Il frutteto, un altro magnifico romanzo dell’autore de Il Minotauro, ancora una volta ha come scenario il Mediterraneo, spazio di sensuali atmosfere e incrocio imprevedibile di destini. In particolare la Palestina dove lo scontro e le passioni sembrano assumere sempre tinte più violente che altrove. La storia raccontata è quella di due fratellastri (stesso padre ebreo, ma madri diverse: una ebrea, l’altra musulmana), separati da un odio micidiale, in lotta per la stessa donna e per la stessa terra. Il frutteto conteso passa di mano, viene distrutto da siccità e cavallette, rinasce, è curato amorevolmente, sacrifica esistenze, vede passare generazioni, ma resta, resiste come la terra di Palestina che simboleggia, sulla quale e per la quale popoli fratelli devono scegliere continuamente tra pace e guerra.
Benjamin Tammuz (Hebrew: בנימין תמוז) was born in Russia in 1919 and immigrated to Palestine with his family at the age of five. Tammuz was a sculptor as well as a diplomat, writer, and for many years, literary editor of the Ha'aretz newspaper. His numerous novels and short stories have received many literary prizes.
In principio era il Libro, direbbe Jean-Claude Izzo, mai abbastanza rimpianto. Faccio riferimento all’articolo che scrisse per “Le Nouvel Observateur” del marzo 1988 intitolato Il blu e il nero.
All’origine c’è la Bibbia, il primo libro nato sulle rive del mar Mediterraneo, la prima grande raccolta di storie di crimini e violenze. Fin dal suo inizio, con l’omicidio di Abele da parte di Caino, il Libro dei libri dice che la storia di questo mare, di questo spazio, si sviluppa sotto il segno della violenza. Violenza fratricida, sopraffazione, saccheggio.
”Il giardino di limoni” di Eran Riklis, 2008.
Il crimine esiste, i suoi motivi sono tanti e risiedono nell’animo dell’uomo. S’inizia subito con un omicidio, ne seguiranno tanti, la storia del Mediterraneo è nera, come l’anima di Caino. Seguono l’Iliade e l’Odissea, due altre straordinarie antologie noir, condite dei crimini più vari e atroci. Le tragedie greche, con la loro forza di archetipi, confermano che la storia mediterranea, dei suoi abitanti, dei suoi dei, delle sue dinastie, è scritta con il sangue.
”Edipo re” di Pier Paolo Paolini, 1967.
In questa chiave, “Edipo re” di Sofocle è il primo romanzo noir. Infatti, Patrick Raynal, direttore della più famosa collana di noir del mondo, la Série Noire di Gallimard, ha affermato nel 1995, in un intervento pubblicato dalla rivista “Les Temps Modernes”: Se definiamo sommariamente la scrittura nera, l’ispirazione nera, come uno sguardo sul mondo, uno sguardo sul lato oscuro, opaco, criminale del mondo, attraversato dal sentimento intenso della fatalità che portiamo in noi per il fatto che l’unica cosa che veramente sappiamo è che moriremo, allora, effettivamente, io dico che Edipo è il primo romanzo noir.
"Un uomo solo arriva in una città, tutti lo guardano, chiudono porte e finestre al suo passaggio, lui attraversa la strada e…" Raccontato così, l’Edipo Re ricorda anche “Yôjinbô - La sfida del samurai” di Akira Kurosawa, 1961.
Albert Camus in L’exil d’Hélène del 1948, citato dallo stesso Izzo, scrive: Possiamo capire in questi luoghi che se i Greci hanno toccato la disperazione è stato sempre attraverso la bellezza e ciò che essa ha di opprimente. In questa infelicità dorata, la tragedia raggiunge il suo apice. La nostra epoca, invece, ha alimentato la propria disperazione nella bruttezza e nelle crisi. Perciò l’Europa sarebbe ignobile, semmai il dolore potesse esserlo.
Tammuz, russo ucraino, ma cresciuto in Israele dall’età di cinque anni, era profondamente innamorato del Mediterraneo e della sua cultura, di questo spazio di incontri e incroci di razze individui destini. Il frutteto, come il più celebre Il Minotauro, ha qualcosa di antico e mitico, come antiche sono le terre che ospitano queste vicende, e mitici i conflitti che le accendono.
Di “Per un pugno di dollari”, Sergio Leone, 1964, è stato detto che fosse un plagio del film di Kurosawa. Ed è vero.
