Il mare, lo sa chi lo ama, è un sentimento. Ma anche un serbatoio di memoria, una possibilità, un tesoro, un pericolo. Il mare è di tutti. Nessuno può raccontarlo senza finirci dentro, senza perdersi anche nella fragilità. E così, in questo libro al calor bianco, le storie di uomini e donne che hanno sfidato, amato o subìto il mare s’intrecciano con quella di chi racconta, mettendosi a nudo. Al punto che qualsiasi etichetta – romanzo, memoir, reportage narrativo – diventa inutile: questo è un testo vertiginoso, che inventa se stesso pagina dopo pagina. «Anche il mio è un viaggio di ritorno attraverso il mare, di ritorno a quanto mi sembrava irrimediabilmente perduto: la passione per qualcosa che ci fa sentire vivi». Il mare trabocca di storie: viste da terra, cercate fra le onde o luccicanti sul fondale. Vicende e avventure che hanno sempre qualcosa di epico, mitico ed estremo. E a raccontare questo mare corale è la voce della scrittrice colta in un momento di deriva della propria esistenza. È lei, ferita e stremata come dopo un naufragio, che ne raccoglie le tante storie con un’angolazione calda, narrativa, quasi investigativa: l’ostinazione di Carmelo, che ha cercato di dare una nuova esistenza a un capodoglio ucciso dall’uomo ricomponendone lo scheletro per anni; le parole di due apneisti, Fausto e Gaetano, che ci trasmettono con una concretezza visionaria cosa significa «sentirsi tutt’uno con l’acqua, sentirsi pesce, mare...»; la mattanza finita con la morte di un ragazzo pieno di vita; le gesta di chi – come Donald Crowhurst nel 1968 – il mare lo ha voluto sfidare in barca a vela, in un giro del mondo senza scali che lo ha portato alla follia; le disavventure di quanti hanno rischiato la vita tra pirati e banditi, o fronteggiato tempeste che nemmeno il coltello che taglia la coda di drago è riuscito a domare; le donne di Lipari, instancabili, che negli anni Cinquanta hanno affrontato fatiche immani per strappare magre risorse alla terra e alle onde. Il Mediterraneo è il mare tra le terre, il mare delle civiltà, e insieme il mare della vergogna, il mare dei migranti. Sulla sua superficie affiora pian piano anche la vita della donna che scrive: l’infanzia scatenata tra campagna e rocce, la passione matta per uno zio pescatore, la crisi che sta vivendo ora, mentre racconta da sopravvissuta anche lei, e si immerge d’inverno nell’acqua gelida alla ricerca di qualcosa che assomigli alla più sfrenata vitalità, a una ridefinizione liquida di sé, forse. Tanto da poter dire: «Così adesso ho raccolto i miei venti favorevoli nel bicchiere di vino che sorseggio lentamente e sto in ascolto di quel che accade intorno e dentro di me…»
Il mare non è il mio elemento, lo amo ma mi incute timore, come le vette dolomitiche che mi sono più familiari, senza però essere una alpinista. Grandi vuoti che temo. Questo libro di Santangelo mi racconta quanto è dura la vita del marinaio, mi ricorda fatti che mi ero scordata e quanto la gente abbia sofferto e soffra per le vite sacrificate.
"mi raccontava della riscoperta del mare senza piú il fucile subacqueo con sé: il mare da nuotare, da assaporare, da ascoltare, da guardare, il mare e basta. Il gesto è stato il piú semplice che si possa immaginare. Mentre parlava, cosí, in un puro moto di affetto, come ad accompagnare le parole, si è chinato e ha accarezzato la superficie del mare a riva. E io ho immediatamente pensato: ecco, dovremmo ripartire da qui. Chinarci e accarezzare questo sistema fragile, in pericolo e, accarezzandolo, accarezzare i ghiacciai che si stanno sciogliendo, gli oceani che si stanno surriscaldando, le terre che stanno scomparendo, l’umanità che lo affronta ogni giorno con il rischio di naufragarci, morirci dentro, persino di sete, e accarezzandolo accarezzare ciascun morto che ci è annegato, ciascun sopravvissuto, accarezzare noi, che di questa misteriosa bellezza faremmo parte se non fossimo cosí presi dalle nostre piccine ed effimere vite di terrestri".
Il mare, con la sua vastità infinita e il suo mistero profondo, ha sempre esercitato un fascino irresistibile sugli scrittori di ogni epoca. È un luogo carico di emozioni, simbolismo e significato, che ha ispirato innumerevoli opere letterarie. Il sentimento del mare è stato descritto in modo magistrale da autori di diverse culture e periodi, offrendo una ricchezza di prospettive e interpretazioni.
In molte opere, il mare è rappresentato come uno specchio dell'anima umana, riflettendo le emozioni e i conflitti interiori dei personaggi. È un luogo di introspezione e di confronto con l'infinito, dove i protagonisti si confrontano con la loro fragilità e cercano risposte alle domande esistenziali.
Un esempio classico di questa rappresentazione è presente nel romanzo "Moby Dick" di Herman Melville. Il mare assume la forma di una forza oscura e insondabile, che richiama il capitano Ahab in un'ossessione distruttiva. Il mare diventa un simbolo della lotta tra l'uomo e la natura, tra la ragione e la follia, tra la ricerca di senso e l'inesorabile destino.
