Si vedeva da questo che qui era campagna: le due colline erano terra lavorata e basta, un sole d'inferno le scaldava; tutt'al contrario da quelle del Po che, anche nel forte dell'agosto, hanno qualcosa di fine, hanno l'aria più fresca e sembrano sempre coperte d'ombra, e fa piacere vederle anche soltanto in fondo a un corso.
L'incipit del romanzo dà il la al mio commento: "Cominciò a lavorarmi sulla porta". Il narratore Berto si riferisce a Talino, il suo compagno di cella, con il quale si appresta a uscire dal carcere. Potremmo benissimo rubare le parole di bocca a Berto per esprimerci al meglio sull'opera di Pavese. L'autore inizia a lavorarci fin dalla prima pagina e, come tutti i lavori di raggiro, il suo richiede del tempo. Deve convincerci dell'innocenza del racconto senza mai farvi riferimento diretto, mostrarci l'espressione pacata che gli distende il viso, camminarci accanto oziosamente lungo le strade di campagna che ha riprodotto tra le pagine e che portano da Torino a Monticello. Nel mentre, con fare noncurante giocherella con un coltello e un pezzo di legno, rendendone acuminata un'estremità. "Che strani questi neorealisti" ci viene da pensare, "sempre a mostrarci ogni gesto della quotidianità per rendere più vivido il loro mondo letterario. Ora sta lì ad acuminarsi quel legnetto come un pastorello che si annoia al pascolo". E invece, zitto zitto, Pavese il legnetto lo prepara per piantartelo nel collo quando meno te l'aspetti. Dopo, semplicemente, ti guarda, mentre "la voce ti sale alla testa e il cuore in bocca". Ed è la paralisi.
Del legno la prosa di Pavese ha tutto: è dura, scarna, mentre ci passi le dita ti lascia sui polpastrelli qualche scheggia. L'italiano è intriso di dialetto e gergo rurale, è plasmato per esprimere solo l'essenziale, o per nasconderlo al meglio. La pagina scorre come un film: la pellicola gira, il dialogo va, e la voce fuori campo ogni tanto esprime un pensiero fulmineo, per poi lasciare lo spazio al sole che cuoce tutto e alla campagna che respira tramite grilli e cani. Apparentemente non succede niente per buona parte dell'intreccio, ma è solo un'impressione data dalla ciclicità del tempo rurale. Ci si sveglia con Berto, si dà un appuntamento alla giovane Gisella al calar del sole o durante la siesta, si lavora alle macchine, si mangia con la famiglia e si beve dal secchio. Qua e là, solo qualche piccolo avvenimento a tempestare le giornate di briciole di novità: le minacce degli ignoti a Talino per l'incendio che ha provocato, la rabbia di Talino contro la Grangia oramai ridotta a un cumulo di muri neri, i battibecchi tra Gisella e Talino. Non si dà loro troppa importanza, non perché non ce l'abbiano, ma perché nessuno lo fa. Se Talino e Gisella battibeccano, Vinverra si leva la cinta e gliele suona a entrambi, e sul crimine di Talino cala un silenzio che ha lo stesso effetto: la verità viene taciuta, sempre, seppellita da una cinta o da una giustificazione reticente. Tutto questo perché lo sguardo è sempre rivolto ai lavori incombenti, motore e scopo ultimo della vita con le sue tappe, dalla nascita al matrimonio. In campagna regna la dittatura della sussistenza della comunità, e il singolo viene considerato solo in quanto possessore di due braccia per alleggerire la catena di lavoro.
