Figli di contadini, orfani, piccole creature senza famiglia: i bambini di Mo Yan sono al tempo stesso creature in carne e ossa e piccoli fantasmi che visitano le case degli adulti e le vaste campagne della Cina rurale. Anche se spesso sono schiacciati dalla violenza degli adulti e dalla brutalità delle regole sociali, e sembrano sempre sul punto di soccombere, conservano una loro leggerezza magica, una capacità di aprirsi dei varchi, delle linee di fuga, magari nel sogno e nella fantasia. La forza espressiva di questi racconti, che uniscono il realismo e la crudezza visionaria di "Sorgo rosso", sta nella loro capacità di dare rilievo drammatico allo scontro tra le due anime dell'uomo, quella misteriosa e incantata e quella miserabile e canagliesca.
Modern Chinese author, in the western world most known for his novel Red Sorghum (which was turned into a movie by the same title). Often described as the Chinese Franz Kafka or Joseph Heller.
Mo Yan (莫言) is a pen name and means don't speak. His real name is Guan Moye (simplified Chinese: 管谟业; traditional Chinese: 管謨業; pinyin: Guǎn Móyè).
He has been awarded the Nobel Prize in Literature 2012 for his work which "with hallucinatory realism merges folk tales, history and the contemporary". Among the works highlighted by the Nobel judges were Red Sorghum (1987) and Big Breasts & Wide Hips (2004), as well as The Garlic Ballads.
Una serie di racconti, tutti ambientati in un villaggio della campagna cinese, tra gli anni Sessanta e la fine degli anni Ottanta. La campagna, il villaggio, la vita dei contadini sono sempre i protagonisti di Mo Yan, ma questa volta non c’è l’epopea della storia cinese, della guerra contro i giapponesi, la collettivizzazione, la rivoluzione culturale, etc. Qui il tempo è un indeterminato distendersi tra l’avvenuta collettivizzazione e gli anni Novanta, con i grandi cambiamenti imminenti. È un tempo quasi immobile, o meglio il perpetuarsi ciclico della fatalità della vita (e nella vita). È la condizione (quasi) immobile della vita del contadino cinese, su cui Mo Yan si arrovella e si accanisce da diversi punti di vista. È il perpetuarsi infinito della tragedia della vita umana, della fatalità, del lutto, del dolore, che si svolge in mezzo alla sporcizia, al fango, al piscio e allo sterco di un villaggio contadino, abiti lisi che cadono a pezzi, sudore rancido, crani consumati dalla rogna, foruncoli pieni di pus su cui si arrampicano le mosche, buoi irosi dagli occhi di fuoco, cammelli puzzolenti. Una vita grama quella del contadino (l’acqua in cui dovevano nuotare i pesci della rivoluzione), certo migliore di quella degli avi, dove fortunatamente non imperversano come un tempo le carestie (ma gli accenni alle carestie del Grande Balzo ci sono, eccome, nei libri di Mo Yan). Ma non tale da non suscitare un desiderio irrefrenabile di fuggire, nell’Armata Rivoluzionaria, o in città, a fare il muratore o l’operaio. Ma c’è forse anche qualcos’altro. Non c’è mai una Natura matrigna, ma un Fato ineluttabile, quello sì. La Natura in Mo Yan è sempre vista in chiave elegiaca: i cieli tersi, le nuvole multiformi, il vento, i fiori di sofora, le libellule, l’ombra crepuscolare, la luce tenue e tenerissima, i campi di sorgo, le distese di un mare di verde che si perde a vista d’occhio. Lì la vita di campagna, pur dura, perde la sua durezza e la poesia della natura vivente consola un poco l’afflizione. È la Storia invece che è matrigna, e lo è anche il Partito, pur con i suoi meriti, con i suoi funzionari e burocrati, monoliti insensibili e avidi. La vita del contadino oscilla sempre tra le due corna di un Partito e una Storia che, se da un lato apportano innegabili miglioramenti, dall’altro sono insensibili e ineluttabili al grido accorato dell’esistenza individuale e della sua dignità. E quindi, se è vero che sono scomparsi gli infanticidi tradizionali con l’affogamento dei neonati nel pitale del piscio, o bolliti nell’acqua calda, o abbandonati nei canneti alle bestie selvatiche (“Esplosioni”, “Il neonato abbandonato”) tutta la politica di contenimento demografico diventa un rullo compressore sugli affetti del singolo. È questo un tema che ricorre in molti racconti (e che viene trattato in lungo e largo in “Le rane”), una riflessione che Mo Yan fa continuamente, per cui, pur trovandosi una motivazione e giustificazione razionale (“non si può rischiare