In un futuro così lontano che persino il profilo dei continenti è mutato e dove il sole è un gigante rosso e morente che dardeggia in un cielo di un blu intenso, i remoti discendenti dell’umanità vagano fra le città in rovina e le vestigia di civiltà scomparse da millenni. Nuove razze si sono evolute e, fra di esse, nuove creature mai viste finora; la scienza sembra svanita nel nulla e la magia ha ripreso il dominio su di un mondo al crepuscolo, come già era accaduto agli albori della Terra. E in questo scenario indimenticabile dove aleggia un’atmosfera piena di suoni, luci, colori alieni e misteriosi, con forme di vita strane e meravigliose come neppure in sogno potrebbero apparirci, si compie il destino e l’avventura di personaggi indimenticabili: Turjan di Mijr che cerca il segreto per creare la vita intelligente, Pandelume, il mago che vive nel magico eden di Embelyon, T’sais, la bellissima donna che egli ha creato, Mazirian il Mago e il suo giardino di piante semi-senzienti, Cugel l’Astuto con il suo fantastico viaggio in una terra crudele e remota, abitata da strane genti e mostri insidiosi, e Guyal di Sfere, un giovane affamato di conoscenza che vuole visitare il famoso Museo dell’Uomo, dove fra i reperti di un passato dimenticato e le menti sepolte nella polvere potrà forse trovare una risposta ai suoi quesiti. Il ciclo della Terra Morente è un miracolo narrativo irripetibile, il grande classico che ha rivelato il talento di Jack Vance e che rimane a tutt’oggi la sua opera più famosa e imitata.
The author was born in 1916 and educated at the University of California, first as a mining engineer, then majoring in physics and finally in journalism. During the 1940s and 1950s, he contributed widely to science fiction and fantasy magazines. His first novel, The Dying Earth, was published in 1950 to great acclaim. He won both of science fiction's most coveted trophies, the Hugo and Nebula awards. He also won an Edgar Award for his mystery novel The Man in the Cage. He lived in Oakland, California in a house he designed.
Ho iniziato a leggere questa saga per capire l'origine della magia vanciana, cioè quella alla base del sistema di Dungeons & Dragons.
Il libro è diviso in due parti, corrispondenti al primo ed al secondo libro della saga originale. Il primo libro presenta uno stilema narrativo ormai obsoleto, cioè quello di una serie di racconti autonomi, con una non molto rilevante interconnessione di fondo. Il secondo è una storia unitaria, ancorché suddivisa in capitoli con separazioni piuttosto nette, e narra della storia di Cugel che cerca di ritornare nella sua città, Azenomei.
Ho molto apprezzato sia la prima che la seconda parte. I racconti della prima parte sono molto carini, ancorché con grandi differenze di tono e di contenuto, e mostrano in modo molto emblematico lo spettro delle diverse personalità che vivono nel contesto di questo mondo fantasy, cioè un mondo dove il sole potrebbe spegnersi da un momento all'altro, e quindi ciascuno vive questa spada di Damocle a modo suo, chi da opportunista, chi da altruista, e così via.
Il secondo libro propone la storia di uno dei personaggi fantasy più odiosi che abbia mai incontrato, quasi al livello di Thomas Covenant. Cugel è un opportunista imbroglione e approfittatore che sta sempre a lamentarsi di quanto siano opportunisti e approfittatori gli altri, quando lui si comporta peggio di tutti. Riesce a non stare così completamente antipatico perché tutto sommato, in effetti, anche i personaggi che truffa o uccide sono dei bastardi a loro volta, quindi c'è un senso, se non di giustizia, quantomeno di comprensibilità del comportamento di Cugel.
E comunque, ciò che accade a Cugel alla fine della storia appare come la giusta compensazione per il suo costante comportamento.
Nel complesso, ottima lettura, anche se, considerata l'epoca in cui queste storie furono scritte, l'approccio è molto ingenuo e ci sono molte questioni irrisolte, specialmente per quel che riguarda l'ambientazione.
Questo libro è dedicato a Jack Vance, il nostro più abile creatore di universi. — Dan Simmons, "Il risveglio di Endymion"
Da quando sono venuto a conoscenza dell'esistenza del dying earth, particolare sottogenere a cavallo tra il fantasy e la fantascienza, ho sviluppato un'attrazione quasi insana nei suoi confronti. Un richiamo che mi ha spinto a volerne sapere di più, sviscerandone le origini e cercando, nei limiti del possibile, di recuperare le opere più rappresentative.
