margaret sargent appartiene a una delle tipologie di donna che trovo più intristenti. quelle che confondono l'intelligenza con la ricevuta di ritorno dell'ascendente esercitato sugli altri. che vogliono apparire engagé a tutti i costi - va bene qualunque causa, basta avere un pubblico per l'endorsement di turno - e finiscono sempre a indossare un filo di sprezzo nei confronti delle debolezze altrui. nello stesso tempo però eccole inciampare in situazioni che tradiscono la loro vanità, l'insicurezza, le piccole meschinità che spuntano come la smagliatura di una calza mentre credono di accavallare le gambe con disinvoltura.
mccarthy non fa nulla per smussare gli aspetti imbarazzanti della protagonista di questi racconti (o romanzo a episodi che sia), che viene stigmatizzata come ogni singola comparsa dall'inizio alla fine. amanti, datori di lavoro, analista, presunti intellettuali, amici anfitrioni. in questi sei capitoli (due molto belli e gli altri così così, ma non siamo certo all'altezza de il gruppo) ce n'è per tutti, a cominciare proprio dal personaggio femminile che li attraversa. il quale al di là dell'indipendenza e della brillante mondanità (margaret ce la descrive come compiaciuta della propria «conversazione educata, colta, progressista») riesce a risultare irritante e abbastanza pietosa fino alla punta delle scarpette. così dedita a recitare il copione della donna disinibita e intelligente, da sembrare tristemente prigioniera del suo ruolo. e infatti si rivela sempre più interessata all'immagine che trasmette di sé, che non a vivere davvero le esperienze nelle quali si getta.
se ha un amante, inorridisce al pensiero che il marito non la rimpianga a sufficienza, ma si stufa della nuova relazione appena viene meno la variabile rischio. se a una cena di intellettuali sostiene la posizione di un antifascista spagnolo, lo fa perché sentirsi attratta dalle cause impopolari è un lato romantico di sé a cui pensa volentieri. e se accetta di chiudersi per un viaggio intero nello scompartimento di un uomo appena conosciuto, la sua attenzione è tutta a scrutare gli occhi di lui. per scoprire euforica che - almeno all'inizio - il suo sguardo riflette una donna «bella, gaia e intelligente, mondana e innocente, seria e frivola, capricciosa e meritevole di fiducia, spiritosa e triste, cattiva e in realtà buona, il tutto mescolato insieme, contemporaneamente». perfino quando si concederà a lui una seconda volta passata la sbornia, pur trovandolo grossolano e volgare, lo farà per sentirsi altruista e gongolare della situazione percepita.
mccarthy non mostra tenerezza verso nessuno degli attori che (aspetti macchiettistici a parte) hanno popolato realmente anche la sua vita. ma a differenza del suo personaggio è la prima a mettersi con divertimento dentro il mazzo che va a scompigliare. tirandosi così fuori dalla meschinità, lei sì, nel momento in cui preferisce l'auto-ironia alla ben più facile auto-assoluzione.
tre stelle e mezzo