di tracollare il Paese con un’esplosione demografica”) non si riesce tuttavia a risolvere una contraddizione interiore alla persona: la razionalizzazione va bene, ma resta insopprimibile un senso di colpa, restano i “girini” e le statuine votive ai bimbi mai nati. I bambini, sono loro i grandi protagonisti di questi racconti, immersi loro malgrado nella tragedia del quotidiano. Mamma mia, che sofferenza alcuni racconti! Il mondo visto dai bambini o dagli sciamani non è lo stesso degli adulti. È un mondo incantato, delle volpi dalla coda di fuoco, degli Immortali e degli spiriti delle tartarughe che abitano il fiume e che prendono sembianze umane, dei fiori rossi che attirano nei gorghi il bimbo Fuzi. È la magia della musica del suonatore di piffero cieco, che evoca la bellezza interiore e lo struggimento nostalgico, che temporaneamente cambia e addolcisce gli animi, come la musica di Orfeo, salvo perdersi e scomparire di fronte al gretto calcolo e alla bramosia di denaro. È la magia di Daxiang, dagli occhi cattivi e sinistri, l’uomo che allevava i gatti, che con il suono del suo piffero fa ballare i suoi gatti e incanta i topi, attirandoli nello stagno e affogandoli come il pifferaio di Hamelin.
Anche la misera vita dei contadini cinesi sommersi dalla fatica e dalla povertà al lavoro nei campi di sorgo e di girasole è illuminata da un tocco magico nei racconti di Mo Yan inclusi in questa raccolta. Una folata di magia che si diffonde tra i campi e gli alberi, tra gli insetti dai mille colori e forme, tra gli animali che popolano le campagne: i pesci, le tartarughe, le volpi, i topi sono protagonisti di un mondo fantastico che li rende esseri mitici, destinati ad alimentare le storie degli anziani dei villaggi che si tramandano alle giovani generazioni. I bambini, loro sono i protagonisti principali dei racconti: quasi sempre orfani, o maltrattati dai genitori, abbandonati a sé stessi nelle campagne piene di pericoli, miseri e straccioni ma ricchi di fantasia e di sensibilità per “sentire” la soffusa magia che li circonda e li attira come gli enormi girasoli dei campi sono attratti dal sole. Bambini mai nati perché abortiti a causa della politica di controllo delle nascite praticata dal governo cinese, o, secondo un’usanza atavica delle campagne, bambini abbandonati alla nascita perché di sesso femminile: anch’essi sono indirettamente protagonisti delle storie di Mo Yan, figlio di quella terra, di uno di quei villaggi descritti con voce dolorosamente critica. “ I preservativi, la spirale, i contraccettivi, la chiusura delle tube, la vasectomia, gli aborti sono un metodo efficace per eliminare le crudeltà degli infanticidi del Michinoku….Ma chi conosce un buon metodo per sterilizzare definitivamente una mentalità così profondamente radicata negli abitanti del mio villaggio che neppure dieci vecchi buoi riescono a smuovere?”
Interessante serie di scorci su un Paese geograficamente e culturalmente molto lontano, l'impressione che lasciano i racconti è di brutalità, crudeltà e freddezza ( anche dell'Autore ).
non ne sono fiera, ma ne sono consapevole: sono abbastanza prevenuta verso questi orientali, perché la loro narrativa a volte mi sembra venire da un altro pianeta, dove si respira un'altra aria. non che ne abbia letta molta, poi, della loro narrativa. comunque, col mio bagaglio di prevenzioni ho deciso di provare questo premio nobel ma con cautela, scegliendo dei racconti. e - surprise! - mi sono piaciuti. cupi e violenti, con descrizioni minuziose e similitudini bizzarre, parlano una lingua che capisco (la traduttrice ha senz'altro parte del merito). insomma mi sento incoraggiata, forse approfondirò.
Una cina profonda e autentica, cruda, crudele, rivoluzionaria e arcaica, perfettamente ritratta in questi racconti, che sono impietosi e poetici, dove una dottoressa può praticare aborti in modo industriale, come richiede la politica di pianificazione della nascite, e nello stesso tempo raccontare di creature mitiche intente a preparare pillole per l'immoralità, o dove un moderno pifferaio magico, ormai troppo calato nel proprio luogo, finisce per perdere la faccia davanti ai funzionari del partito. Su tutto pesa come una cappa l'assoluta mancanza di considerazione per l'essere umano, che fa si che nessuno mai paghi per le vite perse e, anche, che nessuno abbia la minima considerazione per la propria vita.
