Dante Arfelli (Bertinoro, 5 marzo 1921 – Ravenna, 9 dicembre 1995) è stato uno scrittore italiano. Nasce a Bertinoro da famiglia contadina, che poco dopo si trasferisce in provincia di Reggio Emilia. A 14 anni con la famiglia si sposta a Cesenatico, dove il padre viene assunto come guardia municipale. Frequenta il liceo classico a Rimini, dove conosce Federico Fellini. Frequenta poi la facoltà di lettere presso l'Università di Bologna, che si trova poi a interrompere per servire l'esercito italiano in Montenegro come artigliere alpino nella divisione Julia. Congedato nel 1944, riprende e completa gli studi, laureandosi in storia con una tesi sul passaggio di Garibaldi a Cesenatico. Nella cittadina fonda la scuola media, inizialmente privata poi gestita dal comune, e ne è docente e preside. Frequenta il poeta e scrittore Marino Moretti la cui casa, sul porto canale, è vicina alla sua, e attraverso di lui conosce altre personalità della letteratura e dell'arte. All'inizio del 1949 presenta il romanzo I superflui al premio Venezia (antenato del Premio Campiello)[2] e lo vince, diventando uno dei più clamorosi casi letterari dell'Italia del dopoguerra. Apprezzata in Italia e tradotta in più lingue, l'opera riceve elogi da parte della critica in Francia e diventa un best seller negli Stati Uniti, vendendo 800 000 copie solo nell'edizione economica di Scribner's, l'editore di Hemingway.
Prosegue il mio viaggio alla (ri)scoperta di nomi e titoli dimenticati o a cui non è stato tributato il giusto valore. Dante Arfelli è l’autore del romanzo I superflui (Rizzoli, 1949) e nonostante abbia vinto il Premio Venezia (precursore dell’attuale Campiello) e venduto quasi un milione di copie negli Stati Uniti, oggi in Italia è pressoché sconosciuto. Ha pubblicato poco, Arfelli, un paio di romanzi, una raccolta di racconti e un’altra di riflessioni, postuma. Aveva 28 anni quando ha pubblicato I superflui, e il Premio Venezia, del valore di mezzo milione di lire, gli era valso la fama mondiale e con essa un’iniezione di fiducia in se stesso e nelle sue competenze autoriali, proiettandolo spedito verso il secondo romanzo: La quinta generazione (Rizzoli, 1951). Poi una profonda depressione s’è impadronita di lui e lo ha accompagnato negli anni, portandolo a smettere di scrivere e a riprendere solo alla fine della sua esistenza, presso la residenza per anziani dove avrebbe terminato i suoi giorni. Doverosa premessa per un autore che in Italia, come detto, si conosce e apprezza (troppo) poco.
I superflui è un romanzo crudo e umano, nessuno spazio a poesia o immagini edulcorate. Solo la realtà. Uno spaccato della società nell’immediato dopoguerra, in cui i giovani dovevano arrabattarsi tra le macerie del conflitto alla ricerca di un futuro.
Protagonista è Luca, un giovane provinciale che arriva a Roma tentato dalle possibilità lavorative della città. Appena giunto alla stazione, è avvicinato da Lidia, una prostituta che si rivelerà prima Mentore del suo viaggio nella società cittadina. Oltre al proprio letto, la ragazza gli offre la propria casa, che affitta da una scontrosa e anziana vedova.
Luca ha portato con sé un paio di lettere di raccomandazione con cui cerca di incontrare il favore di persone influenti in città in grado di offrirgli un lavoro, ma i risultati sono scarsi. Tramite l’intercessione dell’amico Alberto, cerca di costruirsi una rete di conoscenze che gli permetta di introdursi nell’esclusiva società dei benestanti, ma anche qui si assiste al perpetuarsi dell’idiosincrasia tra i ceti: i riccastri figli di riccastri, giovani vitelloni che frequentano le importanti università e arrivano alla laurea senza alcuna preoccupazione, e i meno abbienti che, come Luca, si arrabattano alla strenua ricerca di un impiego qualsiasi che permetta loro il minimo sostentamento.
La figura di Lidia assume gradualmente sempre più importanza nel corso del libro. Da relazione di due sconosciuti che si incontrano e passano una notte insieme – una per lavoro, l’altro per trovare accoglienza in una città sconosciuta –, la loro diventa qualcosa di più serio, un’amicizia, un cercarsi, un affidarsi l’uno all’altra, ma mai fino in fondo. Mai dichiarandolo apertamente. Perché lei è una prostituta e quest’onta di disonore la accompagna come un vestito marcescente
Alberto, giovane rampollo di una famiglia agiata che mai ha conosciuto la povertà e che frequenta con nonchalance i migliori salotti della capitale, tratta Lidia alla stregua di una bambola da poco, che può insultare, denigrare, umiliare a proprio piacimento poiché indegna di alcuna considerazione né rispetto. Le fa scherzi pesanti, la tocca davanti a tutti, senza curarsi della sua dignità, senza considerarla una donna. Ai suoi occhi è solo una prostituta. Qualcosa di superfluo.
