Non si sa molto del passato di Massimo, il bambino di 11 anni appena arrivato nel Quartiere. Accolto in casa dello zio, alcolizzato e violento, Massimo ha subito l’impressione di essere precipitato all’inferno. Ma il male, quello vero, non si annida tra le mura domestiche. C’è qualcosa, infatti, nel Quartiere; un’energia malefica che si sente sulla pelle, che s’intuisce ma non si vede tra i palazzoni abbandonati e le vie semideserte di quest’area suburbana depressa e grigia, dove diversi bambini sono recentemente spariti senza lasciare traccia. La paura del mostro scivola sulle coscienze degli adulti, arroccati nella loro irriducibile distanza rispetto al mondo dell’infanzia. Soltanto Peter, il gentile titolare di un banco di pegni zeppo soprattutto di giocattoli, sembra in grado di colmare quella distanza e di comunicare davvero con i desideri e le paure dei bambini. Quando il cadavere di uno di questi viene rinvenuto con i segni di orribili torture, i sospetti si concentrano sul giocattolaio. Massimo si rende conto che il prossimo a sparire sarà proprio lui, è la vittima perfetta, quella designata. Nessuno è in grado di aiutarlo, nessuno è in grado di impedire che si compia il suo destino. Nessun adulto, almeno. Ne Il giocattolaio, romanzo d’esordio di Stefano Pastor, la presenza del male s’insinua nella frattura tra il mondo dei grandi e quello dei piccoli, nutrendosi dei sogni agitati dell’infanzia, per poi balzare nella realtà e diventare qualcosa di concreto, tangibile. Come due mani che ti trascinano via.
Non mi spiego perché il romanzo venga presentato da Fazi come il primo dell'autore: affermazione facile da smentire grazie a una ricerca in rete, ma anche la lettura fa sospettare che Pastor non sia uno scrittore di primo pelo, anzi. Noi della Stamberga ormai lo conosciamo bene e viste le recensioni sempre positive non credo di sbagliare affermando che siamo suoi fan. Con questo entusiasmo e la curiosità verso un nuovo lavoro, mi sono accinta a leggere "Il giocattolaio" - questa volta centellinandolo per bene, anche perché non è certo una lettura facile.
Protagonisti, come già altre volte, sono ragazzi di diverse età, dai dieci ai sedici anni, ancora innocenti, che purtroppo hanno visto troppo presto infrangersi quei sogni che ancora dovrebbero avere.
Massimo, dieci anni, affidato allo zio alcolizzato dopo la morte della madre, crede che il mondo sia violenza. Vorrebbe solamente rifugiarsi in un posto sicuro per non dover stare sempre sul chi vive. Vorrebbe solo una vita normale.
Mina è anche lei senza madre e a sedici anni è già una donna adulta: il padre camionista è sempre in viaggio, lasciandola sola anche nei rari momenti in cui torna a casa.
Jon è un clandestino, minorenne, che si arrabatta accettando lavori in nero. È orgoglioso e fiero, sempre diffidente come un animale braccato.
E poi c'è Peter, adulto che non è mai cresciuto, ingenuo e fragile nella sua stranezza.
Attorno a loro ruota una storia crudele e terrificante, di quelle che non ti fanno dormire la notte: sei ragazzini scappati di casa spariscono nel nulla, ma la polizia non fa niente per trovarli. Sbandati, con famiglie problematiche, sembrano non essere degni delle attenzioni delle alte sfere. Finché il cadavere di uno di loro non viene trovato nel quartiere di periferia dove vivono Massimo, Mina, Jon e Peter. Coinvolti in prima persona nella vicenda, chi per un motivo, chi per un altro, si troveranno soli ad affrontare un mostro spietato e crudele.
Nel "Giocattolaio" ho trovato la solitudine che si respira in "Cam", quella dell'emarginazione dei più deboli e dei quartieri difficili. Ho trovato anche le stranezze del ricco filantropo della "Correzione", quelle che fanno pensare che la vita vera non può conoscere situazioni così surreali, ma che in fondo risultano credibili - perché vogliamo crederci, perché ne abbiamo bisogno.
Anche in questo ultimo lavoro, Pastor conferma il suo stile particolare, fatto più di dialoghi e azioni che di descrizioni o riflessioni - fresco e spontaneo come la vita vera, perché è così che conosciamo chi ci sta attorno, parlando e "facendo" insieme. Se non fosse per l'argomento così duro, le 398 pagine volerebbero in un soffio: ma il cuore non permette una lettura così intensa, troppe emozioni, troppa crudeltà, in un'altalena di speranza e disperazione.
Non mi spiego perché il romanzo venga presentato da Fazi come il primo dell'autore: affermazione facile da smentire grazie a una ricerca in rete, ma anche la lettura fa sospettare che Pastor non sia uno scrittore di primo pelo, anzi. Noi della Stamberga ormai lo conosciamo bene e viste le recensioni sempre positive non credo di sbagliare affermando che siamo suoi fan. Con questo entusiasmo e la curiosità verso un nuovo lavoro, mi sono accinta a leggere "Il giocattolaio" - questa volta centellinandolo per bene, anche perché non è certo una lettura facile.
