Paolo Rumiz, in visita al figlio lontano per ragioni di lavoro, ci porta in dono pezzi di una Cina poco conosciuta: le guardie immobili sulle soglie dei condomini, i grattacieli-vivai in cui lavorano migliaia di formiche operose, a cui fanno da contrasto i galoppanti risciò; le robuste e affatto attraenti massaggiatrici che, lontane dagli erotismi associati a vanvera al loro mestiere, rasentano la forza bruta; i campi da basket installati con dissacrante violenza nella mitica Città Proibita; i flussi delle masse simili al “sistema circolatorio di un organismo immenso e complesso, da radiografare dalle arterie principali fino ai più minuti capillari”. Tutto, persino l'assai discussa e diffusa usanza dello sputo, assume un nuovo aspetto. Potenza dello sguardo acuto di un grande narratore e osservatore che si posa sull'inquinato cuore pulsante della Cina. Numero di caratteri: 51.623.
Paolo Rumiz è un giornalista e scrittore italiano. Inviato speciale del "Piccolo di Trieste" e in seguito editorialista di "la Repubblica", segue dal 1986 gli eventi dell'area balcanica e danubiana; durante la dissoluzione della Jugoslavia segue in prima linea il conflitto prima in Croazia e successivamente in Bosnia ed Erzegovina. Nel novembre 2001 è stato inviato ad Islamabad e successivamente a Kabul, per documentare l'attacco statunitense all'Afghanistan.
La definizione di libro e' innanzitutto alquanto inappropriata. Si tratta al di piu' di appunti "spontanei" di riflessioni raccolte durante un breve viaggio in Cina. Ci sono numerosi stereotipi e nessun tentative di approfondimento. Sembra che non si faccia altro che rimarcare le ovvie differenze fra la cultura occidentale e quella cinese. A parziale giustificazione dell'autore ci sono due fattori: la breve durata del viaggio e il limitato orizzonte che si trova ad osservare. Limitato sia nello spazio (Pechino = il partito, la politica) che sociale visto che si limita a vivere tramite il figlio per lo piu' in appartamento in un quartiere/ambiente di nicchia che e' quello degli occidentali nell'universo Cina. Non c'e' alcun contatto con il vero mondo cinese. E lo dice uno che ha vissuto in Cina per un anno e ha viaggiato molto.
"Come da noi tutto cio' che lo sviluppo inquinato ha rubato agli uomini, viene rivenduto loro sotto forma di fiction."
"Tiananmen, immensa. Non e' una piazza nel senso europeo di Agora'. Non e' un luogo dove si parla, e' un luogo dove restare ammutoliti."
"La mia generazione ha avuto più fortuna che giudizio. Non ha conosciuto guerre. Ha evitato trasferte intercontinentali. E' più ricca di quella dei padri e anche di quella dei figli. In compenso ha inquinato il mondo e l'ha riempito di nulla."
Divertente spunto di riflessione: "in Germania non ci sono Cinesi perche' ci sono tanti Turchi"
Un libro, se di libro si può parlare, scritto male e con temi ben più peggiori. L'autore palesa una sua personale presunzione di superiorità fin dalle prime frasi, riducendo il popolo cinese a barbari ignoranti.
"A bordo i cinesi tacciono sempre. Non sorridono, non esprimono nulla. Non sembrano contenti di tornare a casa" "...il posto è facilissimo da trovare, ma il tassista non capisce..." "mi chiedo se gli occhi a mandorla vengono dalla biologia o da un atteggiamento verso la vita" "...dicono che un cinese sia un leone, ma cento cinesi siano cento maiali."
Queste sono solo alcune delle centinaia di citazioni di becero razzismo che si possono trovare in quest'opera. Mai come prima ho provato rabbia nel leggere un libro, o presunto tale. Fortunatamente è finito velocemente e ora posso iniziare a dimenticarlo.
Dopo aver amato follemente Trans Europa Express, ho deciso di recuperare tutto il Rumiz possibile. Purtroppo come secondo libro ho scelto Maledetta Cina che si è rivelato una delusione assoluta. Più che un libro è una lista di cose fatte. “Mi sono svegliato alle.../ho visto questo/ ho fatto quest’altro.” Che noia. Poi spesso mette i punti di sospensione all’inizio della frase, non ne ho capito il motivo. Le parti migliori sono quelle in cui cita Terzani, la mia ancora di salvezza. Spero che il prossimo libro di Rumiz a cui mi approccerò sarà all’altezza del primo e che questo sia solo una brutta parentesi.
Mah... poche pagine, scritte con poco criterio, giusto per buttare giù qualche riga sulla Cina, ma, come lui stesso ammette, senza preparazione, senza conoscere nulla, senza un minimo senso logico e con pure parecchi pregiudizi di fondo. Abbastanza inutile, fortuna che almeno è cortissimo.
Appunti sulla Cina di uno che c’è stato per tipo 10 minuti, senza schiodarsi dalla capitale. Perché gliel’abbiano pubblicato per me resta un mistero. Una massa di luoghi comuni davvero imbarazzante.
Non male, ma troppo corto e un po' poco argomentato - alla fin fine non ho capito il perché del giudizio dell'autore sul paese. Lo stile è come sempre interessante, ma stavolta non basta.
Boh speravo in qualcosa di più, tipo lui che va al mercato e ti racconta come sono i mercati in Cina, o i banchetti che preparano i jiānbîng, o le sensazioni che prova in giro per Pechino, o i cinesi con la panza fuori. C'è qualcosa, ma poco.
Delusione. Una trentina di pagine di note, qualche aneddoto sparso qua e là, ma francamente misero per poter essere definito reportage sulla Cina. Diventa addirittura fastidiosa questa superficialità che si traduce in una sorta di annotazione dei fatti senza un minimo di approfondimento, senza una riflessione circostanziata, meditata... qualsiasi altra persona, non sicuramente uno scrittore conosciuto come Rumiz, avrebbe potuto fare quelle considerazioni ed osservazioni. Soprattutto perché non si parla di Cina in particolare, ma del viaggio in sè, degli aeroporti, dei passeggeri d’aereo, dei pochi luoghi visitati e persino dei parenti di famiglia. In pochissime striminzite pagine. Mi rimane solo la poesia del profumo del tè che si sprigiona una volta a casa e richiama all’autore il figlio lontano di cui sente già la mancanza (e che motiva la scelta del titolo: “Maledetta Cina” che se l’è portato via).