore per una studentessa, di una madre di famiglia per il negoziante, di una persona per qualcuno che non fosse il o la sua partner istituzionale erano legittimi e avevano diritto di cittadinanza. Erano cose che, in quel momento storico, c’era un gran bisogno di sentirsi dire, da parte di tutti; un po’ il “divertitevi” che sarebbe stato declinato in altro modo nel decennio a venire nell’etica dell’edonismo craxiano.
Fin qui tutto bene. Quello che manca molto, in questo libro, è la dimensione biologica, fisiologica ed anche etologica del concetto di innamoramento, e meno male che l’autore era un medico. Sono concetti che probabilmente si sono sviluppati e sono divenuti comuni solo molto tempo dopo: si parla qui di “innamoramento” in senso estremamente ampio, involontario, a suo modo spiritualizzato, mancando completamente l’argomento secondo cui ci si permette di essere innamorati, ci si convince di essere innamorati solo di alcune persone e non di altre, in base a una classificazione valoriale piuttosto scomoda da ammettere ma decisamente presente e con precisi fondamenti biologici legati alla sopravvivenza della specie. Argomenti che facevano e fanno a pugni tutt’ora col concetto che “gli uomini sono tutti uguali” e tutto è sovrastruttura culturale; se gli uomini guardano le donne belle e schifano quelle brutte c’è un perché; se le donne guardano gli uomini “di successo” (o che possono esserlo, o che hanno elementi concretamente sostitutivi - ad es. i soldi) e schifano gli sfigati (e, soprattutto, uomini e donne si innamorano, convintamente e sinceramente e non per calcolo, degli/delle uni/e e non degli/delle altri/e) c’è un altro perché. Non solo; c’è anche l’elemento legato al fatto che spesso quello che chiamiamo “innamoramento” può essere semplicemente la ricerca di un fantasma infantile - elementi genitoriali vissuti o desiderati - in un’altra persona; c’è l’elemento che, ridotto ai minimi termini biochimici, quello che chiamiamo “innamoramento” potrebbe anche essere il mero e semplice rilascio di endorfine o di altri ormoni che si crea in determinate condizioni (quelle di cui sopra), cosa peraltro ottenibile anche per via artificiale (così la sensazione dell’eroina era stata descritta da un ex eroinomane: uno stato di innamoramento portato all’ennesima potenza, che avrebbe rimpianto fino al suo ultimo minuto di vita). C’è, infine, il vasto e terrificante capitolo, che Alberoni sfiora solo incidentalmente, dell’amore non corrisposto o magari rifiutato; le degenerazioni che portano a stati depressivi, violenze, femminicidi (più raramente maschicidi), bunny boiler, stalking di vario ordine e grado.
Insomma, l’innamoramento sarà pure tanto “rivoluzionario”, ma ci sono anche delle infrastrutture profonde che forse per creare un mondo migliore potrebbero essere cambiate, ma che per prima cosa dovrebbero essere riconosciute.
Ultima osservazione: questo, bontà sua, non è un libro citazionistico che si rifà sistematicamente alla cultura pop, forse all’epoca non usava tanto. Ma ho trovato curioso che, nell’unico punto in cui viene richiamato il nome di un cantante, questo non è Lucio Battisti o Riccardo Cocciante, tanto per dirne due (del resto, quale canzone più di “Margherita” descrive alla perfezione uno stato di innamoramento?) bensì Ivan della Mea, un cantautore più di stampo politico di cui credo che oggi si ricordino in pochissimi.