Opera del vincitore del premio Nobel per la Letteratura nel 2012 Mo Yan, L’uomo che allevava i gatti si presenta nella forma di una raccolta di racconti: Il vecchio fucile, Il fiume inaridito, Il cane e l’altalena, Esplosioni, Il neonato abbandonato, Il tornado, La colpa, Musica popolare e in omonimia col titolo del libro, L’uomo che allevava i gatti.
Si tratta di un viaggio nel mondo della Cina della Repubblica Popolare, dove il Partito governa su ogni cosa e lì dove impone, il cittadino, fedele al rosso della politica, esegue senza remore. Un mondo di indiscussa povertà e di sottomissione ad un sistema di gerarchie che tanto ricorda quello della casta indiana caratterizza questi racconti, mettendo sempre in risalto il profondo legame con le tradizioni e l’esaltazione dell’educazione, considerata come un culto solenne. La rigidità e la freddezza nelle punizioni corporali è delle più autentiche e si respira una densa atmosfera di normalità nel frustare la schiena di un figlio agonizzante nel un letto di un fiume, la punizione è lecita ed è forma d’amore in una cultura completamente diversa dalla nostra, come una sequenza di Esplosioni lo mette in risalto ampiamente.
Questa di Mo Yan è la raccolta di racconti migliore che ho letto quest'anno. Ci sono la Cina rurale, il regime, i drammi legati alla natalità e alla povertà, una costante equilibrio tra la concretezza della vita contadina l'aurea magico-fantastica della tradizione cinese; ma quando arrivo alla fine della raccolta mi rendo conto di non aver fatto distinzioni tra storie più o meno riuscite. Non mi sono rimasti impressi colpi di scena o personaggi particolari. Temi importanti e ambientazioni affascinanti passano in secondo piano. Quella che spadroneggia in questi testi è la scrittura. La scrittura di Mo Yan ha ritmo, ti culla, non è mai noiosa, non è mai né troppo difficile e né così semplice da risultare inconsistente. Cominci a leggerlo ed è come stare sull'altalena. Dondoli. Leggere Mo Yan è un esperienza che ti fa uscire dal tempo. Dopo Sorgo Rosso ho avuto una gradita conferma con quest'altra opera. E non vedo l'ora di leggerne altre.
Leggere libri come questi fanno sì che una ci creda ancora alla letteratura. Sono descritti così piacevolmente che non è necessario chiudere gli occhi per arrivare a vedere i personaggi di questi racconti. Mi sono piaciuti specialmente per i loro finali, cosi naturali e per niente prevedibili.
Basta...questa era la seconda possibilità che mi davo di apprezzare l'autore,ma niente da fare ...non mi prende per niente e non capisco nemmeno bene cosa viola trasmettere.
I bravi bambini vanno presto incontro alla loro sorte, quelli cattivi diventano centenari.
Dovevo aspettarmi che Mo Yan avrebbe realizzato un altro connubio perfetto tra poesia e brutalità in questa raccolta di 9 racconti, incentrati sulla vita rurale di un villaggio della campagna cinese dello Shandong, zona originaria dell’autore. I suoi abitanti, quasi esclusivamente contadini, sono uomini semplici che si lasciano incantare dalla melodia di un flauto e dalle leggende sulle volpi, ma a cui è toccata in sorte un’esistenza tragica, fatta di povertà, ingiustizie e dolore.
Ogni volta vengo rapita dall’intensità dei quadri che questo scrittore propone: colori sgargianti, paesaggi sconfinati, suoni di voci dai campi, ma anche immagini cruente, punizioni corporali, odori sgradevoli, fluidi corporei. Mo Yan riesce a trasferire sulla carta la totalità dell’esistenza umana e lo fa con grande suggestione, una discreta dose di lirismo e un’immancabile vena surreale e magica.
I veri protagonisti di queste storie, però, sono i bambini: sporchi, orfani o abbandonati a se stessi da genitori troppi presi dai propri problemi, i bambini sembrano essere gli unici in grado di caricarsi sulle spalle il peso dell’anima e assistere alle più grandi meraviglie e alle peggiori efferatezze del nostro mondo. A questo proposito, ricompare anche un tema caro allo scrittore, affrontato poi con maggiore profondità ne Le rane, che è quello del controllo demografico operato in Cina attraverso la politica del figlio unico e il dissidio interiore (nonché il senso di colpa) che ne derivava.
