Ci hanno sempre ripetuto che il lavoro è ciò che ci definisce, il fondamento della nostra dignità di esseri umani. E allora perché, in tutto il mondo, sempre piú persone si dimettono? Negli ultimi anni abbiamo avuto diverse occasioni per chiederci se la vita che stiamo vivendo è quella che vogliamo vivere. Per molti la risposta è stata no. Questo perché è cresciuta l'indisponibilità a sottostare a regole tossiche e vessatorie che numerosi contesti lavorativi impongono.
A partire dal vissuto delle lavoratrici e dei lavoratori - soprattutto in Italia - Francesca Coin analizza le ragioni della crescita di una tendenza del tutto inattesa, e mostra come oggi dimettersi significhi non solo impedire alle condizioni di sfruttamento di deteriorare la nostra salute e le nostre relazioni, ma anche riconquistare tempo per noi stessi e per la nostra vita. Già prima della pandemia un sondaggio svolto in 140 Paesi aveva reso noto che l'80 per cento della popolazione occupata odia il proprio impiego. E cosí, dopo aver avuto mesi per riflettere sulla qualità della vita, tantissime persone esauste, esasperate e impoverite si sono organizzate per licenziarsi collettivamente dai settori della ristorazione, della sanità, della vendita al dettaglio, della cultura e da altri ancora. Dando forma a quello che è stato definito il fenomeno delle Grandi dimissioni.
Sono convintamente antilavorista, quindi non mi ha radicalizzata di per sé (perché lo ero già), ma radicalizzata ancora di più, con quella buona dose ulteriore di odio di classe che move il sole e l'altre stelle.
Tutti dovrebbero leggerlo. Chiunque. Nonostante l'elevato tasso di disoccupazione italiana, il fenomeno delle grandi dimissioni interessa anche il nostro Paese. Che cosa spinge così tante persone a rischiare di rinunciare ad un reddito pur non avendo pronta un'alternativa? Dati alla mano, la sociologa Francesca Coin ci offre un quadro dettagliato ed impressionante della situazione che si è andata a delineare dallo scoppio della pandemia di COVID ad oggi, dagli USA alla Cina, per rendere meglio la portata globale di questo evento, approfondendo infine il caso particolare rappresentato dall'Italia, con tanto di interviste ad alcuni lavoratori provenienti da svariati settori come la sanità, la ristorazione, la grande distribuzione ed il mondo della cultura. Un reportage davvero crudo ma necessario sul mondo del lavoro di oggi. E al tempo stesso, paradossalmente, una fresca boccata di speranza nella possibilità concreta di cambiare rotta, nonostante tutto.
Un testo consigliato non solo agli "addetti ai lavori", ma a chiunque abbia intuito da tempo che il problema alla base delle aziende che non trovano personale NON sia il reddito si cittadinanza. Dall'Italia alla Cina, dalla sanità alla ristorazione, ecco i veri motivi per cui i lavoratori hanno iniziato a sottrarsi alle aspettative e ai meccanismi che li vogliono tesi a vivere per lavorare, e non il contrario. . . . #LaBinaLegge #recensioni #bookstagramitalia #FrancescaCoin #LeGrandiDimissioni
Recensione a cura della pagina instagram Pagine_e_inchiostro: Le grandi dimissioni non è solo un saggio, ma un manifesto che invita a riflettere sul nostro rapporto con il lavoro e sulla necessità di ridefinire un equilibrio tra vita professionale e vita personale. Partendo dall'analisi delle dimissioni di massa che hanno caratterizzato gli ultimi anni, dalla pandemia di Covid ad oggi, la Coin esplora un fenomeno che sta scuotendo il mondo del lavoro: il rifiuto di regole oppressive e disumanizzanti che prevalgono in molti contesti professionali, in particolare in Italia.
