Fiumi d’inchiostro sono stati utilizzati per scrivere canzoni, libri, poesie che parlavano di storie d’amore, di passione; per lo più per narrare una storia tormentata, tragica e spesso impossibile, non per descrivere una storia a lieto fine, dove tutto va a gonfie vele.
Questo libro di Grazia Deledda racconta una storia d’amore che si sarà sicuramente verificata milioni di volte, in mille luoghi diversi e in ogni giorno spuntato su questa terra. Certo il soggetto può essere banale e magari qualcosa che ci pare aver già letto, già sentito, ma la differenza sta nel modo, nello stile con cui la vicenda è narrata; è proprio questo che fa la differenza, perché Grazia Deledda riesce a rendere stupenda una storia ordinaria.
Marianna Sirca, pubblicato nel 1915, racconta la storia d’amore tra Marianna Sirca, ragazza d’origini modeste, e Simone Sole, giovane bandito, neanche dei più temuti.
Originaria di una modesta famiglia, Marianna ancora bambina è mandata da suo padre Berte, presso la casa di uno zio prete, molto ricco. La ragazza passa tutta la sua giovinezza in una sorta di prigione ad accudire lo zio, con la speranza un giorno di poter ereditare tutte le ricchezze di quest’ultimo. Alla morte dello zio Marianna ha trent’anni, è infelice, ed è molto provata per avere prestato assistenza ininterrottamente per due anni; per cercare di recuperare le forze decide di recarsi nella casa di suo padre in montagna. Qui, durante una cena, rivede dopo tanti anni Simone Sole, un giovane che in passato era stato servo presso la sua famiglia. L’incontro tra i due, a distanza di tanti anni, risveglia sentimenti sopiti; i due giovani s’innamorano perdutamente l’uno dell’altra.
L’amore tra i due si scontra con la società dell’epoca. Marianna e Simone disgraziatamente appartengono a due classi sociali differenti: Marianna, dopo l’eredità, è una giovane possidente e Simone è un servo si è dato al banditismo pur di liberarsi dalla sua posizione sociale.
La protagonista è una donna forte, coraggiosa e pur di non rinunciare a vivere il suo amore si ribella ai codici familiari e sociali. I due innamorati decidono di sposarsi in segreto, ma Marianna chiede a Simone di pagare prima il suo debito con la giustizia. Quando il loro progetto matrimoniale viene risaputo non tutti sono d’accordo…
Penna eccelsa quella della scrittrice sarda, unico premio nobel italiano femminile per la letteratura, sottovalutata, soggetta a discriminazioni e pregiudizi nella sua stessa nazione a conferma del famoso adagio: “Nemo profeta in patria”.
Ancora una volta la Deledda, grazie ad uno stile brillante, semplice e molto realistico, narra con grande maestria una storia d’amore tormentata ambientata in Sardegna, in particolare nella Barbagia, zona interna e montuosa lontana dal mare, in cui natura e territorio non fanno solo da sfondo alla vicenda dei personaggi ma sono parte integrante delle loro vite. La natura, infatti, riflette gli animi dei vari personaggi e dai suoi elementi naturali, cui sono parecchio legati, questi ultimi traggono forza, coraggio e consiglio.
La trama non ha nulla d’originale o di particolare ma la scrittrice sarda riesce a far immergere il lettore all’interno del romanzo grazie a descrizioni poetiche ed efficaci della natura, della terra di Sardegna d’inizio novecento, e alla maestria con cui riesce a penetrare nei cuori dei due personaggi principali.
Marianna è una donna coraggiosa; giovane ragazza, fiera, testarda, decisa e caparbia come una vera sarda; determinata a coronare il suo sogno d’amore con Simone, si ribella a tutto e a tutti, ai codici non scritti dell’epoca e ai propri familiari. All’inizio è ancora un po’ serva, ancora succube del padre e di tutti coloro che gli dicono cosa fare e cosa non fare. Man mano che la vicenda prosegue, Marianna cambia, acquista sempre più consapevolezza in se stessa, determinazione, la volontà di sentirsi libera, d’essere padrona della propria vita, una donna forte e sola allo stesso tempo, si lascia trasportare dalla passione e per un istante crede di poter vivere il proprio amore a dispetto di tutte le regole imposte dalla società, consuetudini tacite e remote che imponevano a ciascuno di stare con i propri pari, padroni con padroni, servi con servi.