Lo stesso Luca cerca di frenare qualsiasi sentimento per lei pensandola come una prostituta e, in quanto tale, non una vera donna, non qualcuno con cui costruire un futuro – senza mai del tutto comprendere o accettare che la sua posizione all’interno della società è simile a quella di lei. Un superfluo, anche lui.
E questa poi non era una donna, era una prostituta, una cosa diversa.
Ragazza che rivelerà un animo generoso, ai limiti dell’amore umano. Figura pura, lieve, generosa, eppure bistrattata dai ceti sociali più alti. Che appaiono superficiali, mai in grado di concedersi un gesto sincero, spontaneo e caritatevole nei confronti di chi sta peggio. Solo offese e umilianti provocazioni.
Arfelli ritrae con sguardo lucido e inclemente un periodo, quello del dopoguerra, che può essere traslato in ogni epoca storica, con i giovani benestanti che tranquilli raggiungono traguardi inarrivabili per il ceto di Luca, inneggiando con noncuranza: “Da domani saremo nuovi disoccupati!”
Un romanzo moderno, toccante e disperato, che per temi, circostanze sociali e personaggi mi ha ricordato La bella estate di Cesare Pavese e, per il cinismo di fondo del romanzo, il distacco e l’apatia del protagonista rispetto ai fatti della vita, Lo straniero di Albert Camus.
Arfelli è un autore che non spiega le cose, le fa percepire al lettore per insinuazione. E anche in questo senso, la sua prosa è molto moderna.
Pensò ancora: lui viveva e agiva e parlava e aveva gli occhi per vedere le case, gli alberi, i giorni, un gatto, tutto ciò che esisteva fuori di lui e formava il mondo nel quale gli uomini si muovevano, il mondo che era dentro la sua testa, perché senza questa tutte quelle cose non ci sarebbero state più. Dentro quel ventre c’erano ormai una testa con i fiori, gli alberi, il cielo, il gatto; solo che colui che vi si stava formando non ne aveva coscienza, non le vedeva ancora. Era una cosa ben terribile il ventre della donna e il suo scopo, solamente ora Luca lo vedeva chiaro, non era il divertimento, ma la vita.
Un particolare interessante è che la sessualità, pur presente nel romanzo, non è mai trattata come qualcosa di gioioso o liberatorio, ma sempre con un imbarazzato disagio da parte di Luca. “Tormentato”, “angosciato”, sono gli aggettivi che Arfelli associa al momento di incontro dei sensi. Una sorta di ansia da prestazione che aleggia, che impedisce a Luca di lasciarsi andare e che esprime il senso di precarietà esistenziale, la paura di legarsi a qualcuno e il senso di colpa di concedersi qualcosa subito dopo aver sofferto i dolori le privazioni, la fame della guerra. Fame che Luca vede sempre come una possibilità, nemmeno troppo remota, all’orizzonte, e con cui tutto il ceto sociale di cui fa parte deve fare i conti, ogni giorno.
Una durezza affascinante, una prosa raffinata, di rara sensibilità. E un encomio alla casa editrice romana Reader for blind, che ha riportato in libreria I superflui e La quinta generazioneristampandoli dopo più di settant’anni dalla prima pubblicazione.
Arrotondato da 1,5*. Un libro vecchio, che sa di vecchio e parla da vecchio. Pure invecchiato male. Di signore delle camelie ce n'è già una moltitudine, onestamente non sentivo il bisogno di una rivisitazione ambientata nell'Italia del dopoguerra. Nonostante sul fronte del lavoro ci sia qualche similitudine alla lontana con i tempi che corrono, di un libro scritto da un maschio, con un punto di vista non solo maschile ma pure patriarcale (il compito che la donna deve assolvere è quello di far nascere una nuova vita, cit.) non sentivo proprio il bisogno. Non capisco il fervore ora, anche se posso capirlo a quei tempi (anni '50) quando fu caso letterario. MAH.
LIBRO LETTURA Dante Arfelli, autore primo novecento sconosciuto in Italia, ma apprezzato in America, racconta l’Italia post-bellica e una generazione che ama la vita, ricerca una dignità ma si sente braccata dalle condizione avverse imposte dalla società: una realtà che prende il sopravvento e che chiede di essere vissuta a tutti i costi. Realismo amaro e freddo: la vita (il sopravvivere della quotidianità) la morte (più personaggi scelgono di farla finita) il lavoro ( insicurezza, raccomandazione), la casa, i ceti sociali ( il povero ed il borghese)... i sogni e i desideri vani e disillusi. Mi sembra il dostoewsky di umiliati e offesi. Luca, Lidia e "la vecchia" vanno verso il loro tragico destino, raccontandoci di vite desolate, "superflue". Via via che ci si avvicina al finale la tristezza aumenta. I tentativi di emancipazione, da parte dei protagonisti, non mancano ma non serviranno, a far salire di grado Luca, le lettere di raccomandazione del parroco o del segretario del Partito Socialista del suo paesello, le amicizie più strane e insolite. Come a Lidia, alle prese con il desiderio di emigrare in Argentina, non basterà trovare chi la mantenga per smettere di fare la prostituta, per raccattare finalmente i soldi per allontanarsi da una triste esistenza. Un destino di fallimento morale, civile e sociale viene messo in scena, tra le pagine de I superflui.