Di Pastor ho già letto CAM che mi aveva lasciato così così. Questo per me è riuscito peggio. L'idea come thriller/horror non era male, abbastanza classica (la cronaca a volte raggiunge apici di orrore maggiori), ma poteva comunque venire fuori un buon lavoro. Purtroppo a metà romanzo si svela chi è il rapitore di bambini e da lì in poi è tutto un correre e rincorrersi chi per scappare chi per trovare prove e così via. Un altro problema sono i personaggi che sono proprio tagliati con l'accetta: c'è la ragazza più adulta della sua età sempre assennata, c'è quello che sarebbe voluto restare bambino, c'è il clandestino che ha paura della polizia eccetera, eccetera. Da metà romanzo in poi, ovvero da quando tutto viene svelato, tutti i dialoghi tendono a risultare ripetitivi (e il bambino Massimo mi è pure risultato largamente insopportabile). Insomma un'occasione sprecata.
Edit. Ah! Dimenticavo: ma nel 2012 (o comunque nei tempi moderni in cui è ambientato il romanzo) dove diamine sono finiti i cellulari? Ma come caspita è possibile che NESSUNO ne possegga uno?
Era davvero tanto tempo che non trovavo una storia in grado di coinvolgermi sino a questo punto. La narrazione intrecciata tra il protagonista Massimo e tutti gli altri bambini suoi co-protagonisti permette al lettore di rimanere sempre con il fiato sospeso, sul filo del rasoio, aspettando un finale che viene ritardato soltanto da innumerevoli e inaspettati colpi di scena. Massimo è principalmente un bambino sfortunato. Sua madre è morta e suo padre è in prigione per averla uccisa. Così lui, si ritrova spedito da uno zio orco capace di fare paura a chiunque. Non gli piace stare lì, non sente quel posto come una vera e propria casa. Nel suo stesso palazzo vive Mina, una ragazzina molto più matura della sua età. Coraggiosa, forte, intollerante verso ogni tipo di ingiustizia. E poi ancora Jon l'immigrato, Peter e Marco... leggi il resto qui
Ho letto Il giocattolaio con grande curiosità e, fin dalle prime pagine, mi ha colpito l’atmosfera. Pastor costruisce un quartiere periferico che sembra vivo, quasi un organismo a sé, fatto di strade grigie, palazzi che soffocano e silenzi che diventano minacciosi. È un’ambientazione che mi ha ricordato molto certi romanzi di Stephen King: la normalità quotidiana che all’improvviso si tinge di ombre e diventa inquietante.
La parte che ho apprezzato di più è sicuramente il modo in cui Pastor racconta l’infanzia. I bambini, con le loro paure, la curiosità e la capacità di vedere oltre ciò che gli adulti ignorano, sono i veri protagonisti. Ho trovato ben reso il contrasto con gli adulti: spesso distratti, assenti o addirittura ostili. Qui c’è un’eco forte dei romanzi “di formazione horror” alla IT: non mostri sovrannaturali in senso stretto, ma il male che cresce nelle pieghe dell’indifferenza e della crudeltà quotidiana.
Il ritmo tiene bene per buona parte del libro: la tensione aumenta poco a poco, i misteri si stratificano e la presenza del negozio di giocattoli è una trovata suggestiva, perché lega insieme innocenza e inquietudine.
Se devo trovare un punto debole, è proprio il finale. Mi aspettavo un epilogo più cupo, più amaro — in linea con la durezza e il senso di precarietà che aleggia in tutto il romanzo. Invece ho avuto la sensazione che Pastor abbia scelto una conclusione più “morbida” di quanto la storia stessa avesse preparato. Non rovina l’esperienza, ma lascia un retrogusto meno incisivo di quanto sperassi.
In sintesi: Il giocattolaio è un romanzo che consiglio a chi ama le atmosfere inquietanti, le storie di crescita e i racconti che si muovono sul confine tra realtà e incubo. Non raggiunge forse l’intensità totale a cui puntava, ma regala comunque pagine potenti e suggestive.
Primo libro che leggo di Stefano Pastor e devo ammettere che ha un po’ deluso le mie aspettative.
L’idea di base è interessante, ma lo sviluppo della narrazione non riesce a valorizzarla appieno, secondo me. L’elemento suspense, che mi aspettavo fosse centrale, occupa solo una piccola parte della storia e finisce per avere un ruolo marginale rispetto al resto del racconto.
Ho trovato la lettura poco coinvolgente e per questo anche poco scorrevole. Nel complesso, un libro che non mi ha convinto del tutto.
Non mi convinceva prima di iniziare la lettura e non mi ha convinto nemmeno durante. Un thriller che non ce l’ha fatta, quasi tutto il libro estremamente statico e noioso a tratti coinvolgente. I personaggi tutti insopportabili e sinceramente a tratti anche con scene abbastanza ridicole. Non lo consiglio e per fortuna l’ho pagato poco
Storia godibilissima, lettura facile facile. Il risultato non può che essere un 2 e mezzo. Sul fatto che siano protagonisti solo i ragazzini potrebbe trarre in inganno, tuttavia vi assicuro che ci sono momenti di suspence che sopperiscono a uno stile di scrittura che poco mi aggrada.
Come thriller per ragazzi sarebbe stato forse accettabile. Un libro con protagonisti solo ragazzini, in cui gli adulti hanno solo ruoli marginali o negativi. Trama abbastanza scontata.