L'aspirazione alla purezza dell'amore in un matrimonio volutamente casto, sullo sfondo di un paesaggio incantato. Due giovani donne, Fumiko e Yukiko, le cui esistenze ruotano intorno al protagonista maschile, Kikuji, che sembra riflettere il punto di vista dello scrittore, le sue contraddizioni e il suo turbamento.
Il giovane Kikuji ha da poco sposato Yukiko dopo aver rotto con il suo passato peccaminoso. Il sacrificio di Fumiko, la donna che per amor suo ha deciso di sparire dalla sua vita, lo spinge a ricercare l'amore ideale, puro e inconsumabile. Kikuji non vuole fare l'amore con la sua sposa proprio perché la ama e, paradossalmente, nel matrimonio ritrova la propria castità, anche se con non pochi tormenti. Fumiko continua ad amarlo, lontano e irraggiungibile, come appare dalle sue lettere che costituiscono il nucleo centrale di questo poema in prosa di acuta e raffinata sensibilità.
Yasunari Kawabata (川端 康成) was a Japanese short story writer and novelist whose spare, lyrical, subtly-shaded prose works won him the Nobel Prize for Literature in 1968, the first Japanese author to receive the award. His works have enjoyed broad international appeal and are still widely read today. Nobel Lecture: 1968 http://www.nobelprize.org/nobel_prize...
Questo libro è la prosecuzione del bellissimo romanzo "Mille gru" dello scrittore giapponese Kawabata, Premio Nobel. Qui il giovane protagonista è ancora profondamente toccato dai ricordi delle due donne amate nel libro precedente, una ragazza di cui abbiamo ora un fascio di lettere e la di lei madre. Ora avverte tutti i sensi di colpa nell'accostarsi alla bellissima moglie appena sposata e si sente indegno di lei per le passioni che ha vissuto.
Siamo in viaggio di nozze. Lui vede nel lembo di biancheria che la sposa sta piegando 'il disegno del piviere sulle onde'. L'albergo in cui dimorano è sul mare, "zaffiro stellato" . L'apprensione del giovane è turbata dal 'matrimonio non consumato', direbbero in Occidente. La moglie, donna emancipata, pare non dar assolutamente peso alla situazione, radiosa nella sua bellezza, imperturbabile Venere botticelliana.
Tra i meandri della narrazione di impareggiabile leggiadria d'atmosfera, compaiono dettagli, piccoli tocchi di spiragli segreti. Ora la coppia è nella loro sontuosa dimora. Ad un tratto balena nella mente del marito un ricordo : durante il viaggio di nozze, per trovare lo stimolo per congiungersi alla giovane moglie, era ricorso alle precedenti carnali relazioni con le due amanti, la ragazza fuggita e la di lei madre di matura sensualità.
Indispensabile per comprendere Mille Gru, il Disegno del Piviere, per quanto possibile, approfondisce la conoscenza dei personaggi. Anche qui come nel primo romanzo l'interiorità delle persone viene associata ai preziosi utensili necessari per la cerimonia del te. Inevitabile è la distruzione o l'allontanamento "degli oggetti" per decretare la fine dei rapporti intercorsi con le persone che li hanno posseduti. Come in Mille Gru il male decisamente si rivela più forte della bellezza e dell'innocenza, facilmente calpestabile.
Se ho descritto Takeda in modo così minuzioso è perchè sono certa che non vi tornerò mai più.
In questi sei giorni di viaggio ho continuato a scrivervi parole futili: quanto può essere prolissa una donna, non è vero? Avrei voluto farvi capire cosa per me significasse separarmi da voi, ma le parole sono vuote, e non riescono a esprimere quel che provo. Ritengo che per una donna sia più facile comunicare con un uomo standogli vicina, e io ora sono così lontana da voi.
[Il disegno del piviere - Yasunari Kawabata → ☆☆☆]
Secondo libro che leggo di Kawabata, seconda volta che rimango scosso dalle sue narrazioni.
Sicuramente 'Il disegno del piviere' risulta molto meno disturbante de 'La casa delle belle addormentate', ma continuo a faticare nella ricerca del messaggio nascosto tra le righe dei testi di Kawabata. In parte per la sua tendenza a lasciare le narrazioni in sospeso a e non mettere un punto fermo alla fine dei suoi brevi racconti, in parte perché mi sono reso conto solo a fine lettura di aver letto il seguito di un altro suo romanzo ('Mille Gru'), non ho afferrato il motivo per cui la moglie del protagonista, Chikako, viene continuamente associata al diavolo o più in generale ad una figura demoniaca da parte del protagonista.
