La sua Africa.
Raccontando e colorando le profonde differenze esistenti fra ugandesi e kenioti, kenioti e sudafricani, sudafricani e ivoriani, ivoriani e ghanesi, e via dicendo, in quel meltin pot di lingue, dialetti, suoni, colori, odori e usanza che è quel continente che noi occidentali, senza saperne e capirne nulla, riduciamo a un'unità che non esiste che sulla carta, chiamando tutto Africa, Binyavanga Wainaina ci descrive la sua Africa.
Lo fa a partire dall'età di sette anni, quando attraverso la sua voce e gli occhi del bambino irrequieto che è stato, ci racconta del suo Kenya, del suo paese, Nakuru, che dal Sud della Rift Valley guarda verso il lago omonimo.
E continua a farlo, fino ai suoi quaranta anni circa, e ai nostri giorni, descrivendo Stati, mutamenti e ribaltoni, cambi di scenari e interferenze culturali e politiche, artistiche e merceologiche, e un continente in continua evoluzione e trasformazione in cui caos e chiassosità, sembrano essere le sole dominanti.
Con il suo linguaggio colorato e onomatopeico, all'inizio incomprensibile e anche irritante, perché racconta e costruisce più per immagini e suoni (proprio come fa un bambino) che con le parole, ma che cresce man mano che l'autore cresce insieme a lui, Wainaina ci racconta un'Africa che è tutt'altro che intera e unita, ma che è costituita da tante identità divise dal colore, dalla cultura, dalla musica, dalla religione, pronta però, in un solo attimo, a ridiventare una sola forza "nero africana", un'unica e potente anima che esulta nel momento in cui, ai Mondiali di calcio del 2006, il Togo segna il goal del vantaggio contro la Corea del Sud.
È una storia immensa, stratificata, eppure talmente profonda da essere solamente appena accennata e descritta in superficie, quella che Binyavanga Wainaina ci narra, talmente ricca di stimoli, soprattutto nella seconda parte del libro - né un romanzo né un saggio, forse più un memoir a sfondo storico e politico sociale - che viene voglia di leggere una monografia per ciascuna delle tematiche affrontate e sfiorate dai suoi occhi e dalle sue parole; di approfondire la storia del dittatore Idi Amin dell'Uganda, quella della Mama Benz del Togo, quella più famosa del Sudafrica dell'Apartheid e dei graffiti di Joga, quella dello swahili, una lingua che unisce gran parte dell'Africa pur essendo ovunque sempre uguale e sempre diversa, capace di essere, lei stessa, con i suoi tanti rivoli e le sue tante inflessioni, ammiccamenti e derivazioni (come lo sheng, dialetto rap che unisce lo swahili all'inglese utilizzato in Kenya) la lingua di tutti, quella della cantante Brenda Fassie, icona del pop africano, la "Madonna delle township".
È amore a giusta distanza, quello che unisce l'autore al suo paese, che resta in Kenya quando sarebbe necessario scappare, parte per gli Stati Uniti quando il Kenya diventa un paese vivibile, per poi tornare ancora una volta negli USA per scrivere, scrivere di questo posto e raccontare a tutto il mondo il suo posto, il suo Kenya, la sua Africa.
Un libro che ho odiato per un terzo abbondante, imponendomi di continuarne la lettura solo per puntiglio e per dovere (era il gruppo scelto dal mio GdL reale), ma che poi, superato lo scoglio del linguaggio iniziale, ho apprezzato sempre più fino alla fine, tanto che avrei potuto continuare a leggerne ancora a lungo.
(*Lo Sheng è un patois di derivazione mista inglese e swahili, con contaminazioni di altri linguaggi come il Bantu, nato a Nairobi e diffuso nelle principali città keniote.
Variabile nelle inflessioni secondo l'area in cui è parlato, è usato soprattutto dai giovani, e in alcune manifestazioni artistico-musicali. cit. Wikipedia)
«Torno in Kenya mentre in America è ancora estate, quando il Togo gioca contro la Corea del Sud nel suo esordio ai mondiali.
Tutto il continente assiste, quasi ogni uomo e donna, siamo un miliardo: nelle piccole città tedesche, dove la giornata è fatta di euro e vecchi tedeschi incontinenti, mentre la notte è dei neonazisti; nei soggiorni affacciati sul mare dei corrispondenti esteri a Accra, dove lunghe membra sexy si agitano e le extension si scompigliano e una ragazza con un lungo viso tubolare e labbra sporgenti urla, mentre il corrispondente straniero sorseggia whisky e digita: "Nel cuore della giungla nera del Togo, in mezzo agli animali morti del mercatino dei feticci, oggi gli africani al risultato…".
"L'Africa ha scordato guerra e miserie, oggi, per festeggiare una rara buona notizia…".
L'intero continente africano: alcuni vivono nei dormitori pieni di muffa di Mosca; altri, sporchi, stanchi e ubriachi, vivono tra i magazzini abbandonati e le fabbriche morte del New Jersey; negli oliati consigli d'amministrazione di Nairobi, Lagos e Johannesburg; negli alloggi affollati delle periferie di Parigi; all'interno delle residenze degli ex alunni della scuola residenziale di Lomé; nei mercatini di Accra e nei bar di lamiera di Lusaka; negli altri delle scuole, nelle sale comuni degli enormi mercati di Addis Abeba; nelle chiese che ballano in estasi in Uganda; sui balconi dove urlano i cori di Zanzibar; in un buio bar di Lubumbashi, pieno di miliziani e del suono della rumba pronta pronto; nelle traballanti biblioteche di Dakar; nelle carceri della Repubblica Centrafricana; in minigonna agli angoli delle vie a luci rosse di Città del Capo, mentre sbirciano dentro i bar SuperSport; nelle sale scolastiche di Cherangani, nelle caffetterie del parlamento di Harare.
Saltiamo tutti su e giù gridiamo cantiamo quando al trentaquattresimo Kader porta in vantaggio il Togo sulla Corea del Sud con un tiro fulminante da posizione difficile.»