Nel libro, l’autrice ci guida attraverso una riflessione sul valore che attribuiamo al lavoro, spesso considerato come fondamento della nostra dignità. Come spiegare allora il fenomeno delle Grandi dimissioni? La risposta é tanto scomoda quanto illuminante: le dimissioni non sono solo un atto di ribellione contro le condizioni di sfruttamento che danneggiano la salute psico-fisica, ma anche una forma di riappropriazione del tempo, della libertà e dei rapporti che contano davvero.
Come un documentario plurigenerazionale sul tema del lavoro, il saggio sottolinea come le dimissioni possano diventare una forma di resistenza contro un sistema che chiede troppo e restituisce poco. Mettendo in discussione il modello lavorativo tradizionale, si tenta di ridefinire priorità di vita che ormai sembrano essere invisibili, in un sistema che ha normalizzato l’alienazione.
Le grandi dimissioni è una riflessione urgente e necessaria, una lettura fondamentale per chiunque desideri capire il presente e immaginare un futuro più equilibrato e umanocentrico.
"Le grandi dimissioni" ha il coraggio di presentare il fenomeno della disaffezione nei confronti del lavoro nella sua nuda realtà. Questo è il merito e il limite di un'analisi che non va oltre il resoconto, e che guadagna molto proprio dalla sua sezione dedicata alle testimonianze. La Coin non riesce a guardare oltre il fenomeno e non ne fornisce una spiegazione. Infatti, nei punti in cui la costellazione di dati e di riferimenti bibliografici diventa compiuta e sembra produrre una interpretazione, essa si rivela fragile. Il saggio, infatti, non dà ciò che promette, perché "il nuovo rifiuto del lavoro e il tempo di riprenderci la vita" non trova nella sua narrazione un punto di ricaduta che sia veramente esistenziale. Benché lo assuma nello slogan-testamento, questo risvolto è tradito ogni volta che l'autrice si limita a guardare alla stanchezza come alla contropartita di un sistema malato - di cui conosce e spiega tutte le patologie (dalla precarietà allo sfruttamento) - ma non riesce a portarsi all'altezza di una denuncia radicale della sconnessione definitiva (anche se non epocale) del rapporto tra lavoro e senso.
questa è sociologia a livello altissimo. una ricerca vasta, metodologicamente completa e inattaccabile, con una profonda elaborazione di letteratura multidisciplinare, con una scrittura elegante, appassionata e di qualità narrativa, su un problema sociale che ha un visibile impatto su tutte noi come persone e comunità e società. una cassetta degli attrezzi, come si è sempre detto che dovrebbe essere la sociologia pubblica: strumenti per vedere, pensare, agire e cambiare. un libro davvero bello ma che ho impiegato settimane a finire: è stato doloroso dovermici confrontare, poi intenso, impegnativo, e trasformativo.
Un'analisi del fenomeno delle grandi dimissioni esaustiva e accurata. Francesca Coin tratta l'argomento in modo magistrale ed è un libro che consiglio a tutte le persone interessate al tema (o anche solo a tutt* quell* che hanno una minima curiosità).
Libro molto interessante. Lo farei leggere anche nelle scuole. "Noi non siamo il nostro lavoro, il lavoro non ci qualifica"..un concetto da tenere bene a mente!
Non è per tutti chiedersi “Ma il lavoro cosa è?”, e se si guarda ai discorsi populistici sul reddito di cittadinanza o all’espressione stessa “grandi dimissioni”, concludiamo che a farsela siano poche persone privilegiate. Invece è una domanda impellente che affonda le cause in una svalutazione di tante facce del lavoro: i salari, delle condizioni decenti, la sicurezza. Coin attraversa diversi ambiti mediante interviste e ricerche, con uno stile fresco, giornalistico e sapientemente critico. Il risultato è un bello schiaffo in faccia per chiunque pensa che a dimettersi siano pochi, e che le grandi dimissioni siano un fenomeno limitato. C’è da ridiscutere le basi, cominciamo da qui.
