Dell’ordinaria gestione del dolore di cui ciascuno di voi sa, per quanto lo si occulti e non si nomini, la famiglia di cui racconta Cristiana Alicata in questa storia, è una specie di almanacco virtuoso. Una sorta di apologo esemplare su come, dalle assenze e dalle perdite, sempre fioriscano la forza, la sorpresa, l’incontro, la conoscenza di sé e del mondo. Per quanto tardi accada, faticosamente, inaspettatamente, seguendo vie tortuose e non proprio desiderate, non esattamente quelle che potendo scegliere avreste scelto, va così: vince la paura chi la attraversa, sconfigge il dolore chi sa guardarci dentro. Si illumina chi ha imparato a vivere al buio e ha pensato, persino, che fosse quella la regola. Una luce fioca alla quale abituare lo sguardo come nelle case di Pantelleria, così scure che accecano. È poi una storia di sentimenti delicatissimi e fragili, di normalità di confine tutta da conquistare, di nomi da restituire alle cose e agli eventi, da nominare per la prima volta o rinominare da capo. Una famiglia esemplare cresciuta sulle rovine di due famiglie impossibili, famiglie mai nate, abortite prima di esistere. Due uomini, i loro figli bambini. Due fratelli che non sono fratelli, due amici che non sono amici, due donne che hanno partorito i figli e non possono essere madri, un bisogno di amore che il ragazzo Mattia chiama amore, un amore che non si può dire perché la ragazza Elena non sa, la ragazza Viola che non vuole e non può. Nella tranquilla scansione dei giorni, in un ristorante che apparecchia ogni sera, crescono come se il mondo fosse cominciato in quella cucina e lì finisse i due bimbi come fratelli, figli di soli padri e di un tempo vicino ma remoto, rovente e devastante.
Malinconico, struggente, dolce d'amore e salato di mare e di vento che leniscono ferite, anche quelle invisibili. Alicata ha raccontato di persone che non parlano perché pensano di non aver nulla da dire, perché non sanno come dirla, perché le cose importanti si inciampano nelle loro gole e restano parole mozzate, strozzate. Ha raccontato di sguardi che a volte dicono di più e meglio, di sguardi che si posano sulle persone e le accolgono, le accudiscono e le amano di un amore che non si può narrare. Ha raccontato però anche di come talvolta trovare il coraggio di dirle certe cose, crea dimensioni che vale la pena esplorare, se non altro per rendersi conto che le parole non si fermano più in gola, non inciampano più. E poi c'è Hacca, la casa editrice con cui Alicata ha pubblicato il suo libro. Una casa editrice che ho scoperto al Salone del Libro di Torino e alla quale faccio i complimenti per le sue copertine che mi hanno affascinata. In un mondo fatto di colori, scritte, fascette e frecce che stordiscono nel loro arcobaleno frenetico, la scelta della bicromia bianco/nero impreziosita da disegni e immagini con solo una pennellata di colore acceso qua e là, sarà semplice e per qualcuno banale, ma secondo me quasi geniale: solo a vederli, questi libri, mi danno la sensazione di un piccolo porto sicuro per gli occhi dopo troppi colori, un'idea di calma e tranquillità nonché di costanza nel proporre i propri prodotti al pubblico.
Un crescendo meraviglioso, una scrittura che avvince il lettore e lo tiene incollato alle pagine, specialmente le ultime, questo libro. La maturazione della protagonista è sorprendente. C'è suspence, colpi di scena inattesi che fanno sgranare gli occhi e un gioco di tempi che porta dal passato al presente con un filo conduttore morbido e profondo. E poi i personaggi... Quanto mi sono affezionata ai personaggi. Con quale dolcezza sono descritti e accompagnati nella loro vita. Penso a Liz e Gina, a quanto me le sono immaginate ed è quasi come se le avessi conosciute. Un libro sull'amore, l'amore di ogni tipo, di ogni indole, di ogni destino. Nella cornice nera e azzurra di un'isola dura, ma così amabile e commovente in ogni sua stagione. Lettura meravigliosa.
È una storia lieve di guarigione, segreti, Amore incondizionato e Sud. Elena si schianta contro un muro, davanti ai suoi amici che la seguono in macchina, in una notte romana. Quello schianto si porta dietro tanto dolore, l’ambiguità della storia con Viola e dei comportamenti di lei. Una matassa difficile da sbrogliare in cui si aggroviglia anche Mattia, Elena ne esce sconfitta e delusa. Fuggendo nel profondo Sud e, successivamente, prolungando il soggiorno pantese si allontana da Roma, da casa e da una storia familiare che richiama prepotentemente il passato. Pensa persino di trasferirsi lì definitamente, ma in cuor suo sa che è Pantelleria è una parentesi quadra, una terra di passaggio.
Difficile scrivere una recensione. Mi è piaciuta molto la parte ambientata a Pantelleria, il trovarsi di tre donne ciascuna con il proprio passato, le proprie chiusure, le proprie paure e i tempi lenti dell'isola e le limitate interazioni con una popolazione limitata che permettono di trascorrere molto tempo con il sè. La storia in alcuni momenti è assai prevedibile ma mantiene al centro le relazioni anche se solo alcune sono approfondite e narrate in maggior dettaglio, proprio come avviene nelle nostre vite in cui solo alcune persone, tra le tante che ci circondano, lasciano il segno e sono significative. Qualcosa che non riesco a definire sembra mancare, l'afflato che ti impedisce di lasciare il libro, di voler sapere... Qualcosa più di OK ma nulla più.
Il mare di Pantelleria, che cura le ferite. L’odore di salsedine. L’amore, e la famiglia, declinati in mille colorate forme. Dei personaggi che non vorresti più lasciarli andare, e un’isola che ti rimane nel cuore.