Simone, giovane e fiero, al contrario di Marianna si dimostra, invece, un uomo debole, perché si vergogna d’amare per paura di perdere la sua libertà, la forza e la sua reputazione, a causa di quello che gli dice Bantine Fera, un bandito più giovane, più feroce e crudele di lui, che non esita ad uccidere pur di rubare qualcosa.
Due personaggi nitidi, che cercano un riscatto dopo una vita fatta di servitù, che lottano contro le usanze arcaiche pur di ottenere, di strappare al destino un granello di fortuna e felicità.
Marianna Sirca è un romanzo in cui l’elemento naturale è parte integrante della narrazione, che riflette gli stati d’animo e gli umori dei personaggi che animano il libro.
Le descrizioni della natura e dei paesaggi, in cui Grazia Deledda mette l’amore per la sua isola, si stagliano davanti agli occhi del lettore, come un quadro o un affresco dai colori cangianti: dai più luminosi, come il rosso e l’oro del tramonto o dell’alba, al colore più oscuro, quale la notte senza luna o la tragedia che incombe.
È stata un’emozione perdersi nelle descrizioni poetiche di una natura selvaggia, profumata, aspra e scossa incessantemente dal vento; sentirsi circondata da una foresta rigogliosa e ridente animata dal canto degli uccelli, bagnarsi improvvisamente dalla pioggia nelle pietraie, sentire il profumo delle erbe selvatiche, sentire il vento impetuoso sul viso, infreddolita nella neve natalizia a Nuoro o guardare il tramonto di diverse sfumature di rosso tra le montagne. Descrizioni, quelle deleddiane, che mi hanno riportato alla mente quelle di Thomas Hardy, autore inglese che conosce e descrive benissimo il territorio in cui ha ambientato i suoi romanzi.
La natura è compagna di vita di padroni, servi e banditi, classi sociali in cui la società è divisa, in cui la proprietà è tutto, la cosa più importante da mantenere e custodire.
In questo romanzo, infatti, oltre alle due categorie sociali sempre ben definite e distinte presenti nei libri della Deledda, è introdotta una nuova classe sociale, quella dei banditi, cacciatori e al tempo stesso selvaggina. Uomini e anche donne, che vivono in clandestinità e relegati nelle grotte, nei monti, nelle petraie, nei boschi dei monti barbaricini, che compiono azioni contro la legge, e vivono in queste condizioni anche per liberarsi dalla servitù che è costretto a vivere colui che non è possidente.
Marianna Sirca, si legge che un piacere grazie ad una prosa fluida, scorrevole, limpida, sensibile e potente, è un romanzo che racconta una Sardegna d’inizio novecento, resa viva e presente, selvaggia, aspra, forte, passionale, sanguigna, terra ricca di tradizioni e di una cultura tutta sua formatasi grazie alle influenze e alle molteplici conquiste subite nel corso dei millenni.
Pagine in cui i protagonisti sono sempre in bilico tra bene e male, tra redenzione e condanna, colme di varie tematiche quali la passione, la colpa, l’espiazione, la redenzione, che non hanno né regione né nazionalità; di riflessioni sul ruolo, sul coraggio, l’intraprendenza della donna in una società alquanto patriarcale e conservatrice.
Grazia Deledda, che meriterebbe molta più considerazione nel panorama letterario italiano, conosce bene il cuore umano; le ansie e i dubbi interiori dei suoi personaggi sono quelli d’ogni essere umano, le sue storie parlano di sofferenza umana, di sopraffazione, dell’aspirazione alla felicità, impregnate di un forte senso religioso e dall’incombere del destino, come una tragedia greca.
Storia d’amore a tinte forti quella che unisce Marianna e Simone, una passione fatta più d’odio che d’amore, narrata da un’autrice capace di evocare una terra e l’animo umano come solo pochi scrittori riescono a fare.
Ora capisco l’attribuzione del premio Nobel e la motivazione dell’assegnazione.
E le pareva di essere forte, sostenuta dal calcagno alla nuca da una verga di orgoglio; ma di tanto in tanto le balenava davanti, coi raggi della luna tra le foglie, il ricordo degli occhi di Simone, e dentro le risuonava l’eco delle vane promesse di lui. Allora tutte le sue viscere si sollevavano, il dolore si sbatteva contro l’orgoglio, come il mare in tempesta contro un fragile palo. E le lagrime di lei cadevano sul davanzale del finestrino e di là rimbalzavano sull’erba del prato confondendosi con le lagrime di rugiada che la notte piangeva sul grembo della terra.