Continuo a preferire i romanzi, sia per il tono epico che per un maggiore trasporto personale, ma ciò che persiste è la piacevole sensazione di serenità e catarsi che segue la lettura di una sua opera. Un premio Nobel meritatissimo che non deve passare inosservato.
Raccolta di racconti in cui assoluta protagonista è la Cina popolare, rurale, quella lontana dagli sfarzi di facciata del Partito, composta prima di tutto da corpi che soffrono, invecchiano, decadono. È una degradazione rappresentata senza filtri, in cui la scrittura di Mo Yan pur ricercando il momento lirico, poetico, a tratti elevato, ci riporta costantemente alla prosaicità della realtà, coi suoi dettagli gretti, violenti, o semplicemente banali. Oscillazione che si avverte anche nelle convinzioni popolari, sempre in bilico tra vecchie tradizioni e il moderno e disilluso presente. Come viene detto in un racconto, ormai non c'è più magia nelle campagne, c'è troppa gente.
È il primo libro che leggo di questo autore, ma devo ammettere che ne sono rimasta entusiasta. Ho davvero apprezzato il suo stile di scrittura, così evocativo e puntuale, al punto che mi sembrava quasi di assistere a una proiezione cinematografica. Il ritratto della Cina che emerge dai suoi racconti è a tratti brutale, ma è presentato in una dimensione dai risvolti quasi onirici. I protagonisti di tutti i racconti sono calati in una realtà rurale che rende ancora più crudi gli eventi narrati. Lettura fortemente consigliata.
Lo stile è favoloso, il primo racconto mi ha lasciato senza parole per la capacità descrittiva dei luoghi, dei suoni, della luce e anche per l'abilità nello scavare nell'animo umano. La Cina descritta è antica, contadina e superstiziosa nonostante l'alone di modernità portato dal comunismo. 4 stelline e non 5 perché alcuni racconti non si capiva se fossero collegati o autobiografici e non c'era neanche una prefazione nel libro, 2 righe di speigazione per una volta avrebbero fatto comodo...
Particolarissimo, a tratti difficile. Molto intenso, come, a parer mio, solo gli orientali sanno essere, e per questo, talvolta un po' prolisso. Tuttavia, la natura e il piccolo grande mondo che Mo Yan ritrae è qualcosa di incredibilmente affascinante, e questo, sommato al suo stile, lo rendo degno del suo Nobel.
La vita è un rullo di fieno che rotola sull’aia, avanti e indietro, senza soluzione di continuità lasciando nella bocca e nel cuore tanta amarezza. Questa immagine che compare più volte nel lungo racconto “Esplosioni” contenuto in questa raccolta di nove racconti scritti dall’impareggiabile scrittore cinese Mo Yan, Nobel per la Letteratura nel 2012, esprime molto bene il senso che sottende ad ogni storia da lui raccontata. L’ambientazione dei nove racconti è la campagna dello Shandong cinese, da cui proviene lo stesso scrittore, negli anni Sessanta, gli anni del controllo delle nascite, terminato solo nel 2013. Protagonista la povertà, storie dure e crude di passioni forti senza misura, quasi animalesche, storie legate tutte da un filo rosso, ma rosso nel suo termine più pieno e reale: il rosso del sangue della violenza subita, del neonato abbandonato, il rosso dei tramonti, il rosso del sorgo che fa da sfondo ad ogni storia di Mo Yan anche fuori di questa raccolta, il rosso della volpe spietatamente cacciata da un gruppo di uomini, il rosso delle labbra tenere di qualche delicata ragazza. I libri di Mo Yan parlano della Cina popolare, quella contadina, quella più autentica, quella della povertà più estrema e quella delle leggende sugli spiriti che infestano le campagne. Il realismo crudo si intreccia sapientemente con passi di sublime poesia, che riguardano sopratutto il paesaggio e la natura. Pennellate di colore, luce diffusa, mille colori caldi, soprattutto caldi e scarsi quelli freddi, scene del presente che quasi indietreggiano e lasciano il passo a brevi flashback, personaggi che recano sul corpo e nell’anima i segni di una vita difficile e dura, spietata e senza giustizia. Cosa vuole dire leggere un autore come Mo Yan? Le sue pagine sono così dense e cariche di immagini e di emozioni che comportano fatica, dopo aver chiuso il libro ci si sente emotivamente tramortiti, quasi estraniati. Meravigliosamente stupiti. Le tematiche trattate sono difficili e delicate: abbandoni di neonati, infanticidii, aborti, matrimoni senza amore... La pianificazione delle nascite e la politica del figlio unico, preferibilmente maschio, sono da ascriversi ad una delle pagine più oscure e brutali della storia della Cina.