I due fratelli protagonisti di questo breve romanzo, figli dello stesso padre ebreo, ma l’uno con madre altrettanto ebrea, mentre l’altro figlio di relazione extra coniugale con una donna musulmana, vivono passioni violente, lottano all’ultimo sangue tra loro e tra il bene e il male. L’oggetto di questa lotta, che contiene in nuce le ragioni dell’odio giunto a un punto di non ritorno in questa porzione di mondo, è una donna e un pezzetto di terra, proprio il frutteto del titolo.
Il frutteto, entità archetipica della Palestina, è oggetto di contesa, di cure amorevoli, distrutto dalla siccità e da un’invasione di cavallette, è attraversato dalle generazioni: ma resiste, come la terra di Palestina, che il frutteto simboleggia. Siamo negli anni che precedono la nascita dello Stato d’Israele (1948). Tammuz sa creare atmosfere sensuali per questa eterna guerra tra bene e male.
”Last Man Standing – Ancora vivo” di Walter Hill, 1996, è un remake del film di Kurosawa.
Una rivalità tra fratellastri in bilico tra amore ed odio, sullo sfondo infuocato della Palestina e sui fronti opposti dell'appartenenza religiosa. Storia simbolo ed allegoria di questa terra travagliata.
Mi è piaciuto molto e leggerò altro di Tammuz. Il racconto (poco più di 100 pagine) racconta la storia di Israele dal 1914 al 1960 ma le conclusioni a cui giunge il protagonista sono valide ancora oggi: una spirale di violenza che ha la sua origine nelle modalità stesse che hanno visto la nascita di Israele e della Palestina.
A young Jewish man aligns his fate with an aging Turk who owns an orchard in Ottoman Eretz Israel. He becomes involved in a complex relationship with two brothers, Obadiah and Daniel, who also find their way to this orchard, and the enigmatic Layla, the adopted daughter of the Turk who took her in after her Jewish family was slaughtered by Arabs.
The Great War ends, the British Mandate begins, and urban centers like Tel Aviv become pivotal to the emerging Israeli state. The orchard and its inhabitants must navigate the shifting tides of time. The narrative captures the tension and conflicts between Jews and Arabs during that period, highlighting the personal and societal challenges arising from their connection.
Agrarian life is beautifully contrasted with urban existence in the context of Zionism. The orchard itself symbolizes both resurrection and destruction, reflecting the region’s tumultuous history. At its core, it is a daring and beautifully told love story. Tammuz was a multifaceted figure who significantly influenced Israeli culture. He served as the literary editor of the newspaper “Haaretz” for many years and greatly contributed to the promotion of Hebrew literature. ❤️ 🇮🇱
Questo breve romanzo ci vorrebbe raccontare del conflitto arabo-israeliano e a suo modo lo fa tramite il racconto, pseudobiografico, di un coltivatore ebreo che si trova nel mezzo ad uno scontro allo stesso tempo familiare e etnico.
Il problema principale è che nella brevità i momenti chiave passano senza avere davvero effetti, dando l'effetto di un riassunto piuttosto che di un libro.
La sufficienza la prende per uno stile di scrittura che lo rende piacevole come lettura
Lo sfondo del testo è la guerra della Palestina. Il modello è la storia di Caino e Abele ma trasposta nel XX secolo. Lo stile invece è quello crudelmente poetico di Tammuz. Un racconto molto breve carico di rimandi e ricordi, una visione cinica e uno stile poetico, con uno sguardo al presente e al futuro.
Just like Benjamin Tammuz's novel, Minotaur, this book is thrilling and pulsing with pervasive dread. I don't know that much actually happened, but damn if it wasn't a great ride. Both this and Minotaur are a bit of an Israeli Reservoir Dogs: the crimes have already happened and now we're seeing the dread and despair of the aftermath with all the tension in finding out what went wrong.
beautifully written. gets a little repetitive at times, but an interesting view of the other by an israeli author. truly marks the shift from the arab being romanticized to politicized.
In poco più di cento pagine, la storia tumultuosa della Terra d'Israele nella prima metà del Novecento prende prepotentemente vita attraverso le vicende di una famiglia e del suo agrumeto. Una storia familiare oscura, misteriosa e crudele, tra antiche colpe e legami indissolubili, amori incondizionati e odi inestinguibili, narrata in prima persona da un personaggio minore, l'agronomo, osservatore non neutrale e voce volutamente inaffidabile.
