Aveva ragione il Serassi: "Questo libro [...] vien tenuto dagl'intendènti in grandissimo pregio, e riputato per unico paragone della vera lingua nobile d'Italia, perciocchè non si volle il Conte obbligare alla pretta favella Toscana, ch'egli confessava di non sapere, ma scegliendo secondo l'insegnamento di Dante nella volgare Eloquenza da tutti i dialetti Italiani le parole, e i modi di dire più vaghi ed espressivi, ne compose col suo prudente giudicio una finissima legatura, e formò uno stile così nobile, leggiadro, e di una proprietà ed efficacia tanto maraviglisa, che non v'ha forse altro libro Italiano, che per questo contro gli si possa paragonare." (Il libro del Cortegiano del Conte Baldessar Castiglione colla vita di lui scritta dal Sig. Abate Pierantonio Serassi, Padova, Giuseppe Comino, 1766, p. xix)
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"Chi adunque vorrà esser bon discipulo, oltre al far le cose bene, sempre ha da metter ogni diligenzia per assimigliarsi al maestro e, se possibil fosse, transformarsi in lui." (Lib. I, cap. XXVI)
"Io adunque queste parole antiche, quanto per me, fuggirei sempre di usare, eccetto però che in certi lochi, ed in questi ancor rare volte; e parmi che chi altrimente le usa faccia errore, non meno che chi volesse, per imitar gli antichi, nutrirsi ancora di ghiande, essendosi già trovata copia di grano." (Lib. I, cap. XXXIII)
"Ché in vero ad un gentilomo non si converria fare i volti, piangere e ridere, far le voci, lottare da sé a sé, come fa Berto, vestirsi da contadino in presenzia d’ognuno, come Strascino; e tai cose, che in essi son convenientissime, per esser quella la lor professione." (Lib. II, cap. L)
"Dovete ancora ricordarvi quella sciocchezza, che poco fa raccontò il signor Duca di quell’abbate; il quale, essendo presente un dí che ’l duca Federico ragionava di ciò che si dovesse far di cosí gran quantità di terreno, come s’era cavata per far i fondamenti di questo palazzo, che tuttavia si lavorava, disse: «Signor mio, io ho pensato benissimo dove e’ s’abbia a mettere. Ordinate che si faccia una grandissima fossa e quivi reponere si potrà, senza altro impedimento». Rispose il duca Federico, non senza risa: «E dove metteremo noi quel terreno che si caverà di questa fossa?» Suggiunse l’abbate: «Fatela far tanto grande, che l’uno e l’altro vi stia». Cosí, benché il Duca piú volte replicasse, che quanto la fossa si facea maggiore, tanto piú terren si cavava, mai non gli poté caper nel cervello ch’ella non si potesse far tanto grande, che l’uno e l’altro metter non vi si potesse, né mai rispose altro se non: «Fatela tanto maggiore». Or vedete che bona estimativa avea questo abbate." (Lib. II, cap. LI)
"È ancora faceta cosa interporre un verso o piú, pigliandolo in altro proposito che quello che lo piglia l’autore, o qualche altro detto vulgato; talor al medesimo proposito, ma mutando qualche parola; come disse un gentilomo che avea una brutta e despiacevole moglie, essendogli domandato come stava, rispose: «Pensalo tu, ché Furiarum maxima iuxta me cubat»" (Lib. II, cap. LXI)
"Ma se ’l nostro cortegiano farà quello che avemo detto, tutte le ritroverà nell’animo del suo principe, ed ogni dí ne vedrà nascer tanti vaghi fiori e frutti, quanti non hanno tutti i deliciosi giardini del mondo; e tra se stesso sentirà grandissimo contento, ricordandosi avergli donato non quello che donano i sciocchi, che è oro o argento, vasi, veste e tai cose, delle quali chi le dona n’ha grandissima carestia e chi le riceve grandissima abundanzia, ma quella virtú che forse tra tutte le cose umane è la maggiore e la piú rara, cioè la manera e ’l modo di governar e di regnare come si dee; il che solo basteria per far gli omini felici e ridur un’altra volta al mondo quella età d’oro, che si scrive esser stata quando già Saturno regnava." (Lib. IV, cap. XVIII)
"Ma perché la lite tra voi potrebbe esser troppo lunga, sarà ben a differirla insino a domani. – Anzi a questa sera, – disse messer Cesare Gonzaga. – E come a questa sera? – disse la signora Duchessa. Rispose messer Cesare: – Perché già è di giorno; – e mostrolle la luce che incominciava ad entrar per le fissure delle finestre. Allora ognuno si levò in piedi con molta maraviglia, perché non pareva che i ragionamenti fossero durati piú del consueto, ma per l’essersi incominciati molto piú tardi e per la loro piacevolezza aveano ingannato quei signori tanto, che non s’erano accorti del fuggir dell’ore; né era alcuno che negli occhi sentisse gravezza di sonno, il che quasi sempre interviene, quando l’ora consueta del dormire si passa in vigilia. Aperte adunque le finestre da quella banda del palazzo che riguarda l’alta cima del monte di Catri, videro già esser nata in oriente una bella aurora di color di rose e tutte le stelle sparite, fuor che la dolce governatrice del ciel di Venere, che della notte e del giorno tiene i confini; dalla qual parea che spirasse un’aura soave, che di mordent fresco empiendo l’aria, cominciava tra le mormoranti selve de’ colli vicini a risvegliar dolci concenti dei vaghi augelli." (Lib. IV, cap. LXXIII)