L'80% dei lavoratori dichiara di odiare il proprio lavoro. Il tasso di turnover di Amazon è talmente elevato che, con gli attuali trend delle uscite volontarie dei dipendenti, non è assurdo stimare che l'offerta di lavoro per il colosso americano supererà la domanda nei prossimi due anni. Rimanendo, invece, in Italia le statistiche recenti ci relegano all'ultimo posto della classifica dei Paesi OCSE in termini di crescita salariale negli anni dell'inflazione al 5%. A leggere le riflessioni di Francesca Coin ci si chiede se è giusto che, davanti a questi numeri, il dibattito sulle priorità di un futuro più sostenibile sia più incentrato su una questione di luogo (climate change, scarsità risorse, conversione tecnologica dell'economia) che non di persone (salario minimo, equilibrio vita-lavoro, salute). Si può desiderare a tal punto un lavoro da non volerne realmente nessuno? Si può esser finalmente liberi di criticare il lavoro senza essere tacciati di nullafacenza? Degli spunti di riflessione offerti dalla Coin colpisce constatare come il paradigma lavoratore-azienda si ribalti puntualmente nel corso del succedersi delle epoche: l'autrice traccia un lucido parallelo storico che parte dall'industria post-industriale, dove per reggere la scala di produzione in funzione del tasso di turnover si è reso necessario impiegare mediamente 3 lavoratori per 1 (ovvero un turnover del 300%), fino ad arrivare alla nascita delle prime teorie moderne dell'organizzazione aziendale dove, a voler mettere una pezza su un turnover diventato ormai incontrollato, il lavoratore (il "capitale umano") tornerà di prepotenza al centro delle priorità dell'industria e ne sarà millantato al punto da incarnarne nella propria persona i valori aziendali (quel "siamo una famiglia" che da motto è diventato meme). Che poi, oggi, i tassi di turnover del personale dipendente stiano tornando ai livelli dell'industria fordista, è forse argomento troppo sottovalutato e ancor meno presente nelle agende legislative e nei programmi politici, come a dire che il problema non può essere piu la lotta alla disoccupazione se i disoccupati il lavoro non lo vogliono. Forse il libro perde di ritmo nella seconda parte, dove la ricerca lascia spazio al dialogo diretto dei testimoni delle grandi dimissioni: la Coin sceglie di concentrarsi sui settori da prima pagina (sanità e ristorazione) mentre sarebbe stato interessante aprire una lente sui servizi e capire, attraverso i dati, se anche lo smartworking non stia contribuendo negativamente al fenomeno attraverso la creazione di non-luoghi virtuali in cui si annullano le connessioni sociali, aumentando lo stress del lavoro e riducendo la soddisfazione data dal lavoro stesso. Nel complesso si potrebbe insinuare che Le Grandi Dimissioni non diano una lettura così diversa da ciò che abbiamo autonomamente percepito in epoca post COVID come quel grande processo di presa di coscienza collettiva in cui si sono rimescolate le priorità dell'esistenza individuale e dove l'azienda fatica sempre di più a trovare lo spazio del passato, ma è comunque un libro che definerei "necessario" anche solo per non dire che, il giorno in cui il capitalismo avrà fallito, noi non lo sapevamo.
PRO: lettura scorrevole, analisi lucida e concreta di trasformazioni e problematiche del lavoro moderno, azzeccata metafora del rapporto di lavoro come un matrimonio (ma con implicazioni diverse da quelle che potremmo immaginare)
CONTRO: testimonianze dei lavoratori alla lunga ripetitive, nessuna analisi di possibili soluzioni e alternative
L'autrice parte dall'analisi dal cosiddetto fenomeno delle grandi dimissioni, che ha colpito il mondo intero all'indomani della pandemia di Covid e ha visto un picco senza precedenti di dimissioni volontarie, per allargare lo sguardo alle trasformazioni in atto e alle problematiche che affliggono il mondo del lavoro, puntando il dito verso un modello di sviluppo basato sul paradigma dell'efficienza, che sacrifica diritti e dignità dei lavoratori sull'altare del profitto, della produttività e dell'automazione, su cui stanno anche iniziando a incidere i progressi compiuti sul fronte dell'intelligenza artificiale.