In questo romanzo dal titolo emblematico, pubblicato per la prima volta nel 1949, Dante Arfelli racconta uno spaccato neorealistico di quell’Italia post-bellica e di una generazione che ama la vita, ricerca una dignità ma si sente braccata dalle condizione avverse imposte dalla società. Dante Arfelli, attraverso un tono amaro, spietato, malinconico, disperato ma nonostante tutto segretamente pieno di speranze e di aspettative per il futuro, dipinge i turbamenti dell’animo umano e racconta delle illusioni che svaniscono ma soprattutto della realtà che prende il sopravvento e che chiede di essere vissuta a tutti i costi.
Ho letto con grande piacere questo libro dalla parabola simile alle montagne russe. L'autore ha un profilo molto particolare che lo rende se non unico, almeno peculiare nel panorama del secondo novecento italiano. Un romanzo che è impossibile classificare, che attinge a tante diverse tradizioni letterarie non abbracciandone nessuna. I personaggi sono bellissimi, cesellati e offrono riflessioni lunghe e ricchissime. La critica alla società del dopoguerra è acuta e tagliente, senza mai essere accesa. La lingua è quella degli anni '40 ma il contenuto, se accuratamente rielaborato, potrebbe facilmente essere traslato al giorno d'oggi. E un romanzo che sa sempre essere contemporaneo, è un romanzo che vale la pena leggere.
Romanzo di un’attualità allucinante: meno male che readerforblind ha avuto il coraggio di riportarlo in libreria. La società ritratta da Dante Arfelli è quella dell’Italia post-bellica, ma molto simile alla nostra. I personaggi di questo romanzo - Luca, Lidia, Luigi, Alberto, la vecchia della pensione e tanti altri - sono personaggi in cerca di amore e realizzazione, di un posto dove stare, ma alla fine devono soccombere al proprio destino di inettitudine, in una paralisi joyceana che li lascia senza via d’uscita.
Una messa in scena disperata dell’orrore umano: esistenziale, socio-economico, corporeo… Sarebbe un romanzo a tesi se non fosse per la concretezza straripante (e sgradevole) delle vite dei protagonisti (senz’arte né parte lui, sempre affannato in cerca di favore e protezione; lei prostituta che sogna di emigrare), per gli ingranaggi esposti della società italiana del Dopoguerra, per quelli più piccoli, anch’essi svelati, che triturano i rapporti interpersonali ecc. L’esito su me che osservavo è stato fastidioso, direi, tanto che a un certo punto ho dovuto sospendere la lettura, un po’ perplesso, un po’ imbarazzato e anche un po’ atterrito per l’accanimento distruttivo — fin troppo credibile — della Necessità sui personaggi.
Per puro caso l’ho letto in parallelo alla Strada per Roma di Volponi, dove si racconta una storia topologicamente simile: dalla provincia verso Roma in cerca di fortuna (solo qualche anno dopo); ma è un altro mondo interiore. Qui, nei Superflui, tutto è stretto, ogni muro sorge a ridosso, ogni porta è chiusa: soprattutto manca la capacità di immaginare alternative (per tare sociali, economiche — ovvio — che hanno allucchettato i cervelli, hanno prosciugato ogni energia); lì, invece, nel romanzo di Volponi, che pure in gran parte si svolge in una Urbino fortezza delle abitudini, per il protagonista baciato dalla fortuna era tutto un fioccare di possibilità, fantasie, riflessioni…
1949, vincitore di quel che precedeva il premio Campiello, viene definito un vero “caso letterario” del dopoguerra italiano, tradotto in diverse lingue e best sellers negli Stati Uniti. Poi l'oblio, o quasi, e, per fortuna, recentemente una nuova pubblicazione. La storia, è ancora molto attuale, pur se in un contesto ovviamente cambiato. Due giovani, Lidia e Luca, si ritrovano a convivere e a condividere quella rassegnazione destinata alle persone convinte di non poter desiderare altro da quel poco che già possiedono, di non aver nessuna possibilità di cambiare quello che il destino ha in serbo per loro, anche perché le avversità ricordano loro continuamente quale sia il loro posto appena provano a sperare in un futuro differente. Ci si affeziona a questi ragazzi, ci si sente pervasi nella loro stessa malinconia. Lidia e Luca. Il loro destino, la loro vita che li vede sconfitti in partenza, superflui, fin da subito. Chi sono i superflui? Sicuri che siano sempre altro da noi?