TITOLO: Cani di paglia nell'universo
AUTORE: Ye Chun
PAGINE: 320
“Per loro siamo tutti cani di paglia».
«Cani di paglia?»
«I cani di paglia che facevano i nostri antenati per i sacrifici. I cani veri costavano troppo, quindi usavano quelli di paglia. Un cane di paglia era un sacrificio apprezzato, ma dopo veniva bruciato o gettato via. Buono o cattivo, cielo e terra non accordano e non negano il proprio favore. Ai loro occhi, è tutto uguale. Siamo tutti cani di paglia.”
Confesso che con la Cina non ho mai avuto un rapporto di particolare interesse, non so il motivo, ma avevo sentito parlare bene di questo libro da un mio amico e ho colto l’occasione al volo.
L’ho apprezzato molto, sia per la prosa che per i contenuti e, anche se il tema è doloroso, il filo conduttore del viaggio mi ha tenuto incollata alle pagine.
Il punto di forza iniziale della narrazione sta proprio nella forte incisività del titolo; i cani di paglia nell’antica Cina erano delle offerte sacrificali utilizzate in occasione delle cerimonie funebri ma, nonostante fossero pazientemente intrecciati e riccamente addobbati, al termine della funzione venivano calpestati e bruciati, e questa forte metafora simbolica rappresenta l’indifferenza e la riduzione ad una condizione di nullità riservata ai personaggi.
Quello che mi ha colpito di più è stato proprio il portare all’attenzione del lettore l’evento storico dell’emigrazione in America di un numero spaventoso di cinesi nel XIX secolo, costruendo l’idea di un viaggio parallelo a distanza di pochi anni di due vite, padre e figlia, testimoni delle difficoltà e delle sofferenze che tutti in egual misura, hanno dovuto subire.
Ciò ha consentito all’autrice di mettere in evidenza le inevitabili differenze tra uomini e donne, i primi costretti a lavori logoranti e pericolosi, le seconde spesso avviate sulla strada della prostituzione.
Credo che questo libro contenga anche un forte grido di denuncia di un popolo verso la tanto patinata Montagna d’Oro, quell’America tutta stelle e meraviglia che, tuttavia, si è costruita anche con il sacrificio di tanti uomini immigrati, doppiamente emarginati; in primis, biasimati e derisi per essere diversi, portatori di una cultura sconosciuta, poi, odiati perché considerati usurpatori di lavoro da parte di chi li aveva immessi in massa proprio per sottrarre i cittadini americani a mansioni pericolose, svolte in condizioni disumane.
E anche laddove entravano in gioco le fantomatiche Missioni, in particolare verso gli orfani di tenera età, mi ha “disturbato”, l’intento tutt’altro che caritatevole su cui si basava la progressiva americanizzazione delle persone di etnia asiatica, quasi costrette a snaturarsi per essere accettate.
“Non permettere loro di trasformarti in una scimmia“ è uno dei passi che ho trovato più forte nell’ambito di un vero e proprio processo di addestramento di tali individui, che comprendeva il distacco dalla loro religione per creare un avvicinamento coatto al cristianesimo, la formazione come domestici, l’apprendimento della lingua inglese, il cambiamento dell’abbigliamento, dei capelli e di tutto ciò che di altro era modificabile.
Ciò faceva parte di una missione riformatrice in cui la condizione maggiormente favorevole era quella di essere orfano, solo e indifeso, quindi maggiormente plasmabile, e in cui non c’era posto per un padre o per un paese da ritrovare, perché questo avrebbe comportato un riavvicinamento a ciò che doveva essere reciso, ovvero le proprie origini.
Ho percepito molto forte il senso di dignità e, soprattutto, di ricerca della propria identità ad ogni costo, il restare ancorati alle proprie tradizioni, che sono memoria di un’appartenenza; in questo senso i continui richiami alle tradizioni cinesi, oltre alle citazioni di vere e proprie dissertazioni filosofiche che riportano al Taoismo, disegnano i tratti di una cultura che i personaggi chiave si portano dietro come una seconda pelle, spesso interrogandosi sulla conformità del loro comportamento ai dettami della loro fede, anche quando le circostanze li hanno portati a deviare completamente dalla retta via.