Siamo in un mondo da dopobomba, nelle steppe siberiane con una nuova glaciazione in progressione, dove l'umanità è decisamente regredita a un modello sociale elementare costituito da poche classi (preti, guerrieri, contadini e nomadi) e retto su una nuova fede che è una celebrazione decontestualizzata dei "bei tempi che furono": si elevano preghiere a Marx, Lenin e Stalin, si invoca il comunismo e si maledice il fascismo in maniera totalmente avulsa dai significati originari (d'altra parte è sempre davvero corto il passo tra ideologia e fede).
Un classico, praticamente, ma "Gli invasori" ("The Strange Invaders", 1934) di Alun Llewellyn (autore semisconosciuto che si è dato alle sf in questa unica occasione - più info in appendice alla storia) è stato scritto quando ancora la "Bomba" non era ancora un incubo per intere popolazioni.
Non fossero già tutti quanti, in partenza, così malmessi, socialmente e mentalmente, al contesto si aggiunge l'ascesa di una nuova razza che pare intenzionata a far piazza pulita dei rimasugli dell'umanità: ritornano i sauri (senza piume perché negli anni '30 non ne usavano) e pare che niente li possa fermare (e, diciamolo, potrebbe non essere proprio un male).
Della sottotrama non dico nulla, del pensiero dell'autore, ben distribuito nel corso della narrazione, si può dire che ha ancora una valenza attuale e che è interessante scoprirlo in un'opera che ha una novantina d'anni.