Ho chiuso "Di tutte le ricchezze" con un senso di dolce malinconia. Forse perché Stefano Benni non c’è più, e leggere un suo libro ora ha qualcosa del dialogo con un amico perduto: riconosci la voce, i ritmi, i sorrisi improvvisi, le pause, i silenzi, ma tutto è attraversato da un velo di distanza, come se quella voce, o la sua mancanza, ti arrivasse da un’altra stanza.
Benni è stato, per molti della mia generazione, una scuola di ironia e di immaginazione. Nei suoi libri trovavo rifugio e ribellione insieme: la libertà di inventare mondi e la gioia di smascherare i potenti con una risata. Ma "Di tutte le ricchezze" è un’altra cosa. È un libro da adulti, scritto da un uomo che ha imparato la fragilità del tempo e il silenzio delle assenze.
Martin, il professore protagonista, vive in un bosco, tra poesie, sue e del Catena, poeta presunto suicida, memorie e ironie sulla vecchiaia. Il suo incontro con Michelle non può essere una storia d’amore, ma è anche quello, e insieme una meditazione sull’amicizia, sul desiderio e sul modo in cui la vita, anche alla fine, continua a sorprenderci con una luce gentile. Michelle è come la luce delle ultime pagine, quella che, a tarda sera, accompagna e permette la lettura in penombra delle ultime pagine, la luce coraggiosa di una candela che sta per spegnersi mentre lo scrittore posa lentamente la penna dal libro che sta scrivendo.
Ma qui Benni abbandona la satira più tagliente per un tono più contemplativo. Lo so è capito da come ne parlo. Eppure, dietro le pagine, resta il suo sguardo giocoso, quell’umanità tenera e disincantata che sa unire Leopardi e il bar sotto casa, Socrate e i gli animali del bosco (da Ombra, il suo cane, al serpente malevolo, all'istrice cafone, al vecchio lupo o al tasso filosofo dall'enorme sedere). Ed è una filosofia lieve, quella di Benni: non si impone, non predica. Ti invita solo a guardare meglio il mondo, come chi si ferma a metà di una corsa e si accorge che, più bella ancora della corsa, è la sosta.
"Di tutte le ricchezze" che Benni ci ha lasciato, forse la più grande è proprio questa: la capacità di sorridere con intelligenza, senza smettere di pensare; di pensare con profondità, senza smettere di sorridere.
Alla fine del libro, e ora più che mai, mi è venuto da ringraziarlo. Perché crescere con i suoi racconti è stato, a suo modo, un privilegio. E leggerlo da adulto, ora, è come ritrovare un maestro che non sapevi di avere: uno che ti saluta con una battuta, ma ti lascia in mano una domanda che ti seguirà per giorni. O forse per tutta la vita, come è successo a me.