Dai tentativi di far leva sull'idea della passione e della famiglia, veri e propri cavalli di Troia per estorcere ai lavoratori totale fedeltà e dedizione alla missione aziendale, all'erosione dei salari e dei diritti dei lavoratori, l'autrice, grazie anche alle testimonianze di lavoratori nei settori più colpiti come sanità, ristorazione, accoglienza e logistica, racconta i cambiamenti di un mondo del lavoro caratterizzato dal tentativo, nel nome dell'efficienza produttiva, di ridurre i costi sulla pelle dei lavoratori. Dai turni massacranti alle scarse tutele, dai bassi salari alle discriminazioni, dalle flessibilità a una cultura tossica del lavoro, sono innumerevoli i fattori che spingono tante persone a lasciare un lavoro che non offre loro una ricompensa adeguata e in molti casi ha gravi ripercussioni sulla loro salute fisica e mentale. Fa specie notare come molti di questi lavoratori si riferiscono alla scelta di dimettersi come a una vera e propria necessità di sopravvivenza, per uscire da un contesto lavorativo che sta distruggendo la loro vita.
Purtroppo l'Italia, unico Paese in Europa in cui i salari sono fermi al palo, sembra aver imboccato con decisione una strada senza uscita, basata sulla convinzione perniciosa di poter competere con il resto del mondo non tramite l'innovazione, ma attraverso la riduzione del costo del lavoro. Una scelta folle, quasi certamente destinata a esasperare le tensioni nel mondo del lavoro e i disagi sociali legati alla crescente povertà. Un circolo vizioso da cui sospetto sarà ben difficile uscire.
Indagine sulle dimissioni Francesca Coin, sociologa, che si occupa di lavoro e disuguaglianze sociali, ha scritto questo saggio su Le grandi dimissioni. Il nuovo rifiuto del lavoro e il tempo di riprenderci la vita. Il libro edito da Einaudi - Stile Libero Extra è uscito quest'anno e ho avuto occasione di ascoltarne la presentazione con un'amica a settembre scorso. Il titolo e tra i temi comuni alle storie ascoltate e riprodotte nel testo vi è quello secondo cui "l'abbandono del lavoro è descritto di frequente come un gesto liberatorio, sebbene non risolutivo" (pag. 267), per sottrarsi alle vessazioni riscontrate nei diversi contesti, quello medico, della ristorazione e della grande distribuzione. Meno monitorato, sebbene conosciuto, è quello dei lavoratori autonomi (con partita Iva) senza l'appartenenza ad un albo (ma non diverso per gli architetti), "proprio a causa dell'iniquita' fiscale e contributiva che subiscono" (pag. 262). Dimissioni poi, peraltro, richiama il concetto di lavoro subordinato. Il fallimento di un sistema produttivo e la rivelazione di come sia un'arma a doppio taglio quella di credere al lavoro come passione, che si presta a "lavoro gratuito". Non un libro che fa sognare, come mi ha detto un'amica, quando le ho scritto che lo stavo leggendo, ma che restituisce l'idea che non si è soli in quello che si sta vivendo (pag. 264, sulla storia di Viola e del suo lavoro nel campo dell'editoria). "Ogni luogo di lavoro è infelice a modo suo, potremmo dire parafrasando Tolstoj" (pag. 267). Ed è il sistema che è fallito, rilegando la responsabilità al fallimento del singolo individuo, che avrebbe dovuto "non risparmiarsi". La foto è di Natale, i ministeriali sono finiti, scrivo in treno. [23/2023] #unlibroacolazionedelamari #delamarionthebooks #delalettricedistratta #librichepassione #libridaleggere #einaudieditore #instanbooks #bookslovers #francescacoin #legrandidimissioni
Un saggio necessario per riflettere e rivedere in che modo la società si approccia al mondo del lavoro.
