«Cominciamo dal nome, Velarus. Lo scelse quella scema di mia madre. L'idiota che era mio padre non si oppose, e cosí fu».
Sullo sfondo della ricca e fin troppo operosa provincia del Nord Italia, la sfrenata tragicommedia di un ragazzino con una famiglia di disgraziati.
Il padre e la madre di Velarus non sono quel che si dice due tipi amorevoli. Del resto come potrebbero esserlo dei faccendieri sempre in viaggio, sempre attaccati al telefono, sempre impegnati a comprare e a vendere. Anche la nascita di un figlio è per loro una semplice transazione. Solo che poi non hanno né il tempo né la voglia di occuparsene, preferiscono scaricare l'impiccio su uno strampalato tassista e sulla sua altrettanto bizzarra moglie infermiera. Cosí il bambino viene lasciato in custodia un po' a chi comincia per lui una lunga teoria di «affidamenti». Tutto questo, però, produce nel piccolo uno strano fenomeno fisico, qualcosa di davvero eccezionale. Ed ecco che nella testa dei genitori guizza l'idea di combinare l'ennesimo affare della vita, il piú redditizio. A quel punto, la vendetta di Velarus prende il via.
«Nacqui dentro un ospedale, vidi la luce sporco di sangue e altra robaccia, mi lavarono, mi controllarono, emisi il primo verso della vita. Però non mi misero tra le braccia di mia madre, come si usa fare con tutti i neonati. Lei non c'era già piú, era dovuta andare via, aveva fretta. Medici e ostetriche erano subito dopo il parto qualcun altro doveva prendersi cura di me, perché lei aveva delle cose urgenti da fare, non poteva rinviarle per nessuna ragione al mondo. Mio padre apprese della mia nascita per telefono, era da qualche parte, lontano. Ci volle anche un po' perché lo rintracciassero».
Italian writer and doctor. Andrea Vitali è nato nel 1956 a Bellano, sulla riva orientale del lago di Como, dove esercita la professione di medico di base. Ha pubblicato Il meccanico Landru (1992), A partire dai nomi (1994), L'ombra di Marinetti (1995, premio Piero Chiara), Aria del lago (2001) e, con Garzanti, Una finestra vistalago (2003, premio Grinzane Cavour 2004, sezione narrativa, e premio letterario Bruno Gioffrè 2004), Un amore di zitella (2004), La signorina Tecla Manzi (2004, premio Dessì), La figlia del podestà (2005, premio Bancarella 2006), Il procuratore (2006, premio Montblanc per il romanzo giovane 1990), Olive comprese (2006) e Il segreto di Ortelia (2007), La modista (2008, premio Ernest Hemingway) e Dopo lunga e penosa malattia (2008), Almeno il cappello (2009, premio Casanova; premio Procida Isola di Arturo Elsa Morante; Premio Campiello selezione giuria dei letterati; finalista premio strega), Pianoforte vendesi (2009) e Mamma de sole (2010) . Nel 2008 gli è stato conferito il premio letterario Boccaccio per l'opera omnia.
Andrea Vitali ritorna in libreria con questa nuova tragicommedia.
“Mi chiamo Velarus e sono invisibile. Divenuto tale. Come tanti che girano per il mondo. A scuola, negli stadi, negli uffici, nelle strade, nelle piazze. Ovunque. Anche nelle chiese, sui treni, nei negozi, nei ristoranti. Negli autogrill, in metropolitana.”
Velarus è affetto da una strana malattia: soffre di invisibilità. La causa di tutti i suoi mali sono i suoi genitori: non lo hanno mai degnato di uno sguardo e di una attenzione. Troppo presi dai loro affari e dai loro impegni mondani, sin da subito hanno demandato a un tassista e alla moglie infermiera la cura del figlio.
Per arginare il processo di invisibilità, sarebbe bastato che i genitori si interessassero a lui e iniziassero a prendersi cura di lui.
Velarus mette in atto la sua vendetta e diventa il rappresentante di tutti i figli che in qualche modo sono “venuti meno all’affetto dei propri cari”.
Con il sorriso e con la sua prosa frizzante, Andrea Vitali fa riflettere il lettore.
