“Non ci sono prigioni tra i mapuche, solo vendette”
Autore normanno, Caryl Ferey è definito dalle note biografiche “grand voyageur”, poiché la sua esistenza e la sua bibliografia sono caratterizzate da una particolare impronta errabonda che lo ha portato ad ambientare le sue opere maggiori nei luoghi più remoti, con particolare predilezione per il Sud del mondo: la Nuova Zelanda per Haka e Utu, il Sudafrica per Zulu, l’Argentina per Mapuche, il Cile per Condor, la Colombia per Paz. E’ da sottolineare il fatto che tali “locations” non sono state individuate dall’autore per un superficiale e snobistico approccio volto a un esotismo fine a sé stesso, ma con la cognizione di causa di chi vi ha soggiornato a lungo, alla ricerca dei mondi dove contrasti razziali e crisi politico-sociali fossero maggiormente evidenti, laceranti e bisognose di testimonianza. Ed i suoi romanzi, sebbene basati sugli stilemi del thriller, dimostrano quanto sia solida la conoscenza da parte di Ferey della storia, dei costumi e delle violente contraddizioni delle regioni scelte.
Questa premessa bio-bibliografica si rende necessaria per inquadrare meglio Mapuche, terzo romanzo di Ferey che leggo dei 4 pubblicati in Italia (dopo il bellissimo Zulu e il più convenzionale Utu) ed ultimo ad essere stato pubblicato in Italia, nel 2012.
Il teatro in cui si svolge Mapuche, termine che si riferisce ad una popolazione amerinda della Patagonia sottoposta a secolari vessazioni da parte dei cristiani, è dunque l’Argentina delle grandi crisi nazionali della fine del XX° secolo: dopo il peronismo, l’atroce dittatura militare di Videla con il corteo della tragedia dei “desaparecidos”, la catastrofe della guerra presso le isole Falkland/Malvine, la spaventosa crisi economica culminata nel 2001. Più precisamente la vicenda si svolge negli anni in cui la dittatura Videla si è conclusa ma le alte sfere del clero e dei militari, profondamente implicati nel regime, sono ancora potenti e impegnati a detenere il potere e ad insabbiare le inchieste che la vicenda dei desaparecidos sta portando alla luce sotto gli occhi del mondo intero.
Come premesso, si tratta fondamentalmente di un thriller politico in cui i “buoni”, soprattutto il bel personaggio della protagonista di origine mapuche, si adoperano per smascherare gli autori delle stragi e dei delitti, ancora al potere o comunque ben protetti, e documentarne le azioni al fine di giungere ad ottenere una giustizia, ancorché per molti come le “madri de plaza de Mayo” e le “abuelas” (nonne), ormai postuma.
Alcuni luoghi comuni, forse inevitabili in questo tipo di trama non certo inedito, e qualche sbandamento nel “rambismo” e nel truculento non inficiano la buona riuscita complessiva del romanzo, che per certi aspetti mi ha ricordato il massimalismo espressivo dei romanzi più famosi di Jean Christophe Grangé. Ma la solidità dell’impianto e del retroterra storico e politico contribuisce a rendere molto interessante il quadro della società argentina in un periodo di massima crisi e, a tratti, sanno creare emozioni e suggestioni corroborate dal puntuale riscontro tramite Google Map (una mia personale debolezza cui non so rinunciare…!) di luoghi di uno straordinario fascino quasi lunare, come le sterminate pietraie nel territorio andino prossimo all’Aconcagua.