Il dying earth – o «terra morente», in italiano – si distingue principalmente per l’ambientazione: un futuro remoto in cui il sole è prossimo a spegnersi e la Terra si avvicina alla sua fine. A ciò si aggiunge una serie di elementi caratteristici del worldbuilding, come una tecnologia e una scienza talmente avanzate da risultare, agli occhi di chi le incontra, quasi leggendarie, perdute nella memoria collettiva. Al contrario, la magia è tornata a occupare un posto centrale nella quotidianità degli abitanti della Terra morente; spesso, magia e tecnologia si intrecciano, si sovrappongono o vengono interscambiate da chi le studia e le pratica.
Ma non è solo il worldbuilding a risultare particolare e suggestivo: è altrettanto interessante lo sviluppo psicologico dei personaggi, costretti a confrontarsi con l’idea che il sole possa spegnersi da un momento all’altro. Questa consapevolezza genera una varietà di reazioni culturali e interiori tra coloro che si muovono in queste ambientazioni crepuscolari, permettendo all’autore di delineare personaggi dalle mille sfumature: c’è chi accetta passivamente l’avvicinarsi della fine, e chi invece libera i propri istinti primordiali, deciso a non lasciarsi sfuggire nulla di ciò che la vita può ancora offrire – nel bene, ma soprattutto nel male.
Sebbene si possano trovare esempi riconducibili al filone del dying earth anche in epoche più remote – come in Zothique. L’ultimo continente della Terra di Clark Ashton Smith – è Jack Vance il vero padre e codificatore del sottogenere. Autore maestoso, ha lasciato un segno indelebile sia nel fantasy (Lyonesse) che nella fantascienza (Trilogia di Cadwal, Ciclo di Tschai). È però con il suo ciclo più celebre, la Terra Morente, che il dying earth viene consacrato e definito, prendendo forma nell’immaginario collettivo e diventando fonte di ispirazione per autori successivi, come Gene Wolfe con il suo splendido Libro del Nuovo Sole.
Crepuscolo di un mondo (Fanucci Editore, «Il libro d'oro della fantascienza», 1974) raccoglie i primi due volumi del ciclo: La Terra Morente (The Dying Earth, 1950) e Le avventure di Cugel l'Astuto (The Eyes of the Overworld, 1966).
La Terra Morente è una raccolta di racconti brevi, impostati secondo i canoni classici dell’heroic fantasy. Uniti da un sottile filo conduttore, i diversi episodi servono da introduzione e fondamento all’universo narrativo creato da Vance. Nella Terra morente immaginata dall’autore, un sole rosso si erge pallido nel cielo e, con la sua luce flebile, non illumina: ingrandisce le ombre di un mondo che si avvicina al suo crepuscolo. Sul suolo arido, tra le reliquie di un passato dimenticato e le cime delle montagne corrose dalle tempeste e dalle intemperie, si aggirano creature di ogni tipo: ibridi tra uomo e animale, Morti Vivi, insetti mutanti, demoni e umani malvagi. I protagonisti dei racconti sono impegnati in quest personali, a metà tra il losco e l’eroico, e lungo il loro cammino incontrano fanciulle dalla bellezza inaudita e streghe dalla perfidia tenebrosa. Dal tono fortemente avventuroso, queste piccole odissee sono intrise di un sense of wonder atipico: affascinante e terribile al tempo stesso. Vance è un maestro della suggestione evocativa, e in queste avventure ci offre un’immagine sporca ma potentemente suggestiva del worldbuilding e della bizzarra varietà del suo cast di personaggi. Scorrevoli e avvincenti, queste storie si scolpiscono nella mente e restituiscono il fascino e il mistero di un’umanità in marcia verso la propria estinzione.
Le avventure di Cugel l’Astuto, invece, hanno la struttura di un romanzo a episodi, con una trama lineare e un unico protagonista. Entra così in scena Cugel l’Astuto: un furfante cinico ed egoista, pronto a tutto pur di ottenere ciò che desidera – anche se non è ben chiaro cosa desideri davvero. Si potrebbe dire che il suo unico scopo sia sopravvivere alle insidie della Terra morente. È proprio durante una delle sue mascalzonate che Cugel si ritrova costretto a intraprendere un viaggio costellato di pericoli mortali. Sorpreso a frugare nella preziosa collezione di Iucounu, il Mago Ridente, viene condannato a recuperare una lente magica capace di offrire la visione del Sopramondo. Per assicurarsi che Cugel non sfugga ai suoi doveri, il mago gli inietta nel fegato un parassita incaricato di mantenerlo sulla retta via… attraverso dolore e torture ben mirate a quell’organo. Naturalmente, il viaggio dell’Astuto si rivelerà più insidioso del previsto, e il nostro antieroe si troverà a destreggiarsi – con spietato machiavellismo, senza risparmiare nessuno tranne sé stesso – tra demoni, creature mostruose di ogni genere, e tra le vestigia di antiche civiltà che ormai sono solo pallidi ricordi di ciò che erano, risultato della mutazione umana e terrestre di un pianeta morente.
