«Разговор о Данте» был написан Мандельштамом весной 1933 г. в Старом Крыму и Коктебеле. Статья впервые была издана на английском языке в 1965 г. Первое советское издание на русском языке появилось в 1967 г.
Osip Emilyevich Mandelstam (also spelled Osip Mandelshtam, Ossip Mandelstamm) (Russian: Осип Эмильевич Мандельштам) was a Russian poet and essayist who lived in Russia during and after its revolution and the rise of the Soviet Union. He was one of the foremost members of the Acmeist school of poets. He was arrested by Joseph Stalin's government during the repression of the 1930s and sent into internal exile with his wife Nadezhda. Given a reprieve of sorts, they moved to Voronezh in southwestern Russia. In 1938 Mandelstam was arrested again and sentenced to a camp in Siberia. He died that year at a transit camp.
Un nuovo sguardo sulla Commedia in questo anno dantesco potrebbe far piacere. Un anno in cui abbondano le pubblicazioni su Dante è più pericoloso di tutti gli altri, anonimi , che hanno comunque già fatto fiorire una delle bibliografie più consistenti del panorama della critica letteraria. Allora, per non correre il rischio di incappare in studi inutili, tediosi e perfino capziosi, è meglio volgere lo sguardo indietro, verso la figura del poeta tra i fondatori dell’acmeismo, quello stesso poeta che dopo un’accoglienza promettente delle sue primissime raccolte di versi, “Pietra”, “Tristia”, “Il rumore del tempo”, si vide relegato ai margini del mondo intellettuale e poi estromesso del tutto con la condanna per “attività controrivoluzionaria”, morendo da deportato nel 1938, lontano dagli amici come Anna Achmatova e dalla amata moglie Nadja Chazina. Lo sguardo di un poeta su un poeta è quanto di più illuminante ci possa essere per il comune lettore. Si tratta di entrare in contatto con una sensibilità unica che permette di leggere Dante ricordando che egli fu il sommo poeta. Suono e discorso, intrecciati, in presa diretta creano immagini fruibili solo al momento, la poesia non è riproducibile e tanto meno parafrasabile. La poesia è suono, pura fonetica, e l’italiano ha la capacità di riprodurre atavici suoni dal carattere infantile che le imprimono così una sorta di caratterizzazione quasi dadaista. Non solo, la poesia è materia, M. attribuisce alla poesia di dante tutte le forme di energia note alla scienza moderna: “l’unità di luce, suono e materia costituisce la sua natura intrinseca”. Suggestivi i passi in cui l’autore paragona la poesia di Dante al movimento, l’”Inferno” e il “Purgatorio” che “celebrano la camminata umana, la misura e il ritmo dei passi, il piede e la sua forma”, un movimento in cui “anche la sosta è una varietà di movimento accumulato : la piattaforma per una conversazione viene creata a prezzi di sforzi da alpinista. Il piede metrico è inspirazione, ed espirazione è il passo. Un passo che deduce, vigila, sillogizza.” Suggerisce inoltre, se questo già non bastasse, una lettura dei versi danteschi cercando di sforzarci a imparare a discernere al loro interno la musica prodotta dai singoli strumenti. In questo modo legge per noi il canto di Farinata aprendo la nostra mente ad altre suggestioni circa il comportamento di Dante, sempre inadeguato e impacciato, dentro il non luogo dell’inferno. O ancora, M. ritiene la D. C. un poema costituito da un’unica strofa, unitaria e indivisibile, “una figura cristallografica”, un poliedro a tredicimila facce, mostruoso per la sua regolarità”. Si sofferma poi sulla sovrapposizione stratigrafica della materia come tipico della cristallografia, ci illumina sulla presenza del colore nell’inferno e di come si possa allontanare l’idea che sia un poema a tinte fosche. Le pagine poi sulla lettura del XXVI della prima cantica sono bellissime, dense e complesse, stordiscono. Occorrerebbe citarle perché ogni piccola frase nella sua estrema sintesi racchiude una serie di sviluppi così che occorrerebbero delle pagine intere per renderle perfettamente intellegibili. Eppure, seppur in superficie ne cogliamo l’essenza. Come la poesia, le pagine di M. non si possono parafrasare. Posso solo invitarvi a leggerle, mettendo bene in evidenza che ho tralasciato di parlarvi di tanti altri spunti contenuti in un libello che contiene appena un centinaio di pagine.
