Come è noto, Stefano Spataro è furbo. Già, perché qui ci vende un romanzo breve, e invece ha scritto dei racconti. Racconti brevi, divisi in capitoli, che poi ha mescolato, lasciando che dei frammenti si mescolassero in varie sequenze, bozzetti di vite disperate, sprazzi di oscurità sullo sfondo di una Taranto strana, inquietante, carica di miasmi, asfalto e lamiere contorte. Certo, ci sono fili invisibili, frammenti di specchi che a volte riflettono immagini sensate, rimandi tra una storia e l'altra in un insieme che conduce a un senso. Abbiamo teste mozzate e poi ricomposte, ragazzi sdoppiati, preti cowboy e addirittura un dispettoso folletto verde, che di fantasy non ha proprio nulla. Una galleria di personaggi in situazioni improbabili o disturbanti, che poi si ricompone in quella chiesa abbandonata dove l'insieme, almeno in apparenza, si coagula, dopo essersi sciolto nelle menti sbagliate degli attori di questo film corale. Ma alla fine che cos'è questo insieme composito i cui pezzi fuggono e si riuniscono, si sparpagliano per poi riunirsi? Ve lo dico io: è weird.
Leggevatelo!