La felicità è soltanto una semplice e fugace sensazione sensoriale per Nina, la protagonista di questo racconto. In una fredda giornata di neve, assieme alla sorella Ornella, mentre aspetta che i vigili del fuoco entrino nella casa della madre, che da tre giorni non risponde al telefono, Nina rivive in flashback il suo passato. La madre, apparentemente affettuosa ma, in realtà, murata nel suo male di vivere e nella sua solitudine che cerca di compensare con il vino, la sorella Ornella, così pratica, concreta, e anche gelosa della sorellina, un padre che ha abbandonato la questo è il mondo di affetti malati e incompleti di Nina, che la portano a sviluppare una sorta di masochismo che sfocia in episodi di autolesionismo, sia nell’infanzia, sia nell’età adulta. Appena maggiorenne, la protagonista lascia la fabbrica – ha anche tentato di studiare, ma non è riuscita a conciliare studio e lavoro – per esibirsi in un night e finisce per vuole denaro, molto denaro, per regalare alla madre un’esistenza più agiata e, in qualche modo, forse, comperarne l’affetto, ma intanto continua ad autodistruggersi. Anche l’amore non è che di Nina, ovviamente, perché per gli uomini lei è soltanto una puttana.
Il primo romanzo di Simona Mannino, nonostante l’argomento drammatico, è capace di regalare al lettore più esigente e attento momenti di autentico piacere per la bellezza della scrittura, per i personaggi non descritti, eppure vividamente visualizzabili, e per l’abilità nell’uso di foreshadowing e la penna d’argento con cui Nina firma il contratto per lavorare al night è come una lama, la firma che traccia è come una ferita, immagine che annuncia l’ambivalenza della scelta della ragazza; i canarini morti nella gabbietta, in casa della madre, ricordano altri due piccoli e morbidi batuffoli gialli, le scarpine di lana con le quali Nina vuole annunciare a Cristian, l’uomo che si illude di amare, la sua gioia di essere incinta, gioia che si spegnerà subito in una scena di violenza che culmina in un aborto. La narrazione fluida coinvolge il lettore e lo trascina in un mondo di simboli, di colori, di luci, di odori e sensazioni attraverso i quali la lettura si fa esperienza e strumento di conoscenza, e allora ci il viaggio della vita, dove porta? Alla fine del racconto, Nina darà la sua così privata, così personale, così finitamente umana.
Nata a Padova nel 1968, vive e lavora nella provincia. Appassionata di libri fin da bambina, si dedica alla narrativa dal 2010. Ha esordito nel 2012 con L’odore della felicità, premiato in concorsi letterari nazionali. Nel 2019 il racconto Tacco 12 è apparso sulla rivista Carie. Nel 2022 ha pubblicato il suo secondo romanzo, Del sangue non mi importa e nel 2024 la raccolta di racconti Fragile.
Facendo un giro in internet tra i concorsi letterari e andando a curiosare le descrizioni dei libri che hanno vinto o sono stati menzionati, sono incappata in questo. La prima pagina mi ha subito rapito, forse perché parla di un rapporto contrastante con la madre e mi sono sentita toccata in prima persona. Non è uno dei libri che leggo di solito, perché tratta temi troppo dolorosi e io quando mi immergo in un libro amo anche distrarmi e sognare. Ma ora sono in periodo di studio e sperimentazione quindi l'ho iniziato (un po' controvoglia. Sorprendentemente, dato che la scrittura è scorrevole e il ritmo del libro veloce, l'ho finito in un giorno. Una scrittura molto bella, mai banale. Ma nell'ultima parte secondo me il libro scade un po'. Perché? Forse perché il finale della tormentata storia d'amore mi è sembrato un po' trito. Forse perché gli sfoghi di Nina che parla, nella sua mente, con la madre, stanno diventando un po' troppo pesanti e ripetitivi. Il finale è tragico, e io non amo i finali tragici. Avrei preferito un barlume di speranza, un cambiamento in positivo. Comunque metto quattro stelle perché i rapporti familiari sono mostrati con un linguaggio non banale, l'autrice non si perde a spiegarci il perché ma ce lo mostra coi fatti e coi dialoghi. Belle similitudini, belle descrizioni dei luoghi che ricalcano l'atmosfera dei sentimenti. Capiamo bene il pozzo senza fondo della tristezza di Nina. Alcune frasi che mi sono piaciute: "Sentii l'odore del sapone passrmi accanto come una ventata di felicità" "... perdermi ancora mille volte negli imbrogli della mia esistenza" "è immersa in quella quiete fatta di niente che adesso è la sua vita."
Ci sono tanti dolori e tante solitudini, aspiranti suicidi inascoltati, incomprensioni, realtà squallide e vite fatte di “avrebbe potuto essere” e pentimenti. Scriverne può essere catartico e far sentire meglio, ma allo stesso tempo se un testo del genere capitasse nelle mani di qualcuno che ha già la sua brutta storia fresca fresca alle spalle potrebbe diventare un involontario suggerimento: se si è dei falliti convinti che dalla vita non ci sia altro da aspettarsi se non ulteriori fallimenti è meglio evitare questo genere di lettura. Dalla prima all’ultima riga è tutto intriso di un’idea di morte, di arrivare sempre troppo tardi e di non avere speranze di redenzione. L’amore e la felicità non esistono, sono solo bugie o illusioni, sul più bello che ci si aggrappa a qualcosa che dà la forza di vivere e superare situazioni difficili ci si rende conto di essersi sbagliati. Di essere sbagliati, e questo è un altro grande tema di fondo. La protagonista tenta in tutti i modi di aggirare il male di vivere che la dilania dall’interno, ma la vita non fa che accanirsi contro di lei e aggiungere delusioni a delusioni, facendosi sempre più squallida e disillusa; e lei si chiude sempre più su se stessa, distacca la mente nel ricordo dei pochi ricordi felici dell’infanzia, si concede ai clienti del night come l’oggetto che loro desiderano. Perché è questo che viene ribadito: essere un oggetto, la parola “puttana” ricorre fin troppo spesso, sfruttata da chi ha i soldi e sfamata dal pensiero di potersi un giorno redimere.
L’odore della felicità è il titolo di questo libro. La protagonista però questo odore lo sente molto poco, solo filtrato dai ricordi della sua infanzia, solo in occasioni particolari. Una storia familiare travagliata, una sorella ingombrante, una vita indipendente, fatta sì, di proprie scelte ma quasi obbligate. La storia di una ragazza particolare, al tempo stesso disinibita ma profondamente chiusa in se stessa si fa violenza per affrontare la violenza del mondo che la circonda. Per fuggire da una situazione triste si tuffa in una forse peggiore. La storia di una morte, quella della madre, raccontata inframezzandola a ricordi: da vita vissuta un po’ all’estremo, le necessità, la voglia di libertà, conquistata dalla famiglia e persa nel “lavoro”. Già perché la protagonista per quanto una brava ragazza si ritrova a fare prima la spogliarellista e poi la prostituta. Anche se dovrebbe essere più smaliziata è una ragazza semplice, per bene, e finisce con l’innamorarsi di un cliente che la sfrutta e poi… Lo stile in cui questa storia è scritta è un po’ inusuale, non è il solito stile narrativo, ha un che di poesia, a tratti un che molto grande. Certi passaggi sono delicatamente dolorosi, struggenti. Altri crudi e realistici. Il finale, amaro, non è scontato per quanto annunciato. Si può dire che ci sai tutta la poetica dell’amore e della morte, il dolore e la passione, a tratti l’alienazione del sé dal resto mondo. L’intensità del racconto richiede un certo spirito nella lettura.