Finalmente sono riuscito a procurarmi questo breve testo di Mandelstam - e le alte aspettative sono state soddisfatte pienamente. Un'opera unica e abbacinante, poche pagine densissime, stracolme di visioni poetiche e intuizioni letterarie, un concentrato del molto tempo che il genio russo ha dedicato a Dante. Strutturato come un centone composto da brevi capitoli, questo è un poema critico, un poema sulla poesia di un grande del MedioEvo, di un grande del Novecento , come ben espresso da Serena Vitale.
Mandelstam è icastico, categorico, inarrestabile nel suo entusiasmo verso la Divina Commedia e nel rifiuto totale degli scoliasti, dei filologi tardo-romantici, dei minuziosi esploratori del "contenuto". Egli esalta la forma, il suono, il colore dell'opera di Dante, con osservazioni geniali e intuizioni notevolissime (specie per chi non è di madre lingua italiana): il fatto che nell'Inferno (ad onta delle rappresentazioni romanticheggianti) c'è moltissimo colore; la rilevanza della fonetica delle parole (ora ben riconosciuta, ma al tempo meno considerata); la musicalità del verso dantesco nel canto XXXIII dell'Inferno ( un timbro di violoncello denso e grave come miele rancido, ormai velenoso )
Di particolare rilevanza la forte relazione che Mandelstam intende creare tra poesia e scienza, in particolare con la mineralogia/cristallografia. Non è un caso, se più volte l'analogia usata per rendere la complessità espressiva della Commedia è quella di un cristallo, strutturato, dalle mille facce e pieno di venature, cavo e ricolmo di colori, luci, suoni - il più noto degli acmeisti ambiva ad un dialogo tra letteratura e scienza che ancora oggi manca: Che ne sarà della nostra poesia, rimasta così vergognosamente indietro rispetto alla scienza? . E di slancio, una connessione vertiginosa tra musica e chimica: il timbro è un principio strutturale al pari dell'alcalinità o dell'acidità di un composto chimico - i cristalli che saranno il paesaggio sonoro della Giudecca . Ma sono molteplici e tutte geniali le analogie che Mandelstam produce coposiamente: dagli adepti della poesia didascalica che sono come un fisico che volesse ricomporre un atomo dopo averlo scisso , al significato del linguaggio poetico che è come un attraversamento di un fiume ingombro di giunche cinesi, che non può essere ricostruito chiedendo ai barcaioli.
Questo stesso libro è una preziosa collezione di analogie meravigliose, come una serie di cristalli luminosi e squillanti.
E come non innamorarsi di queste pagine -come? Mandel’štam immaginava il proprio rapporto con questo saggio come quello di un giardiniere goffo e improvvisato alle prese col proprio giardino. Sarebbe questo, cioè, il lavoro di un abilissimo amatore, che tuttavia riesce a trovare angoli di Dante ai quali nessuno aveva pensato. Non conta la filologia, non serve chiudere gli occhi sui registri storico-linguistici, perché nessuno chiederebbe questo a un grande acmeista. Quello che chiediamo ai poeti e qui otteniamo è uno sguardo metaforico sulla metafora, il coraggio di sapere bruciare Dante da dentro e restituirlo con strumenti che la critica non oserebbe accostare. Non è d’altronde sbagliato immaginare che le scienze dure, come la cristallografia e la chimica in generale, abbiano molto da dirci su Dante. Leggere diversamente le notazioni cromatiche soprattutto del Purgatorio ricorda in fondo una ovvietà che non sempre in letteratura si rammenta: la stessa visione dei colori è cambiata nel tempo, insieme alla nozione delle durezze dei materiali, della loro composizione. Troveranno pane per i loro denti i musicologi, coi quali M. intesse un dialogo affascinante per dimostrare la polifonia dantesca (e non conosceva Contini!). Colpisce soprattutto la sua coscienza della musicalità dell’endecasillabo dantesco e del rapporto che questo ha con la terzina, battuta ritmica ineludibile per la comprensione del tessuto. Qui si sente un amore per l’Italia che trova in Dante il baricentro finale di uno sguardo ormai lungo e lontano nel tempo, quando questo saggio fu scritto. Il precedente studio di Ovidio (i Tristia, ovviamente, ma non solo: e questa Conversazione, come reso elegantemente da Falcani разговор, fu scritta in Crimea, sul Mar Nero) viene così ad assumere un nuovo sguardo -che Ovidio non fosse, per M., figura poetica preliminare a Dante, oltre ogni filiazione?
