Nelle fesserie scritte per far soldi lo specchio della complessità di Conrad
Solitamente sono critico nei confronti della modifica dei titoli originali di romanzi e libri in genere, soprattutto se di autori defunti, considerandoli una manipolazione indebita della loro volontà, anche se sono consapevole che a volte – si pensi ad esempio a titoli che contengano un gioco di parole intraducibile – la variazione si rende necessaria.
Nel caso di questo volume, l’aver tradotto letteralmente il titolo originale The Mirror of the Sea ha paradossalmente comportato una sorta di sua diminuzione di pertinenza, cosa di cui è peraltro ben conscio il curatore Franco Marenco, in quanto la parola inglese mirror ha, oltre al significato di specchio come superficie liscia riflettente, anche un suo significato giornalistico assente in italiano – testimoniato dal fatto che compare nelle testate di alcuni quotidiani - che attiene alla (presunta) oggettività del contenuto. Ne risulta che il titolo italiano non rende con esattezza la duplicità di significato dell’originale, che fa riferimento sia al mare come specchio delle ambizioni umane sia all’origine giornalistica degli scritti in esso contenuti. Del resto non ho trovato un termine che potesse tradurre correttamente quel Mirror, quindi non resta che approvare la scelta fatta da Marenco.
Conrad pubblicò The Mirror of the Sea nell’ottobre 1906, riunendovi tredici articoli che aveva scritto per alcune riviste e quotidiani nei due anni precedenti e aggiungendovi due testi inediti. Non si tratta di racconti veri e propri, ma di memories and impressions, come recita il sottotitolo di alcune edizioni posteriori, di ricordi della vita marinaresca dell’autore volti alla rievocazione della marineria mercantile a vela, a quel tempo ormai in via di definitiva scomparsa, soppiantata inesorabilmente dall’avvento delle navi a vapore, i piroscafi.
Come noto, Conrad era stato marinaio per vent’anni, dal 1874 al 1894, imbarcandosi su navi mercantili, per la maggior parte a vela, e compiendo numerose traversate oceaniche, dapprima come marinaio, quindi come ufficiale di bordo e capitano. Questa esperienza professionale e di vita così totalizzante, sia per la prolungata condizione di solitudine e di isolamento del marinaio, sia per il confronto quotidiano con un elemento primigenio come il mare, sia infine per la possibilità di conoscere terre lontane e toccare con mano il lato oscuro del colonialismo, fu decisiva per la formazione della poetica del futuro scrittore, che iniziò a scrivere il suo primo romanzo, La follia di Almayer, praticamente subito dopo aver appeso al chiodo il cappello di capitano.
Nei primi anni del ‘900 Conrad ha già alle spalle alcuni dei suoi capolavori, come Un reietto delle isole, Cuore di Tenebra, Lord Jim, e sta scrivendo Nostromo; il successo editoriale però non gli ha arriso, ed egli è stato classificato dalla critica come uno scrittore di genere, nomea che lo accompagnerà per il resto della vita e che gli darà non poco fastidio; inoltre il suo inglese letterario e ricercato, per lui terza lingua dopo il polacco e il francese, non piace molto. Le sue finanze non sono quindi floride, e per rimpinguarle deve collaborare a periodici letterari e non, scrivendo articoli ovviamente di ambito marinaresco, per un compenso di cinque ghinee ogni mille parole. La bella prefazione di Franco Marenco, da leggersi con attenzione perché a mio avviso svela il cuore segreto del volume, informa il lettore che Conrad dedicava a queste fesserie - come le definiva – le ore notturne, dettando tremila parole in quattro ore all’amico Ford Madox Ford, mentre riservava alla scrittura dei romanzi le ore del giorno. Per inciso quello tra Conrad e Ford, a mio avviso uno dei più importanti scrittori del primo ‘900 britannico, non è stata solo un’amicizia, ma un vero e proprio sodalizio letterario che ha portato alla scrittura a quattro mani di alcune importanti opere.
The Mirror of the Sea è dunque uno scritto minore di Conrad, poco più di una collazione di articoli giornalistici dedicati ad argomenti a prima vista molto tecnici e potenzialmente aridi, e ad una lettura superficiale pare risentire parecchio di questo suo vizio d’origine. Le sue pagine tra l’altro abbondano di termini marinareschi poco conosciuti dai non addetti ai lavori, tanto che il curatore si è sentito in dovere di integrare il testo con un ampio Glossario dei termini marinari. Si tratta tuttavia di un’opera che, pur con i suoi limiti strutturali, ci aiuta a capire meglio la poetica dello scrittore, a collocarla in quella fase molto particolare della storia europea che vedeva il tramonto dell’ottimismo positivista imperante nella seconda metà dell’ottocento, espresso letterariamente dal naturalismo nelle sue varie declinazioni nazionali, e i primi segni della sua crisi, che avrebbe portato ai vari modernismi. In Gran Bretagna simbolicamente questo passaggio è segnato dalla morte della Regina Vittoria, avvenuta nel 1901, quindi emblematicamente pochi anni dopo l’esordio di Conrad, autore che non a caso, nella imperante smania di catalogazione critica, viene definito vuoi postimpressionista vuoi premodernista.