La scrittura di Kawabata è a dir tanto essenziale, di un minimalismo estremo. Sorvola su molti dettagli e spiegazioni per lasciare al lettore la massima libertà d'interpretazione, a volte forse fin troppo. Costruisce un raccolta di brevi testi in forme diverse più che un romanzo e non li ordina cronologicamente. Il primo e l'ultimo racconto ripercorrono il rapporto tra Kikuji e Chikako, dalla luna di miele ai primi mesi di convivenza. La seconda parte è invece una raccolta di lettere scritte molto tempo prima da una delle amanti del protagonista, Fumiko, che ripercorre i giorni della sua fuga e esterna i suoi sensi di colpa nei confronti della madre morta da poco, anch'ella in passato amante di Kikuji.
La lettura mi ha lasciato abbastanza freddo e indifferente, ma non mi sbilancio perché vorrei rileggerlo dopo aver recuperato anche 'Mille Gru' per avere un quadro completo dell'intera storia e delle quattro donne che hanno avuto un rapporto con il protagonista.
Pur non avendo letto Mille gru, la lettura è stata agevole e la comprensione dei personaggi non ne ha risentito. Ho apprezzato, come sempre, le atmosfere, la delicatezza delle porcellane e l'incanto della natura e le immagini poetiche che ne derivano. E, in sottofondo ma nemmeno troppo, il sentimento di inadeguatezza di Kikuji e Yukiko.
“Il disegno del piviere” è il seguito che Kawabata ha voluto dare, a un anno di distanza, al suo romanzo di successo “Mille gru” e – va detto subito – presuppone nel lettore la conoscenza del predecessore, pena l’incomprensibilità di alcuni passaggi narrativi. I personaggi de “Il disegno del piviere” sono infatti gli stessi di “Mille gru”, anche se la storia è posteriore di circa un anno e mezzo, lasso di tempo nel corso del quale sono avvenuti ben due colpi di scena. Da una parte, Fumiko, che si poteva sospettare essersi suicidata (dal momento che si era congedata da Kikuji con la frase sibillina “la morte attende ai miei piedi”), è in realtà partita per un viaggio in un paese lontano, facendo perdere le sue tracce e ricomparendo nella vita di Kikuji solo in forma epistolare. Dall’altra, Yukiko, che la diabolica Chikako aveva detto, alla fine del libro precedente, essersi già maritata con un altro pretendente, all’inizio del nuovo romanzo è invece appena diventata la signora Mitani, ossia la moglie di Kikuji. Durante la luna di miele, Kikuji, che in “Mille gru” era diventato l’amante della madre di Fumiko e – per una notte – della stessa Fumiko, non riesce a consumare il matrimonio, ossessionato dalla vergogna e dai sensi di colpa per le sue precedenti avventure erotiche, quasi che esse potessero profanare la purezza di Yukiko, per la quale egli prova un profondo senso di tenerezza e di gratitudine. Il romanzo sarebbe in fondo tutto qui, con in più la comparsa fugace di Chikako, vero e proprio “diabolus” ex machina, nei momenti più imbarazzanti della vita coniugale dei novelli sposi, ed i genitori della ragazza che sospettano (ma forse è solo la cattiva coscienza di Kikuji a farglielo vedere) l’infelicità della figlia, se non fosse che il capitolo centrale è dedicato alle lettere scritte da Fumiko a Kikuji. Se da un lato questa parte appare abbastanza pleonastica e ridondante, poiché rivela nei minimi dettagli ciò che era accaduto nel libro precedente e che era rimasto ammantato da un suggestivo alone di reticenza e di mistero, dall’altra va riconosciuto che la forma epistolare (come in molte altre opere che, da quando è nata la letteratura, hanno usato questo espediente) è quanto mai congeniale per entrare nella psicologia del personaggio di Fumiko, permettendo di rompere, in una sorta di autoanalisi priva di remore e di inibizioni, quel muro di riserbo che i rapporti formali, soprattutto in una cultura cerimoniale e formalistica come quella nipponica, avrebbero giocoforza innalzato. Grazie alle lettere, Fumiko si mostra al lettore senza filtri, per quello che realmente è, una donna sofferente e innamorata che sceglie – quasi per espiare la vergognosa colpa per il suicidio della madre e il cocente rimorso per essersi concessa, in un obnubilante momento di abbandono erotico, all’uomo che segretamente ama, ma che della madre era anche stato l’amante – di fuggire lontano, senza dare preavvisi e spiegazioni, in quello che ufficialmente è un viaggio per visitare per la prima volta il remoto paese natale del padre, ma che in realtà è un vero e proprio esilio (dall’amore e dalla vita) autoinflitto per tacitare una coscienza esacerbata. Nonostante il matrimonio, Kikuji – che, lo ricordo, è un personaggio