“Diecimila bombe sganciate, e io ero lì che aspettavo George. Diecimila bombe sganciate su Beirut, questa città piena di gente, e io me ne stavo sdraiato sul divano azzurro, coperto di teli bianchi per proteggerlo dalla polvere e dai piedi sporchi”. Inizia così Il gioco di De Niro, titolo che allude all'interpretazione dell'attore ne Il cacciatore, e siamo subito buttati dentro alla storia.
Diecimila è il numero citato nella frase tratta dalla Bibbia e posta ad esergo del libro e diecimila erano i morti stimati durante l’assedio israeliano di Beirut del 1982, anche se la cifra è stata successivamente smentita. Diecimila diventa la misura del tempo e degli eventi: diecimila bombe, diecimila bare, diecimila ceffoni, diecimila onde, diecimila baci, ….
Due giovani amici, George detto De Niro e Bassam, vivono la loro adolescenza a Beirut negli anni ’80, nel periodo centrale della guerra civile libanese. Un’adolescenza spinta a spremere la vita fino all’ultimo respiro, “camminavo in strada sotto le bombe che cadevano” incurante della morte che incombeva ad ogni passo, tra corse in moto, furti, truffe, sesso e droga, in un contesto fatto di macerie, di immondizia, di cadaveri, “le strade erano deserte. Camminavo sopra uomini nascosti nei rifugi come colonie di ratti. Passavo di fianco alle foto dei ragazzi morti attaccate ai pali di legno della luce, agli ingressi dei palazzi, infilate in minuscoli tempietti. Beirut era la città più tranquilla del mondo, persino in guerra”. E la distruzione contrasta con la vita che vuole continuare, “le donne, seminude e truccatissime, passeggiavano per le stradine del paese e i miliziani le superavano sulle loro Mercedes coi crocifissi appesi allo specchietto. Dai ristoranti usciva musica dance a tutto volume.”
Dalla guerra si può tentare di uscire, andandosene, come proverà a fare Bassam, oppure si può essere risucchiati come George, in ogni caso l’orrore rimarrà impresso nella coscienza, perché “le stanze delle torture sono dentro di noi”. Bassam passerà attraverso prove durissime e riuscirà a fuggire a Parigi, ma continuerà a vivere la sua condizione di estraneo e di straniero (leggerà Lo straniero, di Camus, nell’albergo ove risiederà!!), portandosi dietro la sua carica di violenza come unica arma di difesa, uscendone distrutto; la sua spavalderia e la sua durezza saranno incrinati da sogni e incubi, sino a lasciare il campo a una fantasiosa e delirante immaginazione.
Il ritmo del libro è incalzante, soprattutto nella prima parte, sorretto da frasi brevi, dialoghi appena accennati, frammenti di immagini solo abbozzate, che danno l’idea di una vita che vuole uscire ed esprimersi, ma è ricacciata in una realtà fatta di morte e distruzione.
E se da un lato gli uomini adulti sono perlopiù impegnati nel gioco della guerra, dall’altro la cura, la sopravvivenza, il pianto, sono affidati alle madri. È così che la grande Storia fa irruzione nel racconto: quindici anni di guerra civile, la contesa tra le grandi potenze, l’assedio israeliano, i massacri di Sabra e Chatila, il trauma interiore vissuto da una nazione dilaniata e contesa. E, accanto, la piccola storia, fatta di tradimenti, di sete di potere, di un abisso interiore scavato dalla violenza spicciola e disumana che può anche anestetizzare per istinto di sopravvivenza, “ho inspirato, espirato, e il fumo dalla bocca diventava uno scudo. Le bombe che scendevano verso di me rimbalzavano, e rinculando schizzavano in cielo verso pianeti lontani.” E per liberarsi dall’orrore, non c’è che obbligare l’altro ad ascoltarne il racconto, come faranno George con Bassam, “nessuno va da nessuna parte, non prima che io abbia finito di parlare”, e Bassam con Rhea, “ho ignorato le sue proteste, e quando ha cercato di uscire dalla stanza l’ho trattenuta, bloccandola in un angolo, contro il lavello. Le ho parlato di quella sera che suo fratello mi ha portato sotto il ponte“.
Per molti versi, un buon abbinamento di lettura con un libro recente può essere quello con Il volontario, di Salvatore Scibona.