Altri autori hanno invece esaltato il mare come fonte di ispirazione, gioia e libertà. Ernest Hemingway, ad esempio, ha descritto il mare come uno spazio di avventura e di sfida nella sua opera "Il vecchio e il mare". Il vecchio pescatore Santiago si immerge nelle profondità dell'oceano per catturare un enorme pesce, combattendo contro la solitudine e gli ostacoli della vita. Il mare diventa un simbolo di coraggio, resilienza e speranza.
La letteratura romantica, in particolare, ha spesso celebrato il mare come un luogo di bellezza e di passione. Lord Byron, con il suo poema "Le Corsaire", dipinge un quadro affascinante di mari tempestosi, di pirati audaci e di amori appassionati. Il mare diventa un'ambientazione romantica e suggestiva, in cui si svolgono avventure epiche e si esplorano i confini dell'amore e della libertà.
Ma il mare non è solo un luogo di conflitti e avventure. È anche una fonte di quiete e serenità, capace di lenire le ferite dell'anima. In molte opere, la sua immensità e la sua bellezza hanno un effetto terapeutico sui personaggi. Virginia Woolf, nella sua opera "Al faro", descrive il mare come un elemento di guarigione e di riconciliazione. I personaggi si ritrovano sulla costa, circondati dall'abbraccio dell'oceano, e trovano una tregua dai tormenti interiori.
Il sentimento del mare nella letteratura è un tema ricco e multiforme, capace di evocare una vasta gamma di emozioni e di significati. Dal suo potere distruttivo alla sua bellezza ispiratrice, il mare rappresenta la complessità della vita umana e le sfide che dobbiamo affrontare. È un simbolo di speranza, avventura, libertà e introspezione, che continua a risuonare nell'immaginario letterario, trasmettendo emozioni profonde e universali ai lettori di ogni tempo.
Evelina Santangelo personalizza la sua esperienza in maniera davvero straordinaria ....
Ho acquistato questo volume in inverno al termine della sua presentazione in una libreria che frequento, ma ho atteso di trovarmi di fronte al mare per immergermi nella lettura. Anche se il sentimento provato da Evelina Santangelo è differente dal mio, ho trovato questa lettura feconda. Difficile da definire - tra autobiografia, zibaldone e reportage romanzato - questo libro di 150 pagine oppone il 'sentimento del mare' alla 'legge del mare'. Santangelo raccoglie le storie di diverse ferite inferte dall'acqua - tra cui una appartenente alla sua famiglia - per sublimarle nella "bellezza, che in mare è una conquista". "Perché il mare è anche questa forza cieca, questa energia incontenibile, che devasta i corpi, li sfigura, li rende irriconoscibili, li priva di ogni identità, li gonfia come boe alla deriva, li scompone, li decompone, li strazia, li digerisce e poi ne fa mare, ovvero inaspettata bellezza a un prezzo altissimo: scomparire per sempre". Con una prosa piana in cui si intravede un certo compiacimento nell'uso del dialetto dell'infanzia, la narratrice affronta la questione dei dispersi in mare, il traffico di uomini nel Mediterraneo, la dura vita dei pescatori e delle loro famiglie. Al contempo, contempla le "azzurrità" con gli stessi occhi puri della bambina di un tempo, cresciuta tra mare e campagna. Suggestiva è la scoperta dei benefici della posidonia che le permette di superare l'infantile "fastidio, disagio e, quando era particolarmente fitto di vegetazione, sconcerto". Commovente è lo svelamento dell' "inganno della morte che vola in cielo" sul mare di Omaha Beach. Per restare a galla, Santangelo si affida in inverno al moto ondoso e alla sua lezione che lava ogni sofferenza: "È bastato imparare a non attendersi nulla, resistere al freddo e prendere il mare a bracciate, sentendo che non c'è nulla da capire, indagare, immaginare. C'è il mare e ci sei tu che rabbrividisci e poi trovi il calore che ti invade da dentro, nuotando". Dal mare si ricomincia.
Non un romanzo ma un saggio sul mare, quello in superficie (narrato attraverso i racconti di marinai e pescatori) e quello in profondità (di sub e ancora pesca, questa volta di tonni), che si intreccia con la sua storia personale: un cugino morto proprio durante un’immersione in una tonnara in circostanze poco chiare e la necessità di tornare al ‘sentimento del mare’, non di riviera e spiagge attrezzate, ma quello che profuma di campagna, conosciuto da piccola insieme alle nonne. Non adatto se cercate un intreccio, tutto da sottolineare se amate la bella scrittura, la ricerca delle fonti e - ovviamente - quell’insondabile altrove che è il mare.
il mare non è proprio il mio habitat, il posto dove possa stare bene e con cui quindi possa empatizzare, ed è vero che prediligo nettamente la montagna, gli scii e gli chalet tutta la vita, ma caspita tu a prescindere non mi puoi scrivere un libro così, con uno stile e termini inutilmente troppo ricercati, senza concisione. un libro che vuole essere profondo e significativo ma che in realtà non porta a nulla