Tutto ha inizio a Costantinopoli, dove un ebreo russo, oltre a metter su una fortuna nei commerci, ha un figlio dalla sua serva musulmana, originaria di Antiochia. Come una novella Hagar, la donna sarà abbandonata quando l'uomo farà ritorno in patria; ma, a differenza dell'Ismaele biblico, suo figlio le verrà strappato e sarà portato via dal padre. In Russia il piccolo Ovadia/Abdallah (stesso significato, "servo di Dio", in ebraico e in arabo) cresce assieme al fratellastro minore Daniel, figlio del matrimonio legittimo di suo padre, fino a quando la sua irrequietezza non lo condurrà lontano.
È a Giaffa che, anni dopo, il destino riunisce i due fratelli: Daniel, appena sbarcato per stabilirsi nella terra degli antenati, compra l'agrumeto del vecchio Mehmet Effendi e prende in sposa Luna, la sua misteriosa figlia adottiva. Ma sia per il frutteto che per la ragazza — due entità indissolubili, quasi una cosa sola — dovrà affrontare una decennale rivalità col fratellastro maggiore, che l'ha preceduto di qualche anno a Giaffa. E nonostante la benevolenza e la comprensione di Daniel (una «bontà eccessiva» che al narratore pare «un segno di corruzione spirituale»), l'astio e il rancore di Ovadia/Abdallah non faranno che crescere.
Intanto, ai margini del frutteto, le guerre si susseguono e gli imperi si danno il cambio; sullo sfondo, nel racconto dell'agronomo, scorrono tutte le pietre miliari della Storia di questi luoghi: la Grande Guerra e il crollo dell'Impero ottomano, l'arrivo degli inglesi e l'epoca del Mandato Britannico, i pogrom del 1929 e 1936, la Seconda Guerra Mondiale e la vittoria sui tedeschi in Egitto. Fino alla Guerra d'Indipendenza, quando ciascuno dovrà scegliere da che parte stare, quale nome usare, quale lingua parlare, da chi difendersi.
La scelta non è ovvia per tutti, considerando il complicato intreccio di identità (e non solo) all'interno di questa strana famiglia. Ma è proprio tale intreccio, con lo scontro che ne deriva, l'elemento di maggior interesse per il lettore: una novella su due fratelli nemici che si contendono la stessa donna, muta e disponibile a entrambi, costituisce una evidente e potente allegoria. E ogni personaggio, oltre al suo posto in questa storia, ha un suo posto ben preciso nella Storia. Il vecchio padrone, Mehmet, non a caso è turco. Della sua misteriosa figlia adottiva, Luna, spirito del frutteto e dunque della terra, non si saprà mai con certezza se è ebrea o musulmana. Ovadia, sempre memore dell'ingiustizia subìta a Costantinopoli dalla sua madre araba, sceglierà di essere Abdallah. Daniel, l'ebreo europeo sbarcato a Giaffa carico di ideali, rimarrà sempre un delicato figlio della Diaspora, sopraffatto e incapace di reagire. Infine il figlio di Luna e — almeno ufficialmente — di Daniel è l'incarnazione estrema di un topos e di un mito fondante dell'identità israeliana: l'Ebreo Nuovo, nato nel Paese, parlante nativo di ebraico, cresciuto nei campi e a contatto con gli arabi, forte, deciso e spregiudicato, combattente nel Palmach e sempre pronto all'azione. Personalità talmente lontana da Daniel, dal Vecchio Ebreo della Diaspora, che il narratore si riferisce al giovane sempre e soltanto come "il figlio di Luna", anche a rimarcare il contesto della sua nascita, in cui solo la madre è certa. Alla fine la terra e Luna saranno solo sue. Al narratore-agronomo, che nel corso dei decenni si è ritrovato ad essere confidente ora dell'uno ora dall'altro, non resterà che raccogliere il lamento finale di Daniel, voce della coscienza disillusa di fronte alla deriva violenta del figlio: «Io sono venuto nella terra dei miei padri per vivere in modo giusto e retto; e cos'ho fatto? Ho fatto un frutteto oscuro, rifugio di malvagi».
L'edizione originale di questo libro ha visto la luce quasi mezzo secolo fa, un tempo enorme nella storia del Vicino Oriente: in Israele governava ancora la prima generazione di politici-pionieri, rigorosamente socialisti, la Guerra dei Sei Giorni era cosa recente e altre guerre sarebbero venute. È evidente che molto è successo nel frattempo; altrettanto ragionevolmente si potrebbe affermare che poco è cambiato. Qualunque sia il presente e qualunque sarà il futuro, è utile uno sguardo non ideologico al passato; e se un racconto riesce a offrire questo sguardo riunendo testimonianza storica e mistero, ricorrendo sapientemente a toni tra il fiabesco e l'epico, vale senz'altro la pena leggerlo.