Sergei Dovlatov (Russian: Сергей Довлатов) was born in Ufa, Bashkiria (U.S.S.R.), in 1941. He dropped out of the University of Leningrad after two years and was drafted into the army, serving as a guard in high-security prison camps. In 1965 he began to work as a journalist, first in Leningrad and then in Tallinn, Estonia. After a period of intense harassment by the authorities, he emigrated to the United States in 1978. He lived in New York until his death in 1990.
Lo stile asciutto ed essenziale di Dovlatov è quello che mi ci vuole in questo periodo. L'ho detto altrove, non importa quanto sia semplice e asciutta la tua prosa, mi serve qualcosa che colpisca dritto al punto. Dovlatov ci riesce e lo fa anche con una certa dose di ironia. Ironia spesso velata, ma velata molto bene. La critica migliore non è quella urlata col megafono. Basta una parola giusta e al posto giusto e hai già fatto tremare un mattoncino, da qualche parte. Questo libro di poche pagine, che forse è molto più di un breve memoir, mi ha tenuto compagnia per alcune notti inquiete e invise al sonno, ed è riuscito in un mezzo miracolo, laddove altri mostri sacri hanno fallito: salvarmi dalla maledizione di Giovanni.
"In uno stabilimento industriale di Leningrado accadde questo fatto. Un vecchio operaio scrisse una lettera al direttore. Prese un foglio di carta vetrata e scrisse sul retro: Quand'è che finalmente mi darete un'abitazione individuale? Il direttore stupito chiamò l'operaio: Che razza di scherzo sarebbe questa carta vetrata?. L'operaio rispose: Un foglio normale l'avresti usato al cesso. Così magari ci pensi... E all'operaio, figuratevi un po', gli diedero un monolocale. E il direttore in seguito si tenne sempre quella lettera sotto mano. La sfoggiò a un Congresso del Partito allo Smol'nyj..."
"La vita è bella e stupefacente! - come ha esclamato il compagno Majakovskij alla vigilia del suicidio..."
L humour noir de Dovlatov pour décrire les inepties de la censure soviétique et les péripéties américaines de sa carrière journalistique permet de lire ces deux nouvelles avec un certain plaisir ! Extraits de conversations, de lettres, dialogues entre auteurs et journalistes russes rythment un récit que l on ne lâche pas. Cela donne envie de lire ses nouvelles !
Uno spaccato acuto, ironico e a volte spassoso della terza emigrazione russa in USA, quella degli anni '70. Un ottimo compendio a questo libro è il film "il concerto". In entrambi i casi quello che emerge è la un particolare tipo umano, il Russo, che attraverso un mix di cialtroneria, genialità , voglia di vivere e pesantezza della vita ci spiega come abbia potuto sopravvivere non solo a 80 anni di comunismo livellatore ma anche ad una storia dicotomica fra la sfera individuale ed il martello statale.
“E davanti a me c’è un foglio di carta. E quella bianca distesa innevata dovrò attraversarla da solo. Un foglio di carta: felicità e maledizione! Un foglio di carta: la mia condanna…” (p. 13)