A Milano, una notte d'estate del 1984, due bambine scompaiono da casa. Vengono ritrovate nelle solitudini del quartiere di Lambrate: volevano giocare, si erano perse. Due giorni dopo i genitori si presentano in questura: Patrizia e Valeria hanno lo stesso incubo, che si ripete. Che cosa hanno visto dietro una finestra illuminata? Una nuova indagine del commissario Melis in una Milano di periferia, dove nelle strade sempre più deserte di una città afosa già abbandonata da chi può, si vedono ancora gli operai uscire dai cancelli delle grandi fabbriche, la sera, al suono lugubre delle sirene.
Hans Tuzzi, pseudonimo di Adriano Bon (Milano, 1952), è uno scrittore e saggista italiano.
Consulente editoriale e docente universitario al master in editoria cartacea e multimediale all'Università di Bologna, con lo pseudonimo Hans Tuzzi - che è un personaggio del romanzo L'uomo senza qualità di Robert Musil - ha scritto romanzi e saggi, una serie di romanzi gialli ambientati a Milano con protagonista il commissario Norberto Melis e una serie di gialli storici con protagonista Neron Vukcic. Ha collaborato all’inserto culturale del Il Sole 24 Ore e al Corriere della Sera; pubblica sulla rivista Paragone.
La periferia di Milano si tinge di giallo. Dalla finestra del Colnaghi, ombre cinesi raccontano una storia di paura e mistero. Patrizia e Valeria, dal giardino, assistono allo spettacolo. E poi ecco l’incubo. E l’indagine va.
P.S. Lo dico inscì: a me l’Ambrogio Moroni è antipatico. To’.
Tuzzi è un autore che sa sorprendermi e sicuramente, dopo questa seconda esperienza, leggerò altri suoi libri. L’indagine poliziesca compressa tra le poche pagine di un racconto forse non è la sua espressione migliore, ma ripaga la sua scrittura di gran qualità venata da un sottilissimo filo di ironia che emerge a tratti. Più di tutto, Tuzzi riesce a ricreare angoli della Milano degli anni ’80 con grande precisione, il sentore del terrorismo ancora nell’aria, lo spirito e le atmosfere delle periferie legate al mondo operaio e artigiano, un mondo ruvido, duro, in cui ancora resisteva la diffidenza verso i meridionali, ignaro dell’imminente arrivo di altre lingue, colori e culture. Al commissario Melis consegna il compito di rappresentare i valori migliori e più radicati della Milano borghese: onestà intellettuale, sobrietà, garbo. È il suo tratto malinconico a rappresentare il suo grado di consapevolezza rispetto al suo mondo interiore e al mondo fuori. Non si spara un colpo, non ci sono inseguimenti con le volanti. Più che il caso da risolvere, qui avvince la capacità dell’autore di esprimere le sue molte anime dentro una sola storia. Colto, raffinato, collezionista espero, in molte pagine, Tuzzi mi ha entusiasmato per la coerenza e la credibilità con cui ha affidato ai personaggi il suo stesso gusto filologico, il culto per la conoscenza e la conservazione di arti che si sono perdute o trasformate. Tuzzi è un autore che richiede una partecipazione attiva alla lettura: vocabolario alla mano, Google in piena attività, per verificare le informazioni e le suggestioni che ci manda attraverso i protagonisti. Senza questo impegno da parte del lettore, difficilmente si arriva in fondo a un suo libro; soprattutto è difficile che ci si diverta. È un autore che sfida, e la sfida è giocare con le sue carte.
Non so se io abbia poca dimestichezza con l'autore e quindi la mia scarsa comprensione derivi da questo punto, ma proprio non mi è piaciuto. Non mi sono piaciuti né il linguaggio volutamente ricercato, a volte così ricercato da rendere confusionarie le frasi, né l'inesistenza nell'utilizzo del dialetto milanese. Io, che qualcosa di questo dialetto so, l'ho sicuramente colto: eppure i periodi successivi al dialetto non forniscono al lettore alcun inidizio sul significato delle frasi in un dialetto che non è comprensibile a tutti. La storia è scialba, l'ispettore Melis una figura piatta a cui l'autore non dà poi un vero rilievo; i colleghi dello stesso protagonista erano spesso più e meglio caratterizzati. Non credo leggerò altro di questo autore.
Uno spaccato di una Milano decadente , di periferie abitate da personaggi scontati . Melis ,commissario dal buon intuito ,si perde in questo breve giallo di poca presa .
Un racconto breve in perfetto stile Tuzzi, con poca (pochissima) adrenalina, molti riferimenti culturali e una storia che punta più a raccontare la Milano operaia degli anni Ottanta, con una periferia piena di stabilimenti e un’afa estiva tale da far scappare chi può verso lidi più freschi. Due bimbette compagne di scuola scappano di casa poco prima di sera: tanto spavento, ma fortunatamente vengono recuperate in poche ore senza danni né conseguenze, se non per strani incubi che spaventano le rispettive madri. Viene chiamata la polizia e il vice questore Melis, in un momento di insolita calma investigativa, affianca il suo vecchio sottoposto Santanicchia, ora ispettore capo, in una strana indagine che preannuncia tagliatori di teste e case delle streghe. Il mistero è molto più semplice e molto meno avvincente di quanto sembri, ma la lettura riesce a essere comunque interessante, grazie all’innegabile capacità di Tuzzi di cesellare le parole e incuriosirti e istruirti anche quando si parla di stampe, torni e vecchi trenini.