Coin riesce a supportare attraverso dati quantitativi e qualitativi la tesi secondo cui, specialmente a seguito della pandemia, vi sia una generale disaffezione nei confronti del proprio posto di lavoro: tra licenziamenti volontari e prese di posizione nette contro condizioni lavorative poco auspicabili. Cosa ha portato a questa disaffezione e quali sono le conseguenze? Da questa domanda bisogna partire, per addentrarsi nel lavoro di Coin.
Una riflessione, importantissima, scaturisce dalla lettura di questo libro: identità e carriera non possono (e non devono) più coincidere. Come recita il sottotitolo del libro, è “il tempo di riprenderci la vita” e di esistere non più solamente attraverso l’etichetta del proprio lavoro - che pur rimane fonte di reddito ed emancipazione (o almeno dovrebbe). Il fenomeno delle Grandi dimissioni, infatti, è un indice non solo del malessere generalizzato che serpeggia nel mondo del lavoro - cosa ormai nota, soprattutto nei settori lavorativi meno rispettati - ma anche di un ripensamento del modo in cui ci si pone nei confronti del lavoro: la vita non si esaurisce più nel proprio posto di lavoro. Non solo, è possibile pretendere e sapere di meritare di più; è possibile immaginare un futuro diverso per i lavoratori. Questo è quello che sembra essere il trend da qui ai prossimi anni.
Nel complesso il lavoro di Coin è accessibile a tutti i lettori. Non si pone, infatti, come un saggio strettamente accademico (nonostante l’impostazione sia quella), quanto come una lettura scorrevole sul tema, supportata da dati e riferimenti concreti che facilmente si possono interpretare. Un lavoro forse non perfetto, ma sicuramente un ottimo libro da cui partire per poi approfondire, soprattutto in relazione alla letteratura sul tema nel contesto italiano. Consiglio la lettura a chiunque sia interessato al tema.
Saggio di grande interesse non tanto per comprendere un fenomeno, che comunque contestualizza, indagandone le cause, ma soprattutto per diventare più consapevoli di un mondo del lavoro in costante deterioramento, dove tutti i diritti e le conquiste per lavoratori e lavoratrici vengono gradualmente erosi, riducendo le loro tutele, incrementandone i doveri e incrementando i guadagni dei proprietari. Se quindi lo studio vuole anche capire i motivi di chi lascia il lavoro (riportati con le stesse parole delle persone intervistate) e il retroscena psicologico della scelta, non è in chiave aziendale, per capire come riassorbire il fenomeno, bensì in chiave più distaccata: finché non si migliorano le condizioni dell’ambiente lavorativo, riportandole a un livello di giustizia e dignità adeguato, è giusto che le persone si licenzino ed è solo un discorso ipocrita e capitalista quello che le accusa a vario titolo. In altre parole le grandi dimissioni sono la spia di un guasto nel mondo del lavoro, che Coin individua, descrive (con abbondanza di statistiche) e analizza, indicando poi in quale direzione sarebbe opportuno andare per ripararlo. Lo stile è abbastanza discorsivo, anche grazie ai molti spezzoni di interviste riportati, ma il tema e la necessità di fornire dati concreti rendono comunque la lettura inevitabilmente più lenta. Inoltre, almeno a me personalmente, le parole delle persone intervistate e le descrizioni dettagliate di certe condizioni di lavoro hanno esercitato su di me un influsso rattristante, che ha reso la lettura particolarmente pesante, benché non in senso negativo.
Testo saggistico che riporta e analizza vicissitudini lavorative odierne: da statistiche internazionali e nazionali, a storie vissute di esseri umani come noi, perchè prima di essere lavoratori, creatori di consumi, siamo esseri umani. Il lavoro, visto come privilegio assoluto e strumento di di sostentamento e crescita interiore, viene stigmatizzato dal rifiuto di esso stesso, e spesso chi abbandona il lavoro non lo fa perchè può permetterselo, lo fa per sopravvivere. Lavori sottopagati, orari improponibili, mobbing, sessismo, patriarcato, scalatori sociali che abusano del loro potere dimenticando però da dove sono partiti. Insomma tutte le falle che ahinoi conosciamo e chi più o chi meno ha dovuto subire, nella speranza che queste cose siano solamente un remoto ricordo.