Come giustamente fa notare Marenco, c’è in molti dei capitoli che compongono Lo specchio del mare una buona dose di impressionismo, come del resto sottolineato anche dal suo sottotitolo. Celebre è peraltro la prefazione a Il negro del Narcissus, romanzo del 1897, nella quale Conrad si professa convintamente impressionista e di cui ritengo opportuno riportare un paio di passi: ”L’arte stessa può venir definita come un deciso tentativo di rendere il livello più elevato di giustizia all’universo visibile, portando alla luce la verità, molteplice e una, che sottende ogni sua espressione. È un tentativo di trovare nelle sue forme, nei suoi colori, nella sua luce, nelle sue ombre, nei vari aspetti della materia e nei fatti della vita, cosa sia fondamentale, cosa sia duraturo ed essenziale – l’unica loro qualità illuminante e convincente – la verità stessa della loro esistenza. […] L’obiettivo che sto cercando di raggiungere è di permettervi, usando il potere della parola scritta, di udire, di sentire e soprattutto di vedere. Questo – e nient’altro. Ed è tutto”.
L’impressionismo, anche di maniera, è in The Mirror of the Sea chiaramente funzionale ad attrarre ed emozionare il lettore, ed emerge soprattutto nelle descrizioni delle navi. Come detto, Conrad si riferisce in particolare ai mercantili a vela, ormai quasi scomparsi dalle banchine dei moli ma che hanno costituito, tra l’altro, una delle architravi della potenza commerciale dell’impero. Ecco quindi che l’oggetto-nave viene idealizzato, caratterizzandolo attraverso la sua forma - così leggiadramente diversa da quella pesante dei piroscafi - i suoi colori, le fantasmagoriche alberature e velature, il silenzio che accompagna la navigazione e il sibilo di cavi ed alberi durante una tempesta. Le navi ormeggiate nei docks lungo il Tamigi divengono cigni, temporaneamente prigionieri in attesa di poter aprire di nuovo le ali/vele. Spesso le navi vengono umanizzate, ed in particolare femminilizzate: a loro si deve il rispetto e l’amore che si deve ad una donna, si devono saper trattare, perché sono volubili, anche se mai infedeli (tema, quello della nave-femmina, che verrà ripreso anche in La linea d’ombra). Hanno poi una loro misteriosa anima, per cui esistono navi maneggevoli e navi ingovernabili, navi veloci e navi lente, e ciò in larga parte indipendentemente da fattori oggettivi derivanti dalla loro costruzione. Ogni nave a vela è quindi, secondo Conrad, un organismo complesso, dotato di una specifica personalità, che il capitano, gli ufficiali di bordo e i marinai devono capire ed amare per condurla al meglio. La nave a vela, inoltre, usa il vento, e questo fa della navigazione una sorta di sfida continua agli elementi naturali, che a volte sono al servizio della nave e altre volte la minacciano: le rotte stesse erano fortemente condizionate dalla ricerca dei venti migliori. Tutto questo è finito con l’avvento della navigazione a vapore: non è solo una questione di forma degli scafi, ma è cambiato il rapporto stesso della nave e dell’equipaggio con il mare, essendo molto meno diretto. Così il piroscafo avanza, nell’incessante clangore dei suoi motori e avvolto da un fumo nero, su una superficie che assomiglia ad una anonima strada.
Schiettamente impressionistiche sono anche molte delle descrizioni del mare, affidate a toni di colore e ai rumori prodotti dallo sciabordio delle onde, e quelle delle tempeste, con gli schianti del tuono, il vento che mugghia tra il sartiame e gli scrosci improvvisi di pioggia. Forse il culmine di questo modo di descrivere Conrad lo tocca nel capitolo Il fiume fedele: nella risalita dall’estuario del Tamigi ai docks di Londra sembra proprio di vedere, tracciate come in un quadro impressionista, il brulicare delle attività umane, il viavai delle navi e il rosso annerito dal carbone degli edifici industriali e commerciali che si affacciano sul fiume.
Conrad insomma riesce da par suo a evocare atmosfere, a rendere attraente e misterioso il mondo del commercio marittimo, a beneficio del pubblico piccolo-borghese delle riviste su cui pubblicava, cui non manca, lui britannico d’adozione, di trasmettere l’orgoglio nazionalistico della potenza marittima imperiale, in particolare nell’ultimo dei capitoli, L’età eroica, originariamente pubblicato in occasione del centenario della morte di Nelson, e che onestamente rappresenta il punto meno alto dell’opera.
Se fosse tutto qui saremmo quindi di fronte ad una letteratura ammiccante e commerciale, che si avvale di un collaudato ed ottocentesco apparato lessicale per trasformare quelli che avrebbero potuto essere piatti resoconti di esperienze marittime e commerciali nell’epopea celebrativa della marineria a vela britannica, nel suo funerale in pompa magna.