Gorda potreba većine ruskih pisaca da dokazuju kako su polihistori me, upravo, i nagoni da ih zaobilazim u širokom luku. Ni ovaj esej ne odstupa od toga: čist pseudo-polimatski larpurlatistički logoreični flatus jednog zanesenjaka. Vrlo subjektivne vizure (što ne osuđujem, ali ovde ni ne opravdavam) o Danteovoj „Komediji“ o kojima autor samo teoretiše, i tek ponegde izvuče neki stih kao citat, koji tako istrgnut iz konteksta samo njemu ima značenje. Aspekti koji nemaju utemeljenje u konkretnim primerima, već su produkt autorovog snoviđenja dok zanesen čita tercine, uglavnom, iz „Pakla“, i to svega par pevanja u kojima vidi simbolike koje ne postoje. Prejaka je potreba da u Danteova usta „ubaci“ reči koje on nije izrekao. Esej čitaocu ne donosi nikakva konkretna ni praktična znanja o Danteovom radu, niti ga tumači, već ostavlja efekat poskočice „car je go“.
Inspiradas palabras sobre Dante y una ética del impulso poético, donde además de elogiar la enorme potencia de la Commedia, Mandelstam se enfoca en la cristalografía, en el rigor de los minerales, de la meteorología y el balbuceo fonético en esta obra que proclama como eternamente moderna. Nunca había visto esta faceta de Osip ensayista y me encantó. La Cuarta Prosa es un texto difícil de reponer, que proviene del conflicto con Gornfeld tras el cual Mandelstam toma distancia de la Sociedad de Escritores y demás grupos de organizados (recordar la frase de Osip que vale para todas las épocas: "hagan lo que quieran, pero no se organicen") como el komsomol. Creo que hay algo en la lengua de este texto que se pierde en la traducción, y como crítica al noble traductor Gabaldón simplemente observaría que hubiese sido lindo un pequeño prólogo introductorio, más aún teniendo en cuenta que es un hombre que se ha dedicado a traducir gran parte de la obra de este poeta excepcional del siglo 20 del cual yo mismo me estoy dando el gusto de traducir algunas cosas.
"noi descriviamo appunto ciò che non si può descrivere, ossia il testo della natura sospeso nell'immobilità, e abbiamo disimparato a descrivere l'unica cosa che per la sua struttura si lasci rappresentare in termini poetici, ossia gli slanci, le intenzioni e il moto oscillatorio che tocca le sue massime ampiezze"
Bello… poi vedere la lingua italiana così tanto amata e questa conversazione su Dante che parla di geologia, di cristalli, del quando e non del come. Tocca rileggerlo più volte, incredibile
Meraviglioso che un russo si sia innamorato così di Dante. Per me che ho studiato, parzialmente e sbrigativamente, la DivinaCommedia alle superiori questo libro ha affascinato a tal punto da farmi venire voglia di leggerla.
Meravigliose le metafore, le immagini che Mandelstam crea parlando dell'opera di Dante. Poche ma impegnative e "surreali" pagine.
Il linguaggio usato è scorrevole, molto di meno per me è l'introduzione, che mi ha fatto spaventare per il resto del libro.
Consigliato da affiancare alla DivinaCommedia non per una lettura scolastica ma per un periodo di solitudine e introspezione.
Een muzikale (pp. 24-25, 90-103 en 132-133), ja, zelfs gevederde (pp. 76-77 en 122-125) verhandeling over hoe poëzie te bedrijven, die van de lezer een aandachtige houding van associatieve ontvankelijkheid (pp. 22-23) en alomvattendheid (pp. 74-75) verlangt. Mandelstam toont zich met dit essay een eclectische, wijsgerige dichter - antiek in de zin dat zijn vak het volgens hem primair van de metaforen moet hebben (pp. 48-49, 68-69, 112-113 en 128-129; vergelijk Aristoteles, Poëtica, 1459a), maar modern in zijn waardering van de Divina Commedia als "enkele integrale en ondeelbare strofe" (p. 45; vergelijk Arthur Schopenhauer, Die Welt als Wille und Vorstellung, inleiding tot de eerste druk) en in zijn besef van de hinderende "gewoonte om grammaticaal te denken" (p. 65; vergelijk Th.C.W. Oudemans, Echte filosofie, vierde hoofdstuk).
Confuso, complesso, militante e originale commento dantesco, costruito con paralleli orchestrali, bellici, mineralogici... A volte scoraggiante nella sua complessità e confusione, a tratti oscuro, per niente ortodosso, ma pieno di spunti non necessariamente corretti filologicamente, eppure interessanti e a volte illuminanti.
Interessante libretto. Mandelstam si addentra nella Divina Commedia attraverso passaggi che non mi aspettavo. In particolare sono interessanti le continue osservazioni sugli aspetti figurativi e, soprattutto, sulla vocalità della lingua di Dante.