Condivido il pensiero espresso e scritto nel testo dal filosofo Byung-Chul Han: "l'imperativo del lavoro ha ridotto la vita a una perenne corsa segnata dalla mancanza di tempo. Per resistere alla necessità di produrre e consumare sempre, bisogna fare posto alla vita contemplativa e imparare a fermarsi".
Stupito dal pensiero di George Kent, politologo: "Porre fine alla fame a livello globale sarebbe un disastro. Se non ci fosse la fame nel mondo, chi arerebbe i campi? Chi raccoglierebbe la verdura? Chi pulirebbe i nostri bagni? Non c'è da stupirsi che le persone con un reddito alto non si affrettino a risolvere il problema. PER MOLTI LA FAME NON E' UN PROBLEMA: E' UNA RISORSA."
Ho avuto il grande piacere di partecipare alla presentazione di questo libro un mese fa, a Lugano. Perché sempre più persone si dimettono volontariamente? Coin collega questo fenomeno a una serie di fattori interconnessi, tra cui l'ambiente tossico, i salari insufficienti, le condizioni di lavoro inumane la “costrizione” al lavoro autonomo non tutelato. Durante il dibattito successivo alla presentazione, si è evidenziato un divario tra la visione degli imprenditori presenti e le realtà riportate da Francesca Coin. Mentre gli imprenditori sembrano considerare il benessere dei dipendenti come una conseguenza (dei risultati, del bilancio, dei profitti) piuttosto che una priorità, il libro suggerisce che investire nel benessere dei dipendenti può essere un motore per il successo aziendale. Torniamo al libro; rivela come il COVID e la conseguente crisi sanitaria siano diventati la cartina tornasole di tutto ciò che non funziona nel mondo del lavoro. ‘Le grandi dimissioni’ ci invita a riflettere su come il lavoro salariato sia cambiato nel corso del tempo e su come possiamo creare un ambiente lavorativo più equo e sostenibile per tutti. Raccomando vivamente la lettura di questo libro.
Avevo letto già diversi contributi sui giornali di Coin e con convinzione ho letto questo suo libro, che ha il merito di fare luce, portando dati quantitativi e qualitativi, su fenomeno molto attuale legato al mondo del lavoro. A livello di contenuti l'ho trovato interessante e a tratti illuminante, anche se, avendo già letto cose su questo argomento, mi aspettavo qualche guizzo (o anche solo qualche ipotesi) in più: ogni tanto il libro rischia di ripetersi, cosa che rende la lettura un po' monotona. Per quanto riguarda il ritmo - ma qui penso entri in gioco un gusto personale - l'ho trovata molto più scorrevole e piacevole nei capitoli legati a testimonianze e voci dei lavoratori: è lì che si può assaggiare la materia incandescente dello scontento e della sofferenza legata a molte professioni di oggi. I primi capitoli, con molti dati quantitativi sulla situazione del mondo e dell'Italia, l'ho trovata ben fatta ed esaustiva, ma un po' pesante per un prodotto divulgativo. In ogni caso lo ritengo un buon punto di partenza per avvicinarsi a questo tema.
Un libro documentato e terribile, dove - oltre all'ottimo lavoro di ricerca - emerge la pochezza della razza umana che occupa posizioni di comando su altre persone. Poi si puo' raccontare che quello che sentiamo è solo una delle due parti in gioco - non ci sono testimonianze di chi sfrutta i lavoratori del commercio, o ai dirigenti aguzzini delle ASL, o ai radical chic di sinistra che vessano i lavoratori della cultura. Un pamphlet che prova, verso la fine, ad essere speranzoso, ma che a mio avviso non ci riesce - e non ci può riuscire, a meno di un cambiamento epocale di *tutto*. Bel lungi dall'essere possibile, allora la scelta è ai miei occhi solo quella ben citata di "agire per sottrazione" - che non è rinunciare e mollare, ma fare con nuovo spirito. C'e' qualcosa online di questo argomento, ben cooptato dalle società di selezione del personale. Rimanderei all'episodio Wu Ming / Blu a Bologna del 2016.
