Delusione. Una trentina di pagine di note, qualche aneddoto sparso qua e là, ma francamente misero per poter essere definito reportage sulla Cina.
Diventa addirittura fastidiosa questa superficialità che si traduce in una sorta di annotazione dei fatti senza un minimo di approfondimento, senza una riflessione circostanziata, meditata... qualsiasi altra persona, non sicuramente uno scrittore conosciuto come Rumiz, avrebbe potuto fare quelle considerazioni ed osservazioni. Soprattutto perché non si parla di Cina in particolare, ma del viaggio in sè, degli aeroporti, dei passeggeri d’aereo, dei pochi luoghi visitati e persino dei parenti di famiglia. In pochissime striminzite pagine. Mi rimane solo la poesia del profumo del tè che si sprigiona una volta a casa e richiama all’autore il figlio lontano di cui sente già la mancanza (e che motiva la scelta del titolo: “Maledetta Cina” che se l’è portato via).