La presenza di Berto, però, ritaglia all'interno della ciclicità un binario per il tempo lineare, ed è questo che permette di percepire il sapore della tragedia. La consequenzialità tipica del tempo cittadino viene trasportata in campagna, con la sua collana di cause ed effetti, di misfatti e colpe oramai inghiottiti dal girare della ruota. Non che questa presenza sia molto forte: sembra quasi che Berto stesso venga contaminato dal ritmo rurale dei suoi ospiti, perché pone le sue domande sul passato senza insistenza, magari se capita l'argomento, e questa placidità sembra quasi un adattamento al contesto piuttosto che paura della verità. Berto cerca la verità nascosta dietro l'inimicizia tra Talino e Gisella, ma anche quando la intuisce sembra allarmarsi solo a tratti, schiacciato da una realtà in cui tutti tacciono e fingono di non vedere che i covoni. Solo alla fine Berto si rende conto del peso che il silenzio ha sull'esistenza rurale e sulla sua tragicità, e che ha schiacciato suo malgrado anche lui che, forse, avrebbe potuto fare qualcosa se non si fosse lasciato contagiare dalla reticenza della famiglia Vinverra.
Il divario tra città e campagna viene osservato in due tempi distinti. Nei primi capitoli è Talino ad essere fuori luogo, tra le strade di Torino: cammina come chi si è svegliato senza baricentro, e vaga spaesato senza cognizione dello spazio cittadino. Questo ci trae in inganno, e ci porta a guardarlo con tenerezza e compassione. Ho ancora davanti agli occhi l'immagine di Talino che dorme alla stazione accucciato sul suo fagotto, mentre aspetta l'arrivo di Berto: sembra quasi un bambino abbandonato a sé, e un bambino non può essere altro che innocente. Tutto cambia quando arriviamo a Monticello. Allora siamo noi, il lettore e Berto, ad essere fuori posto: dobbiamo abituarci alla polvere delle strade, al calore, alle parole incomprensibili usate dal vecchio Vinverra. Inizialmente Berto ragiona come tutti i cittadini, guardando alla campagna con nervosismo solo perché vi mancano i divertimenti: non c'è biliardo, non ci sono sale da ballo, non c'è possibilità di conoscere ragazze quando uno ne ha voglia, per parlare con una donna che vive sotto il tuo stesso tetto devi allontanarti dalla casa. E' una critica superficiale quella del mondano Berto, e ricorre spesso durante la narrazione. Forse, è anche per questo che il vero abisso tra città e campagna si mostra così nero e insuperabile, nel momento in cui Berto si trova con il viso rivolto verso lo strapiombo. La critica di Pavese sembra non rivolgersi solo alla realtà rurale, ma anche alla mentalità cittadina che pensa alla campagna solo in termini di assenza di comodità e agi, contribuendo così alla perpetuazione della tragedia.
In conclusione, "Paesi tuoi" è un'opera che col passare del tempo ha visto mutare il suo intento. Quando venne dato alle stampe sicuramente era la denuncia l'aspetto preponderante: rimediando al silenzio di Berto, Pavese ha portato davanti agli occhi di tutti una realtà sconosciuta o volutamente ignorata. In un certo senso, tenta di salvare tutte le Giselle del futuro. Oggi la denuncia assume il sapore del documentario, ci presenta uno spaccato della vita rurale degli anni '30, quando ancora il divario tra città e campagna era rigido come i valori tradizionali ereditati dalla notte dei tempi. Ma non manca di ricordarci, seppur indirettamente, che la scolarizzazione non è una fastidiosa mosca con la quale si deve convivere per tredici anni della nostra vita. La famiglia Vinverra racchiude in sé tutte le conseguenze di una vita passata a ignorare tutto tranne che l'immediata sussistenza: l'istinto non è solo quello che ti permette di sopravvivere, ha uno strascico di orrore e violenza che non può convivere con una società democratica e sviluppata. Se gli impulsi non vengono affiancati da una coscienza consapevole e sveglia,l'uomo sarà sempre portato a eliminare chi si para sulla strada del proprio piacere immediato senza rendersi conto di essere in torto. Finirà in prigione senza sentire il peso della colpa, tornerà in libertà e ripeterà il misfatto, legato al suo tempo ciclico, bestiale. La meta umana allora non sarà più la sussistenza, ma l'autodistruzione.