In questa raccolta ci stanno tre racconti. Due vengono da White people, uno da Practical Heart. Qua vengono uniti sotto il cappello di Piccoli eroi (credo riferendosi all'epiteto dato al padre di eroe minore nel terzo racconto). Se normalmente di come viene tradotto un titolo non me ne potrebbe fregare di meno, una roba che vabbè, se mi lasci ti cancello ha rovinato tutta la poesia del titolo originale, ma hai anche rotto tre quarti buoni di cazzo, con Piccoli Eroi credo che il discorso sia diverso.
Fondamentalmente perché i protagonisti dei tre racconti non sono piccoli nè tantomento eroi. Ma proprio no.
Anzi, dire che i personaggi di Gurganus sono piccoli significa attentare all'enorme dignità che ognuno di loro mostra. Il ragazzino che vende assicurazioni ai neri, il gay-orologio a cucù, il padre veterano (piccola nota: il protagonista del terzo racconto è il padre, non il figlio, è quest'uomo che, reduce di guerra, dove ha vissuto il suo momento di gloria, il suo piccolo momento di eroismo, torna a casa, affronta la vita di tutti i giorni, e si trova davanti un figlio che non comprende e con cui non riesce a legare, un estraneo. A rendere tutto ancora più doloroso e straziante è la scelta di far raccontare il figlio). Ognuno di loro emerge, quindi, in tutta la propria grandezza e profondità umana. Non ci sta assolutamente nulla di piccolo in loro.
Ma neppure di eroico.
L'eroe è qualcuno che fa qualcosa di straordinario. Di extra-umano. Ma i personaggi di Gurganus sono profondamente, disperatamente, inesorabilmente umani. Tutta la sua scrittura trasuda umanità. (Aiutato in questo da una capacità di gestione della lingua straordinaria: quattro narratori, in tre racconti, e non ci sta una voce che sia una che si confonde con l'altra. E' una roba che io veramente boh, grazie, Allan). Definirli eroi, quindi, significa strappare loro la loro caratteristica più profonda e meravigliosa: l'umanità.
Poi, vabbè, che altro?
Il primo racconto è un racconto su come la colpa sia colpa anche se non vi è peccato, ma se siamo noi a definirla tale. E se sentiamo di avere una colpa, ce l'abbiamo. A prescindere dal peccato. La colpa è interna, sempre, mai esterna.
Il secondo è sulla violenza che è insita nel nostro volerci mostrare: violenza che ci fa l'esterno, ma anche violenza che ci facciamo noi. Perchè? Perché non mostrarci sarebbe una violenza ancora maggiore. Perché se rimaniamo chiusi, tappati, poi si marcisce, si perde la consapevolezza di chi siamo e di quello che possiamo fare. L'identità è un muscolo che si atrofizza.
Il terzo, e ultimo, è un racconto su quanto siano alieni i nostri figli, e su quanto siamo alieni noi per loro.
In tutti e tre, la scrittura si erge come una salvezza, uno dei pochi metodi che ha l'uomo per salvarsi: perché nella scrittura si è finalmente se stessi, senza mediazione.
Vabbè, raga', per me, 'sta raccolta è tanto bella, e loro sono tanto umani che veramente anche la metà basta.