Che packaging sapeva dare Urania! Con un titolo (l’originale è un banale “Bound in time, “balzo nel tempo”) e una copertina di Thole così, spronato dai buoni commenti di colleghi fantascientisti, e memore di un ottimo romanzo di questo autore (l’angosciante ”Xeno, l’abominio che ci aspetta”, Urania 892), come non esserne attratto?
Mark, medico a cui è stato diagnosticata una malformazione cardiaca che lo porterà alla tomba in un paio d’anni al massimo, e comunque è già vedovo di moglie e figlio, ha l’occasione di fare da cavia a una macchina del tempo artigianale, che lo fionderà più o meno quattrocento anni nel futuro: seguono avventure e vicissitudini sul pianeta Terra del 2480, chiaramente devastato da secoli di guerre, nonchè su una stazione spaziale e sulla colonia lunare, che riescono a sopravvivere in autonomia, anche se diversamente opprimenti: la prima una colonia collettivista dove ogni individualismo è stato dimenticato e perfino il sesso banalizzato (ci penserà il nostro maschio degli anni ’70 a farne riscoprire il lato “selvaggio”!), la seconda una tirannia feroce basata sul terrore e sul sadismo (con qualche reminescenza della serie di “Gor” di John Norman, uscita a partire dal 1966).
Il nostro eroe riuscirà a castigare il crudele tiranno, sopravvivere al lupo gigante visto in copertina, salvare una famigliola di orfani, e anche a evitare pericolosi paradossi temporali nel frattempo, anche se pagherà un caro prezzo per questo.. È una lettura avvincente, che trovo utile a chiarire le differenze tra un romanzo di valoire letterario (anche nell’ambito di un genere) e uno che è invece ottimo artigianato, come questo. Jones sa narrare: la trama è sempre tesa, ogni scena è coinvolgente e ben descritta, i personaggi interessanti (nella loro superficialità), i topoi della fantascienza utilizzati senza risparmio (viaggio nel tempo e paradossi, dopobomba, mutazioni genetiche, utopia e distopia), le incongruenze trascurabili (la principale il sentimento, naturalmente ricambiato ma sottotraccia, per la dura soldatessa Gloria: che non si capisce come e perchè nasca). Sicuramente un romanzo che da ragazzino avrei amato di più, ma che oggi mi fa dire: bello, ma il senso di tutto alla fine qual è? Pregi e difetti dell’artigianato ben esemplificati dal finale: sorprendente, crudele e narrativamente molto efficace, ma in fondo.. perché?
Dal punto di vista del costume, è interessante: per il sentimento di incombente sconfitta degli USA da parte dell’URSS; soprattutto per il protagonista, che sembra uscito da “Playboy”, rivista e mentalità che nell’82 erano all’apice della popolarità e dell’influenza culturale: è un gagliardo maschio etero che va a caccia, beve e fuma, e non si fa scappare una femmina, libera o schiava (anche perchè si offrono loro, o vengono offerte) e naturalmente facendole contente tutte; dedicando un “cresci bene che ripasso” a una preadolescente e rifiutando signorilmente la condivisione di una adolescente ben disponibile (anche se a fine romanzo confesserà di non ricordare il loro viso, di una nemmeno il nome; di fatto ricorderà solo quelle con cui non è (ancora) andato a letto). C’è anche un momento di derisione degli omosessuali, fortunatamente presto abbandonato.
Vista la disparità di pagine con l’edizione originale, ho voluto leggere questa, ma in effetti è vero che la paginazione di Urania permetteva di ridurne del 20% il numero, considerando anche che non c’è il salto pagina a ogni capitolo; solo numerose “asciugature” di frasi dalle scene erotiche più fantasiose (fantasiose fino a un certo punto: l’autore è pur sempre un ufficiale della Marina britannica in congedo.. e comunque ne restano abbastanza).