Avendo letto qualcosa di Giulio Cesare Giacobbe, e non essendomi dispiaciuto, ho trovato e mi sono letto questo manuale pratico di buddhismo. Ovviamente non l’ho preso alla lettera, nel senso che non mi sono messo a praticare gli esercizi consigliati per diventare un Buddha, ma ho sicuramente colto con molto interesse gli aspetti del discorso, che già conoscevo, e anche quelli psicologici (le riflessioni su pensiero e inconscio - a modo suo il Buddha storico è stato forse il primo psicoterapeuta della storia, almeno di quella conosciuta).
Comunque, non è che per me fossero discorsi del tutto nuovi. Coinvolto da alcuni cari amici, attorno ai miei 20-25 anni avevo avuto parecchio a che fare con questo tipo di pensiero e degli ambienti in cui veniva praticato; e purtroppo, al di là della buona fede dei miei amici, incocciai in alcune tra le varianti più becere del buddhismo. In sostanza, da un lato c’era il famoso santone delle 93 Rolls-Royce, il quale peraltro continuava a trovare adepti (tra cui i miei amici) nonostante che gli incredibili fatti dell’Oregon fossero già accaduti; dall’altro quelli che ritengono di trovare successo, soldi e donne (o uomini) recitando ossessivamente filastrocche incomprensibili. Ma quello che è peggio (al di là del fatto che gli scritti di Osho che all’epoca si faceva chiamare ancora Bhagwan erano pubblicati da case editrici primarie, e anch’io li trovavo apprezzabili) è che nelle cerchie degli accoliti continuavano a marciare le stesse nevrosi e ossessioni del mondo di fuori, alla faccia della liberazione; l’incoraggiamento ad accoppiarsi (ovviamente eterosessualmente) e il biasimo per quelli che preferivano volare di fiore in fiore, soprattutto se donne; il disagio di alcuni “maestri” (ma farei meglio a dire “maestre”) che pur essendo ricchi di un’energia potente (un valore che comunque ha poco a che fare, da quello che ho esperito, con la loro bontà e purezza interiore) avevano un atteggiamento a dir poco isterico (urla, pianti, insulti e quant’altro) nonché un timor panico che il gruppo li abbandonasse togliendo loro ragioni, protezione e pagnotta; e ovviamente i processi, il gruppo che mette in mezzo l’eretico e lo costringe a fare autocritica, ovviamente pronto a riaccoglierlo amorevolmente (si veda a questo proposito il libro di Kate Strelley “Ultimo gioco” in cui questo meccanismo viene accuratamente descritto - peraltro non esclusivo delle sette religiose, anche tanti gruppuscoli politici marciavano allo stesso regime).
Al di là di tutto questo, capivo poco (e, leggendo questo libro, continuo a farlo) la serratissima critica all’io. A me pare che avere un senso identitario forte sia una necessità esistenziale, e non mi pare che l’annullamento dell’io (proposto gentilmente da Giacobbe, preteso a urlacci nei contesti di cui dicevo sopra) possa essere la chiave per una vita sana ed equilibrata. Trovo invece appropriato l’invito al distacco, al controllo dei pensieri (soprattutto quando essi parlano a nome di disagi non meglio conosciuti), comprendere che tutto è mutamento e quindi è meglio non attaccarsi alle persone. Per quanto riguarda invece gli oggetti, al di là del fatto che il lusso e l’accumulo non mi hanno mai sedotto, possederne è meglio che non possederne, in funzione d’uso; essere un mendicante e vivere di stenti non credo sia seduttivo per nessuno. Un altro aspetto che trovo discutibile, che Giacobbe tocca solo marginalmente ma al contrario è assai presente in un certo tipo di misticismo orientale (non parliamo poi della dottrina cristiana o musulmana e forse anche ebraica) è la svalutazione del sesso e della corporeità. Il fatto è che è attraverso il sesso che ci congiungiamo con la nostra parte animale, quella che ci collega alla natura e ci permette di sopravvivere; dire no al sesso, non è dire no alla vita? E se poi il sesso offre tante varianti di fantasia (queste sì, eminentemente culturali) che ci fanno star bene e ci gratificano senza danneggiare nessuno, perché dir loro no? Inoltre, una gratificazione che in qualche modo può diventare astraente, meditativa, “illuminante” la si può trovare in molti tipi di attività (si pensi ad esempio alle pratiche artistiche o sportive non agonistiche), non è che si sia in qualche modo obbligati a respirare a gambe incrociate per trovare l’essenza.
Per concludere, com’è noto Buddha significa illuminato. L’illuminazione apparirebbe come il fine ultimo della vita, e infatti il libro di Giacobbe parla di questo; ma credo che usi questo termine in una chiave fondamentalmente diversa rispetto a quella con cui esso veniva correntemente usato negli ambientini di cui sopra, dove l’Illuminazione era una specie di condizione oggettiva superomistica. Non si contano i momenti in cui gli adepti si confrontavano in una specie di gara a chi ce l’ha più lungo, o meglio più avanzato il proprio cammino di perfezione; e, stando a quanto afferma la Strelley, non è che fosse un fatto specifico del nostro ambiente. Si dice che Bhagwan fosse un illuminato, ma nonostante questo pare che avesse una paura fottuta delle malattie e della morte; e che illuminazione è un’illuminazione che non ti libera dalla paura? (Tra l’altro nel libro di Giacobbe c’è anche una sua citazione; una sola, breve, e anche una di Sai Baba, altro bell’arnese).
Per la cronaca, i miei amici di allora hanno tutti superato la fase di condivisione di certe forme, pensieri e atteggiamenti. Una si mise insieme, e poi si sposò, con un uomo che considerava quella roba ridicole scempiaggini, e allora ne prese anche lei le distanze, peraltro senza rinunciare a un certo afflato “alternativo” nel suo pensiero - sta sul versante della naturopatia e dell’antivaccinismo, tanto per capirci; un altro è diventato, credo, manager di una società di telecomunicazioni; altri boh, chi più chi meno sono andati oltre, e credo guardino a quella fase della loro vita come a una fugace stagione giovanile un po’ folle, un po’ fanatica. (Personalmente forse, a posteriori, l’avrei evitata volentieri, ma non è stato peraltro l’unico caso in cui sono incocciato in gente premurosa di spiegarmi chi sono, in cosa devo credere, cosa devo pensare; come dice Kennedy, il protagonista del romanzo di Niven “maschio bianco etero”, prendete il numero e mettetevi in coda).
Comunque un bel libretto, sicuramente un modo sano per avvicinarsi a un certo tipo di pensiero e capirne qualcosa di più.
(Nota di colore: “ovviamente” ho trovato il libro su una bancarella. La copertina contiene una finestra circolare, e l’invito a sovrapporre una propria foto su quella del Buddha. La persona che possedeva il libro lo ha fatto (sempre che non sia lo scherzo di un amico che gliel’ha regalato) mettendo una foto-tessera in cui appare come una bella signora, molto curata, che mi pare vagamente di conoscere. C’è da chiedersi come abbia fatto il volume ad arrivare sulla bancarella con la sua foto: a un certo punto lei ha deciso che sono tutte cazzate e lo ha venduto con sdegno? O, al contrario, si è “illuminata” e ha deciso che il non-attaccamento agli oggetti materiali riguardava anche lo stesso libro che le aveva aperto le porte? O forse è morta e gli eredi hanno venduto questo e gli altri suoi libri al mercatino dell’usato? Boh.)