Avevo bisogno di uscire dal blocco del lettore, insoddisfatta delle mie ultime scelte. La soluzione non poteva che essere Vitali con la sua penna tagliente. Sebbene si tratti di una storia leggera e godibile, il racconto è stato tutt'altro che superficiale, anzi attraverso un paradosso surreale vengono trattati diversi temi. Il principale è l'invisibilità nelle relazioni umane, sempre di più affogate dall'iperlavoro, la relazione tossica con la carriera e con il denaro, la tv spazzatura, l'egoismo, ma anche la diversità e l'inclusione. E se anche talvolta i toni sembrano diventare demenziali i messaggi arrivano forti e chiari, eppur con un metodo insolito.
Non posso parlare della trama, perché non posso spoilerare il succo del romanzo. Quando ho cominciato a leggerlo l'ho trovato subito piacevole, ma ero convinta che non gli avrei dato più di 3 stelline. E invece. Lo classificherei come "tragicommedia dell'assurdo". Incredibilmente geniale, non c'è dubbio. In ogni pagina c'è almeno una trovata per la quale mi sono trovata a pensare "come diamine può venire in mente una cosa del genere". Vi invito a leggere questo libriccino di 150 pagine, dentro c'è della genialità. Il momento del processo mi ha ricordato il tribunale di Alice nel Paese delle Meraviglie e in generale tutto il romanzo ha tenuto i piedi in due scarpe: la realtà è l'assurdo. E, nonostante le risate che mi sono fatta, l'ultima pagina mi ha lasciato, con mio profondo stupore, del sano e vero amaro in bocca.
Vitali costruisce un affresco grottesco e amaro sull’abdicazione affettiva di una società che corre troppo. Tutto ha inizio con due commercianti spregiudicati, entrambi specializzati in truffe, che decidono di farsi un figlio in provetta senza neanche tentare un rapporto sentimentale; per puro caso si ritrovano sullo stesso taxi e, invece di confrontarsi, riversano sul tassista ogni onere e responsabilità legata alla nascita e alla cura del neonato. Ma anche lui, a sua volta disonesto, delega la babysitter che ignora il piccolo, il maestro privato che passa le giornate a sonnecchiare e perfino il medico che lo visita solo attraverso uno spioncino, mentre la moglie del tassista pare del tutto indifferente. Giorno dopo giorno il bambino, abbandonato da chi dovrebbe amarlo, diventa sempre più “invisibile” fino a scomparire fisicamente dall’elenco dei vivi, finché quei genitori ormai cinici organizzano un’asta assurda per cederlo al miglior offerente – ladri, servizi segreti, studiosi o filosofi, poco importa chi se lo aggiudicherà. Riconosco la forza simbolica di questo romanzo di denuncia, che denuncia l’emergere di un vuoto affettivo collettivo, ma confesso di aver avvertito un surplus di caricatura che alleggerisce il dramma anziché sommergerci in un silenzio angosciante. Avrei preferito uno stile capace di scavare più in profondità nell’abbandono, uno sguardo meno gridato e più febbrile, in grado di far sentire al lettore il peso del vuoto lasciato da un bambino che nessuno vuole davvero vedere.
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Velarus è un bambino speciale. Figlio di due genitori scellerati, interessati solo al denaro e al mondo degli affari, viene cresciuto da un tassista che, per malaugurata sorte, si imbatte nei genitori che gli affidano la crescita del figlio ripagandolo con quintali di soldi e di ricchezza. Così, Velarus cresce ignorato da tutti, senza ricevere mai attenzioni, gesti di affetto e di considerazione. Questa situazione lo porta a diventare sempre più trasparente fino a raggiungere il livello di invisibilità. In questa nuova condizione, a seguito di un evento particolare, Velarus osserva il lento declino dei genitori verso la povertà e le ristrettezze economiche ma, nonostante giustizia venga fatta, non riesce a gioire appieno di questa sottile vendetta. Questo breve romanzo, simile ad una commedia tragicomica ed estremamente fantasiosa, mira a mettere in luce l'importanza degli affetti e delle attenzioni nei confronti delle persone, estremizzando, al contempo, il fenomeno che vede il costante bisogno di volere sempre di più, desiderare sempre di più, bramare sempre qualcosa di più, a discapito di tutti e tutti. Lo stile di scrittura risulta scorrevole e limpido, ma nonostante questo, non è riuscito a coinvolgermi appieno e, di conseguenza, non sono stata in grado di apprezzare questo testo.
