Nasce il riso, secondo Bergson, dal vedere qualcosa di meccanico applicato al vivente. In questa luce, Il conte di Cagliostro è opera eminentemente comica. Il meccanicismo di un luogo tipico della letteratura fantastica e raccapricciante - un ritratto di donna rievocato in vita (in grazia dei poteri negromantici di un Cagliostro buffonesco e calcolatore) - si applica alle viventi vicende d'amore di un giovane ingenuo. L'effetto è il comico. E forse si trova, in questo racconto pubblicato da Aleksej Tolstoj in ultima stesura nel 1928, un contrasto con le successive e famose opere, Pietro il Grande, Ivan il terribile. In queste s'esaltava, epicamente (anche col favore del momento politico e a favorirlo), la figura possente nella storia; nel Conte di Cagliostro sembra stornarsi nel comico il potere dispotico; il quale applica a destini viventi un disegno estrinseco, un meccanismo, e l'aspetta, appunto, il riso.
Un altro di quelli che io amo definire con "lo stile russo": racconti brevi, pieni di pathos e riflessioni sulla natura umana e i sentimenti e, ogni tanto, un pizzico di mistero. Qui ci troviamo di fronte a un protagonista indolente nei confronti dell'esistenza, che entra in contatto con la figura "mistica" del conte di Cagliostro, che può realizzare i suoi più profondi desideri. Ma, alla fine, era davvero ciò che voleva?
Il conte di Cagliostro, il “più grande truffatore del Grand Siècle”, alla corte degli zar! Avvolto da un’aura di mistero, appassionato di occultismo e arti alchemiche e col dono della preveggenza (certo, non della modestia), il palermitano Giuseppe Balsamo arriva a Pietroburgo nel 1779, presentandosi come il conte di Foenix. Spera di diventare il pupillo di Caterina II e la sovrana, inizialmente, lo accoglie pure ma poi gli proibisce di presentarsi a palazzo. Invidia e calunnie da parte di membri della corte gli fanno terra bruciata tutt’intorno. Riesce però a farsi amici di un certo peso, tra i quali addirittura il favorito dell’imperatrice, il principe Potëmkin. Insomma, nonostante i prodigi di cui si narra (alcune profezie si avverarono), Cagliostro lasciò la Russia alla volta di Strasburgo. La sua figura restò tuttavia impressa tanto che alcune commedie dell’epoca, pur senza nominarlo, sarebbero ispirate a lui: Obmanščik (L’imbroglione, 1785), Obol’ščënnyj (Il lusingato, 1785) e Šaman sibirskij (Lo sciamano siberiano, 1786). Ma la rappresentazione forse più riuscita è quella di Aleksej Tolstoj ne “Il conte di Cagliostro” (1921), un romanzo breve farsesco, grottesco, dall’atmosfera deliziosamente gotica, in cui “l’imbroglione” dimostra tutte la sue oscure capacità nella creazione di “cadaveri” (kadavry), cioè oggetti inanimati vitalizzati, come la donna dipinta nel quadro amato da Aleksej Alekseevič, che comincia a vivere nel mondo reale… ma… è davvero viva oppure no? è davvero bella e cara oppure… «… entrò nella stanza e di colpo vide – come raccontò poi in seguito – una donna nerastra, smunta, anzi non una donna, ma una tarma stecchita, che stava lì, agitava il ventaglio e guardava con uno sguardo penetrante» (Il conte di Cagliostro, trad. R. Oliva, Sellerio, 1990). Recensione pubblicata la prima volta sulla pagina Cultura Italia-Russia: https://www.facebook.com/culturarussa...
Повесть богата образами, романтична и четко передает основную мысль: любить нужно людей, а не свое о них представление. Хоть я и не могу сказать, что полностью это поддерживаю.