Ma siamo di fronte ad uno dei più grandi scrittori della nostra epoca, ed il Conrad che di notte detta le sue fesserie non può contrapporsi al Conrad che di giorno scrive Nostromo. Ed ecco quindi che quest’ultimo riappare, con la potenza della sua visione cupa e novecentesca del mondo, anche nelle pagine di questi scritti d’occasione. Riappare prepotentemente in particolar in due capitoli del libro.
Il primo si intitola Iniziazione, ed inizia, come altri, con una lunga professione d’amore per le navi a vela anche qui femminilizzate, cui però viene subito contrapposto un sentimento di timore e quasi di odio verso il mare, la cui umanizzazione maschile passa attraverso termini quali mai amico dell’uomo, pericoloso istigatore di ambizioni universali, sino al grido: Stolto è colui - uomo o popolo, - che confidando nell’amicizia del mare, trascura la forza e l’astuzia della sua mano destra! […] l’oceano non ha compassione, non fede, non legge, non memoria”. E ancora, poco più avanti: ”Il mare – è una verità da confessare – non conosce generosità. Nessuno sfoggio di qualità virili – coraggio, ardimento, saldezza, lealtà – a quanto si sa, ha mai scalfito la sua irresponsabile consapevolezza del potere. […] Al giorno d’oggi, come sempre, è pronto a ingannare e a tradire, a schiantare e ad affogare l’incorreggibile ottimismo di uomini che, spalleggiati dalla fedeltà delle navi, tentano di strappargli la fortuna della loro casa, il dominio del loro mondo o soltanto un’elemosina di cibo per la loro fame. È qui che Conrad definisce il mare come uno specchio, che non conserva impronte delle passioni dell’uomo, del suo amore di rapina e di gloria, di avventura e di pericolo, che scorrono e svaniscono su di esso come immagini riflesse.
Segue il racconto dell’iniziazione marinaresca di Conrad, avvenuta nel momento in cui, giovane primo ufficiale, recupera in una splendida giornata nove superstiti dal relitto di un brigantino danese da giorni alla deriva e sul punto di affondare. Lì comprende cosa sia veramente il mare, la sua crudeltà ed infedeltà e come tutte le sue idealizzazioni letterarie da parte di scrittori cui ”poco importa al mondo [...] se non il ritmo dei propri versi e la cadenza delle proprie frasi” siano irrimediabilmente false. Al di là della forma del racconto, conradianamente splendida, è a mio avviso fortemente emblematico, del tutto antivittoriano e novecentesco, che l’iniziazione al mare, e quindi alla vita, venga fatta coincidere con un naufragio, con la fine di illusioni tardoromantiche.
L’altro capitolo che emerge a mio avviso nella raccolta è Il Tremolino, uno dei due inediti inseriti da Conrad nel volume. Si tratta di un vero e proprio racconto di ispirazione autobiografica, ambientato negli anni in cui, tra il 1876 e il 1878, il ventenne Conrad visse a Marsiglia, periodo di cui si sa poco. Nel racconto egli è coinvolto nella terza guerra carlista spagnola, e a bordo di una piccola imbarcazione, il Tremolino appunto, partecipa al trasporto di armi per i ribelli filoborbonici in Catalogna. Nel bellissimo racconto, denso di pathos e tragedia umana e marinaresca, nel quale molti sono i rimandi all’Odissea omerica, emerge la figura di Dominic Cervoni, un trafficante corso amico di Conrad che ispirò alcuni personaggi dei suoi romanzi, tra i quali il Giovanni Battista Fidanza di Nostromo.
Se queste sono le mie considerazioni originali derivanti dalla lettura de Lo specchio del mare devo accennare alla profonda analisi compiuta da Franco Marenco, che condivido in pieno.
Secondo la sua lettura, il fatto che Conrad chiami arte bella la marineria a vela e la relativa cantieristica, nelle quali il mestiere e la perizia assumevano un carattere di simbiosi con i loro strumenti e prodotti (le navi) e comportavano un rapporto umanizzato con gli elementi naturali, rimanda ad una modernissima critica alla specializzazione e parcellizzazione della tecnica, di cui sono emblema in ambito marinaresco i piroscafi. Anche l’insistenza sull’uso corretto dei termini marinareschi, cui l’autore dedica puntigliose pagine nei primi capitoli, è indice di come la marineria a vela rappresenti una delle espressioni di un sapere organico ed antico, che nel corso dei secoli ha sviluppato un suo preciso linguaggio cui è necessario fare riferimento (oltre che, dico io, manifestazione di quell’ossessione per la giusta parola di derivazione flaubertiana che caratterizza tutta l’opera di Conrad). Lo scrittore non compie quindi una operazione nostalgica e celebrativa di un mondo scomparso, ma lo utilizza per costruire una sua elegia, o meglio una palinodia, che inevitabilmente rimanda alla crisi generale cui la fiducia nel progresso tecnico sta portando l’umanità.
Se dunque ad una prima lettura Lo specchio del mare può apparire una raccolta di testi utilitaristici, di fesserie scritte per far soldi, ad un esame più attento anche in essi emerge, e non potrebbe essere che così, il grande scrittore che della complessità ha fatto la sua cifra narrativa.