«Cominciamo dal nome, Velarus. Lo scelse quella scema di mia madre. L'idiota che era mio padre non si oppose, e cosí fu».
Una semplice frase che racchiude tutto il senso di questa piccola tragicommedia. Velarius è un ragazzo invisibile reso tale dalla totale incapacità dei suoi genitori che hanno come unico obiettivo quello di fatturare.
Sempre presi da appuntamenti e chiamate d'affari lasciano crescere loro figlio da due perfetti sconosciuti. Velarius non ha idea di cosa sia l'amore mentre sa perfettamente cosa sia l'indifferenza al punto di subirla. Saranno infatti l'apatia, un fintissimo interesse e la freddezza di chi lo circonda a renderlo trasparente agli occhi del mondo.
Tutto è raccontato attraverso uno stile che ha del surreale, è tutto portato all'estremo ma il messaggio arriva forte e chiaro facendo emergere con tutta la sua potenza l'assoluta necessità di "anti robotizzazione" che sta un po' colpendo i nostri giorni.
Che libro! È molto diverso dal solito Vitali, ironico e burlone. Un libro con un finale tristissimo, ma anche il resto del libro non è da meno. Un' esagerazione sull'evolversi dei tempi, un modo per ricordarci dove potremmo finire se continuiamo la via intrapresa. Ho ancora in mente l' immagine della manager che dimentica il cellulare, ma continua a parlare alla propria mano accostata all'orecchio...figura emblematica, ma molto triste.
Decisamente non quello che mi aspettavo. Una storia surreale, senza però le caratteristiche del genere fantasy. Mi ha innorvisito la scrittura, repetitiva e senza delle vere svolte...un mondo che poteva essere interessante ma non è stato mai approfondito così come anche i personaggi, stupidi e superficiali. Una storia triste, con un'idea di fondo educativa e moralistica forse ma che, essendo trattato con troppa leggerezza, non porta mai veramente a riflettere.
Nell'assurdità della storia, non si riesce a smettere di leggere. È un racconto completamente diverso dai soliti a cui Vitali ci ha abituato ma è davvero geniale. A me ha ricordato Pinocchio di Collodi.
Non sono riuscita ad apprezzare questo testo esageratamente surreale e grottesco, seppur comprensibili le intenzioni dell’autore di porre attenzione su temi di crescente importanza. Non lo consiglierei.
Altro libro partito come lettura da viaggio, e finito come consiglio a bimbouno. Fa riflettere, ma è talmente grottesco e divertente da risultare un ottimo passatempo anche per un preadolescente in crisi da “non so cosa leggere”.
Un romanzo surreale, una forzatura cercando di essere comico e divertente sfruttando un tema, l'abbandono genitoriale, che mal si presta. Un finale sfumato ....
Eccessivamente surreale alla continua ricerca di un umorismo che, però, non riesce mai a cogliere nel segno. Un libro che si può tranquillamente fare a meno di leggere.
Una storia assurda che spiega però come a volte siamo superficiali, sempre di fretta, attaccati alla carriera e al lavoro e non curiamo i rapporti con le persone.
Libro molto molto particolare, ma che fa anche riflettere. Andrea Vitali lo reputo uno scrittore visionario..somiglia un po' a Malzieu nelle dinamiche. È il secondo libro che leggo di questo autore..nonostante si legge con facilità, devo dire che non è proprio il mio genere. Trama: due ipotetiche persone dedite tutto il tempo al lavoro e agli affari..sono talmente tanto indaffarati che si incontrano per caso, e per caso decidono di sposarsi, senza nemmeno riconoscersi all' altare, e tutto tramite un fantomatico tassista, che interviene in tutta la storia. Alla fine decidono di avere un bambino, ma questo bambino non lo vedranno mai e verrà sempre affidato al tassista, alla moglie del tassista e a una fantomatica babysitter. Questa storia la racconta lui, questo figlio che non ha mai visto i suoi genitori...un po' è strano, un po' fa riflettere su queste bambini messi al mondo e affidati a tate su tate. Mah! Non mi segno di consigliarlo
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La lettura ti prende, i personaggi sono okay, la tematica dell’abbandono genitoriale è trattata in modo fin troppo comico e con frivolezza. Se non altro mi ha tenuto occupato per tre ore in cui non avevo nulla da fare se non fissare il muro. Mi annoiavo, l’ho letto e non mi ha lasciato granché. Not my cup of tea.