Quando nel 1943, dopo due anni di occupazione tedesca, Vasilij Grossman entra al seguito dell’Armata Rossa nei territori liberati dell’Ucraina orientale, a colpirlo non sono tanto le lacrime e le grida straziate, quanto piuttosto «il silenzio della morte», il silenzio di un popolo massacrato con aritmetica ferocia. «Dov’è il popolo ebraico? ... Dov’è il milione di ebrei che tre anni fa viveva e lavorava su questa terra in pace e armonia con gli ucraini?». Ben prima di trovarsi dinanzi all’«inferno di Treblinka» e che i crimini nazisti siano svelati al mondo in tutta la loro efferatezza, Grossman non si accontenta di rispondere a questa domanda, ma scandaglia le cause di quello che già si delinea ai suoi occhi come «il crimine più grande che sia mai stato commesso nella storia».
Born Iosif Solomonovich Grossman into an emancipated Jewish family, he did not receive a traditional Jewish education. A Russian nanny turned his name Yossya into Russian Vasya (a diminutive of Vasily), which was accepted by the whole family. His father had social-democratic convictions and joined the Mensheviks. Young Vasily Grossman idealistically supported the Russian Revolution of 1917.
When the Great Patriotic War broke out in 1941, Grossman's mother was trapped in Berdychiv by the invading German army, and eventually murdered together with 20,000 to 30,000 other Jews who did not evacuate Berdychiv. Grossman was exempt from military service, but volunteered for the front, where he spent more than 1,000 days. He became a war reporter for the popular Red Army newspaper Krasnaya Zvezda (Red Star). As the war raged on, he covered its major events, including the Battle of Moscow, the Battle of Stalingrad, the Battle of Kursk, and the Battle of Berlin. In addition to war journalism, his novels (such as The People are Immortal (Народ бессмертен) were being published in newspapers and he came to be regarded as a legendary war hero. The novel Stalingrad (1950), later renamed For a Just Cause (За правое дело), is based on his own experiences during the siege.
Grossman's descriptions of ethnic cleansing in Ukraine and Poland, and the liberation of the Treblinka and Majdanek extermination camps, were some of the first eyewitness accounts —as early as 1943—of what later became known as 'The Holocaust'. His article The Hell of Treblinka (1944) was disseminated at the Nuremberg War Crimes Tribunal as evidence for the prosecution.
Grossman died of stomach cancer in 1964, not knowing whether his novels would ever be read by the public.
Peccato che il buon Grossman ancora non sapeva che la polizia ucraina (e spesso anche la popolazione...) aveva aiutato i nazisti nello sterminio degli ebrei ucraini. Credo comunque che l'antisemitismo abbia radici piu' complesse di quelle enunciate da Grossman, anche se le sue teorie sono sicuramente interessanti.
Dov’è il popolo ebraico? Chi la farà, la domanda funesta, al Caino del ventesimo secolo? Dove sono gli ebrei che vivevano in Ucraina? Dove sono le centinaia di migliaia di vecchie e bambini, dov’è il milione di ebrei che tre anni fa viveva e lavorava su questa terra in pace e in armonia con gli ucraini? Hanno ucciso un popolo, lo hanno calpestato. (p.20) Questi sono gli interrogativi pieni di rabbia e di dolore che assillano martellanti in più parti le pagine del reportage che Grossman scrisse nel 1943, dopo la liberazione dall’esercito tedesco da parte delle truppe dell’Armata rossa in seguito alla battaglia di Stalingrado. Questi interrogativi urlano nel libro e risuonano nell’eco dei silenzi tra le parole dello scritto, in origine destinato al periodico «Krasnaja zvezda», ossia «Stella rossa», unico canale di informazione del Ministero della difesa sovietico. L’autore, ebreo russo nato in Ucraina, a Berdičev, è parte di quel popolo sul quale si è scatenata la follia nazifascista e conosce in prima persona cosa vuol dire essere ebreo in quella terra: gli ebrei, prima dell’Olocausto, erano il cuore pulsante del Paese, ben accolti e integrati quasi come se fossero cittadini a pieno titolo. In quei villaggi si erano creati legami fraterni tra gli ebrei, stanziati stabilmente lì da tempo immemore, e le comunità del posto: l’assenza di quegli ebrei, di alcuni dei quali conosciuti personalmente da Grossman, è di un silenzio surreale, incredulo. Continua al link: https://www.criticaletteraria.org/202...
Il saggio riesce in un impresa complessa, ossia quella di mantenere la memoria di persone comuni, non famose o note. Persone vere e reali che si sono prese colpe di altri e che sono stati il capro espiatorio di una rabbia generazionale dovuto ai grandi cambiamenti del secolo scorso. In poche pagine troviamo un analisi del nazionalismo e di cosa spinga alla formazione e fomentazione di tutto quell’odio e di come alla fine quel modello sia crollato e abbia lasciato un profondo silenzio.
"Per sua sfortuna - o fortuna, chissà - la coscienza umana è fatta in modo tale che chi legge nel giornale o sente alla radio la notizia della morte di milioni di persone non riesce a cogliere la portata di quanto è accaduto, non è in grado di figurarsi, di delineare, di comprendere o calcolare la misura tremenda del dramma che si è compiuto. [...] Questo limite è la fortuna della coscienza umana, perché ci preserva dai tormenti morali e dalla pazzia. E questo limite è la sfortuna della nostra coscienza, perché rende il genere umano indulgente, superficiale e poco severo sul piano morale." (pp. 25, 26)
“Ma se per un attimo quel popolo ucciso potesse tornare in vita, se la terra si aprisse nel burrone di Babij Jar a Kiev… se un grido lancinante si staccasse dal quelle centinaia di migliaia di labbra piene di terra, l’Universo intero tremerebbe.” Molto di parte essendo scritto da un ebreo sovietico però breve e interessante per chi non conosca l’argomento e voglia approfondire in poco tempo.
Breve e illuminante questo articolo ripubblicato oggi a circa 80 anni dalla sua stesura è di una attualità sconcertante. Utile guida in questi tempi oscuri. Contro gli antisemiti e i fascisti di ieri e di oggi.