Vite di contadini cinesi tra la fatica e le ristrettezze, due generazioni a confronto tra un passato in cui "le cose sono sempre andate così" e un futuro completamente rivoluzionato dove si muovono drammatici i primi passi sono i protagonisti della raccolta "L'uomo che allevava i gatti e altri racconti".
Il realismo di Mo Yan è straordinario. Il suo registro linguistico passa da pagine dense di poesia, con descrizioni di luoghi e paesaggi, a scene dettagliate di violenza, nude e crude. Non provare empatia è difficile e i grandi temi cari a Mo Yan - il regime totalitario, il controllo delle nascite, la dicotomia tradizione/rivoluzione culturale - e il suo stile unico fatto di lirismo/brutale realismo e continua alternanza tra piani temporali sono un'anticipazione dei suoi più famosi romanzi. . A mio parere Mo Yan rende di più in questi ultimi e non consiglierei di cominciare da "L'uomo che allevava i gatti e altri racconti" come primo approccio, ma è certamente un'ottima aggiunta per conoscerlo meglio. A questo libro do' 3 stelle proprio perchè è ancora acerbo nello stile.
"Il tempo insegue lo spazio, spazio e tempo si fondono in un unico insieme. In questa immensità di spazio e tempo, come polvere fine l'uomo arriva con un soffio di vento e scompare in una nube di fumo. A volte è enorme, a volte infinitamente piccolo." (Esplosioni, p. 129)
"Il vero pericolo colpisce alle spalle, non ci viene incontro: il vero pericolo non è un abbaiare furioso a denti digrignati, bensì il mieloso sorriso di Monna Lisa." (Il neonato abbandonato, p. 156)
I got struck by the sadness of these stories: the misery and grief of the setting, the Chinese countryside, reflected in the despair of the people and of their lives. They are masterly depicted, but I really can't remember one single not depressing story in this book... but I guess that he had no choice, describing his reality.
Nove racconti per entrare nel mondo di Mo Yan, avvicinarsi al suo stile, addentrarsi nella Cina rurale e restare ammaliati dal suo modo di raccontarcela. Ogni racconto disegna un pezzetto di Cina, tratteggia una vita diversa, racconta vicende dolorose ed esistenze tragiche, in cui il destino sembra già scritto fin dalla più tenera età. Perché se nasci femmina non hai valore né speranze, forse sarai abbandonata nella speranza che qualcuno di buon cuore abbia pietà di te, forse sarai uccisa e se finirai tra braccia che non hanno il coraggio di farlo non è detto che le cose vadano meglio. Mo Yan racconta la morte, la condizione femminile, le privazioni della povertà e degli stenti, le difficoltà dei rapporti, la disabilità, la voglia di riscatto e il fallimento, il controllo delle nascite e il rigido controllo del potere, temi che lo scrittore poi svilupperà e approfondirà in altri romanzi.
Racconti di una Cina senza filtri che affronta delle situazioni inimmaginabili per noi paesi occidentali e globalizzati. Tra le varie storie mi sovveniva spesso la leggenda del “filo rosso”. Questa volta però, non inteso come filo rosso d’amore, bensì come filo rosso di sangue. Difatti, a pare mio, ogni storia è collegata dalla sofferenza. Lettura necessaria per chi vuole esplorare una Cina cruda ma sincera!
This entire review has been hidden because of spoilers.
Bella raccolta di racconti. Sono descritte le vicende di povera gente, in una Cina allo stesso tempo contemporanea e fuori dal tempo. Componenti oniriche, talvolta magiche, si alternano a vivide e poetiche descrizioni del paesaggio della provincia, e a personaggi talvolta segnati da immoralità e meschinità.
La mano di mio padre si solleva lentamente, per tre secondi rimane sospesa all’altezza delle spalle, poi colpisce con violenza la mia guancia sinistra. La mano e’ segnata da solchi profondi, impregnata dell’acre profumo della paglia e di quello bruciante del grano maturo. Sessant’anni di lavoro hanno conferito a quella mano una dura forza e un’immensa dignita’. (59)
Presto i suoi vagiti si fanno continui, e inondano la sala parto trasformandola in uno stagno... (103) ...come le rane
E nonostante tutto, nel campo di girasoli, mi pervase la speranza. Numerosissimi calici penzolanti mi fissavano con attenzione e benevolenza come tantissime faccine di neonati. (152)