Sul tema dei plagi letterari sono stati pubblicati parecchi romanzi: in questo momento mi vengono in mente "Il caso Harry Quebert" e "Notizie sull'autore", ma sicuramente ce ne sono molti altri che non ho letto o su cui la memoria non mi soccorre.
Sul romanzone di Joël Dicker posso solo ribadire che è una ciofeca e compiangere gli alberi abbattuti per stampare quell'inutilmente complicato, stancante feuilleton pieno di cliché. Molto migliore il tomo dell'almeno in Italia semisconosciuto John Colapinto, che peraltro ha scritto solo tre romanzi, preferendo il giornalismo e la saggistica.
Questo romanzetto trovato in un mercatino, che scopro aver avuto parecchi sequel, sia con lo stesso protagonista (un ghost writer fallito come romanziere in proprio) sia con altri, uscito dalle meningi di un autore losangelino trapiantato a NYC prima e nel Connecticut poi, è una delle migliori opere sul tema che mi siano capitate fra le mani.
Intanto David Handler scrive in modo più che decente e fa dichiaratamente manierismo dei noir anni Quaranta. Poi è una graziosa satira della scena letteraria anni Novanta, quella già pesantemente contaminata dalla cultura pop, ma non senza richiamare, tra il nostalgico e il critico, i tempi dell'elitario mondo degli editor alla Maxwell Perkins in cui scrittori, revisori ed editori si conoscevano tutti ed erano passati quasi tutti da Yale o Harvard. Anche se la trama gialla, per chi abbia già letto romanzi sul tema del plagio, non è particolarmente difficile da scoprire, i personaggi principali sono abbastanza umani, illogici e non banali da risvegliare l'interesse farci appassionare alla lettura.
Ottimo nel suo genere.