Sebbene il primo volume presenti diversi personaggi attraverso i quali è già possibile cogliere la profondità psicologica che Vance dedica a ciascuno di essi, è con Cugel l’Astuto che avviene la vera magia. Un personaggio atipico per i canoni dell’heroic fantasy, solitamente popolato da figure archetipiche come l’Eroe, il Signore Oscuro e la Principessa in pericolo. Dimenticate tutto questo! Cugel è perfido, furbo – ma non quanto egli stesso crede – dominato da uno smisurato egoismo e da un narcisismo quasi comico. Si macchia di infamie ignobili e non dà mai segno di pentimento. Le sue peripezie sono punteggiate da dialoghi taglienti e musicali, e in generale i personaggi che popolano la Terra morente sono stratificati e ricchi di sfumature. Di fatto, le avventure di Cugel rappresentano un pretesto per ampliare il worldbuilding, offrendoci uno sguardo più intimo sulla varietà di culture e sugli elementi affascinanti e misteriosi che costituiscono il mondo tratteggiato da Vance. Il bello è che l’egoismo dei personaggi non risulta mai davvero biasimabile: è coerente con un contesto profondamente degradato, in cui il sole può spegnersi da un momento all’altro. Con grande abilità, dunque, Vance riesce a infondere alla sua narrazione un tocco di verosimiglianza, allontanandosi dagli standard più prevedibili del genere.
Naturalmente, il giudizio su questi libri non dovrebbe essere influenzato dalla narrativa fantasy moderna: si tratta pur sempre di opere figlie di una determinata epoca. È quindi necessario orientare il proprio senso critico tenendo conto della loro collocazione storica: per quanto visionari e atipici possano risultare, appartengono comunque a un certo tipo di narrativa. Certo è che, in questo caso, il worldbuilding ricopre un ruolo fondamentale: è l’aspetto più incisivo, quello che scolpisce il ciclo della Terra Morente nell’olimpo del genere. Tuttavia, Vance era prima di tutto un grande scrittore, e la sua narrazione non risulta mai stereotipata. I racconti sono avvincenti, pervasi da un sarcasmo sottile e profondamente evocativi, scritti con uno stile coinvolgente e mai pretenzioso, riccamente descrittivo senza mai scivolare in uno sfarzo barocco.
La Terra Morente rappresenta, dunque, un vero e proprio exploit del genere, e va letta tanto per la sua importanza storica quanto per il modo brillante con cui delinea un’ambientazione estremamente affascinante e un parco personaggi variegato. Preparatevi ad affrontare avventure divertenti e avvincenti, tra maledizioni, inganni e bizzarrie di ogni genere!
Che cos’è la Terra morente? È il nostro stesso mondo ma in un futuro inconcepibilmente remoto. Tanto remoto da essere privo di ogni legame col nostro presente e da apparire come un bizzarro ibrido dei molti passati della Terra. Ecco perché – se vogliamo giocare con le etichette – un’opera che forse dovrebbe essere fantascienza, può essere considerata fantasy. Nei cieli della Terra morente brilla un sole rosso, dalla luminosità vacillante, prossimo alla morte; gli esseri umani lo sanno e attendono con rassegnazione il giorno in cui l’astro non si riprenderà dall’ennesimo offuscamento; i venti e le piogge di millenni hanno levigato le montagne conferendo loro dolci profili. La flora e la fauna sono state stravolte e accanto agli animali più usuali camminano sulla Terra creature di cui è difficile individuare i progenitori. Demoni e vampiri, morti viventi e ibridi essere umano-animale, giganti e gnomi paiono usciti dalle leggende grazie al lavorio di centinaia di millenni di mutazioni. La scienza è stata dimenticata e la magia l’ha sostituita; ma il trascorrere del tempo ha avuto ragione anche di quest’ultima e nella Terra morente le conoscenze magiche sono solo pallidi ricordi delle arti gloriose esercitate dai grandi incantatori del passato (un passato vecchio di migliaia di anni, ma pur sempre un futuro rispetto al nostro presente). La consapevolezza della fine ormai prossima incombe su tutte le attività umane e smorza il gusto di amori e vendette, crimini e avventure. Un’infinita stanchezza circonda ogni gesto, anche i più crudeli o i più romantici. “Che importa!” ripetono spesso e a ogni proposito gli uomini e le donne della Terra morente, “Il mondo è ormai vecchio, e questo potrebbe essere l’ultimo giorno in cui il