estremamente abulico e passivo, una sorta di versione giapponese dell’inetto a vivere sveviano, oscilla inconsciamente tra le due donne della sua vita, non riuscendo a liberarsi del ricordo della prima (che era “come una farfalla fantasma che volteggiasse nella sua mente. Gli sembrava di sentire sempre il palpitare di quelle ali nelle profondità oscure dei suoi pensieri”) né a concedersi pienamente alla seconda. “Era come se le figure delle due giovani si fossero fuse in un’unica creatura irraggiungibile”, e questo chimerico ircocervo sentimentale strazia Kikuji, inducendolo al tormentoso pensiero su “che senso avesse in fin dei conti essersi sposato”. Nella apparentemente idilliaca vita di coppia trapelano pertanto, sempre più minacciosi e frequenti, dei lampi di ambiguità, di impalpabile disperazione, i quali si materializzano nelle navi da guerra americane che svegliano in piena notte i due coniugi con l’assordante rumore delle loro esercitazioni notturne. Il romanzo ha un finale aperto e inconcluso il quale, a pensarci bene, avrebbe anche potuto legittimare un ulteriore seguito, cosa che per fortuna non è avvenuta, dal momento che lo stesso “Disegno del piviere”, pur impreziosito da un raffinato simbolismo (ad esempio, la bambina caduta dal ponte, e salvatasi perché il suo corpicino è finito proprio in mezzo a tre rocce, fa ottimisticamente pensare a Fumiko che ci sia sempre una opportunità di salvezza, anche tra le pietre del peccato e della corruzione) e dalle consuete immagini di oggetti tradizionali (tazze e vasi per la cerimonia del tè) che richiamano metaforicamente concetti di bellezza e di armonia i quali, come l’amore, sono costantemente minacciati dalla mediocrità e dalla volgarità dei tempi moderni, lo stesso “Disegno del piviere” – dicevo - non aggiunge in fondo molto di più a quello che Kawabata ci aveva già generosamente elargito in “Mille gru”.
------per qualche ragione "Il disegno del piviere" è stato inserito in "Il suono della montagna", qui in basso trovate la mia recensione per "Il disegno del piviere" ----------
Diretto seguito di "Mille Gru", ma anche in grado di essere letto a sé stante, "Il disegno del piviere" è un'altra prova della magistrale poesia in prosa di Kawabata Yasunari.
"Mille gru" era infatti una delicata prosa, con la cerimonia del tè sullo sfondo. Il giovane Kikuji, rimasto orfano, si ritrova circondato dalle donne legate al passato del padre e al proprio presente; la vendicativa Chikako, prima amante del padre, la signora Ota, che proietta sul giovane l'amore per il padre di questi, la figlia della signora Ota, Fumiko, di cui Kikuji si innamora e infine Yukiko, ideale di perfezione e purezza. "Il disegno del piviere" è dunque la diretta continuazione, con Kikuji alle prese con la sua nuova vita, schiacciato dalle sue colpe passate, non riesce a consumare il suo matrimonio: oltre non vi svelo, per non spoilerare troppo di una trama già molto scarna.
La trama, infatti, non è che un mero guscio, ben più eccelse sono le descrizioni, i piccoli gesti quotidiani, i dettagli. Kawabata è un maestro nelle descrizioni della bellezza della natura, rendendo i più piccoli oggetti o particolari I veri protagonisti, perfetti ma inafferrabili; come, per esempio, il semplice disegno di un piviere sulle onde che abbellisce la biancheria della moglie di Kikuji e improvvisamente diventa il fulcro di un strenuo dibattito interiore.
Nella postfazione Cristina Ceci riporta le parole pronunciate da Kawabata al momento della consegna del premio Nobel, nel 1968: «La verità sta nel “rigetto della parola”, in tutto ciò che è “al di fuori della parola”». Ecco, nel leggere questo libro più volte ho osservato come Kawabata faccia piombare il silenzio nell’attimo esatto che precede un avvenimento, un avvenimento significativo, si intende: l’incontro con la signora Ota, quello con la signorina Inamura, quello finale con Fumiko...
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Il disegno del piviere, titolo tra l'altro bellissimo, è il continuo del romanzo "Mille Gru". Come quest'ultimo narra di una storia delicata e all'insegna dell'introspezione psicologica e del simbolismo. Le descrizioni della natura poi, sono sempre eleganti e simili alle pennellate di un pittore. Il finale aperto e sospeso si addice bene a questa storia di animi tormentati tra la bellezza e la pulsione di morte.
Peccato che il romanzo sia sostanzialmente incompiuto. Ha il merito di far luce però sulla figura di Fumiko, con una parte centrale composta solo dalle sue lettere. 7 apr 2010, 12:11:16