Testo strutturato che si inserisce nel dibattito internazionale su lavoro oggi (coordinate di massima: Christian Marazzi, Sarah Jaffe), indagando soprattutto la situazione della precarietà post-covid in alcuni settori (sanità, ristorazione, grande distribuzione) e una dovuta attenzione particolare per le donne. Utile, non del tutto riuscito, non in grado di avanzare ipotesi o chiavi di lettura particolarmente originali.
"La compravendita di forza lavoro non è «un rapporto risultante dalla storia naturale e neppure un rapporto sociale comune a tutti i periodi della storia», ha scritto Karl Marx. Esiste solo all'interno di precise condizioni storico-sociali e si estrinseca in uno scambio che ha, come limite minimo, il valore dei mezzi di sussistenza «fisiologicamente indispensabili». Quando il valore del lavoro scende al di sotto di questa soglia, che ne è della compravendita?"
In modo non banale, schematico e scorrevole l'autrice analizza il fenomeno delle grandi dimissioni, suddividendo per settori del lavoro e analizzando il malessere delle persone. Molto bello anche il confronto con il passato dove un tempo si scioperava per "andare a fare l'amore" e oggi invece si sciopera per sopravvivere. Interessante il capitolo anche sulla questione di genere. Libro ben scritto e illuminante.
Libro accurato e rivelatore delle parabole del mito del lavoro e delle sue funzioni nella dinamica sociale. Consente di guardare anche al proprio approccio al lavoro in maniera differente e di guardare alle nuove generazioni, portatrici di uno sguardo diverso, come ad una risorsa da ascoltare per capire e capirsi un poco meglio. Può suscitare le più varie reazioni perché ognuno ha un'idea differente e personale del lavoro e spesso morale. Anche per questo un libro necessario.
Lo ritengo un libro molto importante per ragionare sulle condizioni di lavoro attuali e su quali siano i meccanismi, specie nella sanità, nella GDO e nella ristorazione, concentrandosi sull'Italia, che portano le persone a scegliere le dimissioni, spesso senza altre opportunità lavorative all'orizzonte.
Molto buona tutta la parte di testimonianze, meno le tesi di fondo in alcuni casi i dati sono forzarti per sostenere la tesi principale. In più di di tratta di un fenomeno ancora fresco e poco studiato sistematicamente. Si poteva fare meglio con questa mole documentaria ricca e sfaccettata. Molto buono il lavoro trasversale su più settori e sulla crisi del sindacato.
Cruda disamina delle enormi problematiche che affliggono il mondo del lavoro e che portano a quello che tanti di noi (tutti?) sentono: lavorare non é più un privilegio e nemmeno mezzo di realizzazione personale. É solo una necessità, decisamente mal accettata
Un'analisi impietosa, ma allo stesso tempo costruttiva del mondo del lavoro e della società moderna. Quando parlo di costruttività intendo presa di coscienza ed eventuale azione nel riprendersi in mano la propria vita.
Una lettura imprescindibile per mettere a fuoco cosa è successo nel mondo del lavoro negli ultimi anni, in particolar modo dopo la pandemia, ponendo la dovuta attenzione anche a questioni quali le discriminazioni di genere o razziali. Un saggio ottimamente documentato, di facile comprensione.
Un libro sorprendente per lucidità e coraggio nell’affrontare un tema inconsueto ma appassionante. Tra analisi sociologica e riflessioni economiche di ampio respiro, si affaccia il tema della post modernità del rapporto di lavoro, dove un altro mondo è possibile.