A noi! gridavano a gran voce i fascisti, per i quali urrah! sembrava troppo esotico e straniero. Nelle adunate risuonava l'ovazione Eia! Eia! Eia! Alalà! come sarebbe piaciuto a Gabriele d'Annunzio. E mentre il fascio littorio, emblema degli alti magistrati dell'antica Roma, diventava il simbolo dello Stato italiano, i giornali si riempivano di termini come autarchia, bagnasciuga, camerata, madamato, velina.
Per legge, poi, si bandivano le parole straniere dai libri e anche dalle insegne: si propose di sostituire cocktail con arlecchino e lo chaffeur dovette cedere il posto all'autista.
Questo libro racconta come il fascismo tentò di piegare la lingua italiana (a volte riuscendoci, altre no), attraverso proibizioni, invenzioni e - con il suo stile magniloquente e aggressivo - di orientare le parole di ogni giorno e quelle della legge, dei bollettini dell'informazione. Ma poiche "l'ironia popolare è spesso uno strumento di giustizia", non mancarono gli stravolgimenti comici e, come ricorda nella prefazione il presidente dell'Accademia della Crusca Claudio Marazzini, l'aquila diventò per tanti un "pollo".