Solferino ha ripubblicato questo thriller di Marilù Oliva che era stato pubblicato per la prima volta nel 2009 dalla casa editrice (a me completamente ignota) Perdisa pop.
Il protagonista è Lorenzo Cerè, che a causa dei suoi fortissimi mal di testa è costretto a cambiare medico, psichiatra e psicologa. La sua peregrinazione di specialista in specialista termina quando incontra la dottoressa Marcella Malaspina, l’unica a cui vuole dire tutta la verità sulla propria storia.
Tutti usano il detto latino “Repetita iuvant”, ma per Lorenzo è meglio dire “Repetita” e basta, senza alcuno “iuvant”. Perché quel detto lo ripeteva sempre Mariano, il compagno della madre, quando lo picchiava: e lo diceva così, senza neanche capirne bene il significato
“Per tanti anni la mia rabbia è stata cauterizzata dai sedativi e dalla chimera che, studiando la Storia e deprecando i crimini del passato, avrei alleggerito il fardello che pesava sulle mie spalle. Repetita iuvant mi ribadiva Mariano quando faceva schioccare a terra e poi sulle mie spalle la sua cinghia di finto coccodrillo acquistata a duemila lire nel mercato bolognese detto la Piazzola, un’area quadrangolare densa di colori, odori, colma di baracchine e un ciarlare babelico. Non si sarebbe mai sporcato le mani con me.
Repetita iuvant e via la prima frustata. Neanche lui sapeva esattamente il significato di quella frase, solo percepiva un vago senso per il quale occorreva ripetere ostinatamente. Questo lo applicava a tutto, errori compresi. Repetita iuvant, seconda frustata. Ed eravamo solo all’inizio.”
Per questo è meglio dire REPETITA e basta, perché
“La frase Repetita iuvant è un grave insulto per le vittime della Storia.
Dall’era delle antiche civiltà fino a oggi, l’umanità ha contrassegnato le sue impronte con la ripetitività dei misfatti, delle bassezze, delle sopraffazioni. L’umanità ha cronicizzato la sua abilità nel dimostrarsi sempre, banalmente, quasi artificiosamente ripetitiva. Per questo ritengo che sia doveroso cancellare il verbo iuvant dalla frase latina e cristallizzare la parola repetita a simbolo della Storia.
La Storia è un ossimoro malcelato. Oggi come dalla notte dei tempi. Certo, le situazioni cambiano. Ma si ritrovano le stesse cancrene di potere, le stesse perversioni, gli stessi templi. Ancora imbrogli, sangue, all’orizzonte l’allucinazione di un’eternità che fluttua in promesse visionarie. I millenni che scivolano ripidi lungo calanchi infecondi, il tempo che passa, le prevaricazioni che si perpetuano. Se qualcosa è migliorato, certo non è bastato a riscattare la Storia.”
Un thriller psicologico avvincente, nei meandri delle ferite della psiche di un uomo la cui storia è sì un granello nella Storia dell’umanità ma è anche simbolo di tutti i disperati della Storia
“Lo so che mi sono posto in una posizione sbagliata rispetto al metodo storico. Mi sono lasciato trascinare dal giudizio e dal disprezzo scaturito verso l’umanità. Tuttavia non sono uno storico, sono solo un disperato della Storia, un poveretto che ha cercato in essa giustificazioni ai suoi delitti. E ne ha trovate a valanghe.
[…]
Ho macchiato la Storia, anche se nel mio piccolo, di sangue. Per disperdere il rancore ingabbiato dall’infanzia e quello in gestazione nei secoli dei secoli. La mia acrimonia è stata quella degli schiavi ribelli al seguito di Spartaco, poi quella dei popoli affamati in rivolta, è stata quella degli eroi sconosciuti morti sul lavoro o in una guerra in cui non credevano, dimenticati dalla quotidianità.”
Bello!