sole splende alto su di noi…” Ogni impresa appare vana in partenza, ogni amore senza speranza, ogni crudeltà priva di costrutto. Tuttavia uomini e donne si affannano a inseguire i loro sogni e desideri. Combattono, mirano a ciò che è irraggiungibile, conversano e questionano come se in ogni domanda, in ogni risposta fosse nascosto il segreto dell’esistenza. L’aguzzino accetta di conversare con la propria vittima prima del colpo di grazia, ogni scontro si trasforma in una schermaglia verbale, ogni dialogo investe i massimi sistemi (nella migliore tradizione di Vance). Nella prima parte dell’opera (La Terra morente, una raccolta di racconti del 1950) assisteremo alle avventure di Turjan di Mir, il mago ossessionato dal segreto della coltivazione degli esseri umani nelle vasche di crescita; e vedremo che cosa dovette fare T’sain, una delle creature da lui create, per salvarlo dalle grinfie di Mazirian il Mago, che proprio quel segreto voleva sottrargli. Conosceremo T’sais, sorella gemella di T’sain, che per un errore di bio-progettazione è nata con un cervello incapace di percepire la bellezza del mondo e che si metterà in viaggio alla ricerca di essa. Seguiremo Ulan Dhor sulle tracce delle sapienza tecnologica delle ere perdute e Liane il Viaggiatore nelle sue imprese crudeli, fino alla sua missione più rischiosa; e Guyal di Sfere, l’uomo dalle mille domande, che per soddisfare la sua inesauribile curiosità si metterà alla ricerca del “Museo dell’Uomo”, in cui è contenuta tutta la conoscenza umana: un tesoro prezioso ma anche bizzarro in un mondo che sta per finire… Storie di volta in volta crudeli e patetiche, romantiche e malinconiche. Nella seconda parte (Cugel l’astuto, un romanzo del 1966) il tono si fa più ironico, ma anche più pessimista. Questo per merito del nuovo personaggio che Vance introduce (uno delle sue creazioni migliori): Cugel l’Astuto. Cugel è un ribaldo: egoista ed egocentrico, astuto ma spesso presuntuoso e superficiale, collerico e vendicativo, prodigo e imprevidente nelle rare occasioni in cui vive nella ricchezza, avido e insidioso quando le sue tasche sono vuote. Coinvolto in un furto ai danni di un mago, Cugel è costretto ad espiare la propria colpa mettendosi in viaggio per rubare e consegnare all’incantatore un prezioso tesoro magico. A ogni tappa del proprio viaggio Cugel cercherà di arricchirsi truffando e rubando, interagendo in modo spesso disastroso – per sé e per gli altri – con i singoli e i gruppi con cui avrà a che fare. Avidità, una vena di sadismo, incomunicabilità radicale tra gli esseri umani… Fra i tanti personaggi di quest’opera composita è comunque la Terra morente il vero protagonista, dotata com’è di una personalità ben caratterizzata: ogni storia, ogni evento e personaggio paiono infatti emanazioni di questo mondo creato da Jack Vance.
Turjan di Miir: parte bene, poi diventa sconclusionato e insignificante, se non per l'accenno alle scienze perdute del passato. Mazirian il mago: storia carina, niente più. Un pretesto per leggere una carrellata di creature fantastiche che popolano questo mondo futuro. T'Sais: scorrevole e piacevole; non molto originale, ma raccontato bene. Il miglior racconto del lotto. Liane il viaggiatore: il protagonista è odioso quanto basta, ed il finale è spiazzante. Guardatevi da Chun, l'Inevitabile! Ulan Dohr: bel racconto post-apocalittico, dove si apre uno spiraglio sul passato della Terra. Guyal di Sfere: unico racconto lungo. Debole in alcuni punti, buono in altri, con un finale rocambolesco ed originale. Tutto sommato, questa è una discreta raccolta di racconti brevi. Decisamente affascinante il mondo futuro creato da Vance; le storie in sè non sono nulla di eccezionale, ma intrattengono dannatamente bene.
Un classico fantasy che ha influenzato questo genere negli anni a venire acquisendo un'importanza non da poco, è composto da due parti, la prima una raccolta di racconti, la seconda le avventure di Cugel l'astuto. Pur essendo oramai le trame un po' scontate e prevedibili, resta notevole la fantasia dell'autore e la sua abilità nel dare, nel breve spazio del racconto, la sensazione deprimente del mondo che sta finendo. Si nota anche un'eleganza di altri tempi nel linguaggio e nei modi dei personaggi, che hanno spesso anche un che di ironico. Piacevole.