Per Anna Maria Ortese, qualsiasi cosa tocchi con la parola, la materia si trasforma in quella «materia indivisibile di cui parla la fisica nei suoi momenti di sogno». Come ogni vero scrittore fantastico la Ortese, probabilmente, non vorrebbe essere tale. Vorrebbe soltanto nominare la realtà che conosce. Ma la sua realtà è subito allagata da una piena di immagini, che la rendono multipla, variegata, senza fondo. «Tutto era infinitamente più grande, più mutevole, più bizzarro di quanto io potessi capire»: questa sembra essere stata, sembra essere ancora, per lei, la sensazione primaria. In questo nuovo libro di racconti, il primo dopo lunghi anni di silenzio, ci troviamo da un capo all’altro immersi in questa realtà seconda, spesso angosciosa, o minacciosa, ma anche talvolta attraversata da un trillo di incantevole comicità o da un’aerea ebbrezza. Oltre a quello narrativo, vi è poi un altro versante nella sua opera, che si mostra nelle ultime due, mirabili prose di questo libro. Come definirle? Meditazioni? Comunque, proprio in questa zona, nella conversazione immaginaria intitolata Piccolo drago, incontriamo una autoconfessione che accende la lingua italiana di un pathos visionario quale raramente ha avuto l’occasione di ospitare. Qui stillano come gocce infuocate le parole di qualcuno che può dire di sé: «l’inferno di questo secolo non mi fu ignoto né estraneo». E qui la voce della Ortese, che altrimenti sussurra «in sonno e in veglia», improvvisamente vibra di offesa eloquenza per difendere l’esistenza animale, che è anche la nostra esistenza animale, di quella parte di noi che appartiene ai «popoli muti di questa terra, i popoli detti Senza Anima – dal Dittatore fornito di anima – e per di più mortale! – che è il loro carnefice da sempre». Dei dieci racconti qui pubblicati, cinque sono inediti mentre cinque sono già apparsi su riviste o quotidiani. Inediti sono: La casa del bosco, Nebel, Il continente sommerso, Sulla terrazza sterminata, Bambini della creazione. Essi sono stati scritti tutti negli anni ’70-’80. Allo stesso tempo, del resto, appartengono anche gli altri, con l’eccezione di La cura, che risale al 1942.
Born in Rome in the year 1914, Anna Maria Ortese grew up in southern Italy (primarily Naples) and in Lybia, the fifth of nine children of a soldier's family often short on money. Like many poor girls of her generation, Ortese left school at age thirteen, initially with the idea of studying (and then, teaching) music in mind; until the discovery of literary romanticism, particularly the writings of Edgar Allan Poe and Katherine Mansfield, and her need for creative self-expression made her turn to writing.
She eventually studied with Massimo Bontempelli, proponent of the "magical realism" she herself would soon make her own as well, and in 1937 published her first collection of short stories, entitled "Angelici Dolori." Her work garnered her native Italy's most prestigious literary prizes (most notably, the 1953 Premio Viareggio for the collection of stories "Il Mare Non Bagna Napoli" – published in English under the title "The Bay Is Not Naples" - and the 1967 Premio Strega for the novel "Poveri e Semplici"), and she is considered one of the foremost Italian writers of the 20th century.
Un parallelo azzardato: Anna Maria Ortese e Hayao Myiazaki.
Continua la mia immersione nell’universo di Anna Maria Ortese. Questo ultimo dei suoi libri pubblicati ancora in vita raccoglie (salvo un’eccezione) sette o otto racconti e un paio di scritti (meditazioni? l’ultima stesa in forma di immaginaria intervista), risalenti all’ultimo periodo (anni ’70 e ’80). E forse aiutano a chiarire ciò che il lettore già intuisce dalle sue opere maggiori. Che il suo mondo reale è fatto anche della materia dei sogni, perché i sogni sono materia, e tutta la materia costituisce l’insieme del reale che è la vita. E che la vita, con tutto il suo amore, con tutto il dolore che si trascina, è un unicum che tutto comprende fin dalle origini del cosmo, da amare e difendere in tutte le sue forme.
“In sonno e in veglia” recita il titolo della raccolta. Perché in fondo non vi è distinzione tra i due. Entrambi aspetti del nostro essere, del nostro fluttuare tra un passato che non è già più, e che pertanto mai potrà tornare, e un futuro che “è solo ipotesi”. Mentre il presente non è che un’immaginaria linea di demarcazione tra i due, in continuo e velocissimo movimento. Talmente rapido da non potersi neanche afferrare.
Solitaria e unica nel panorama letterario italiano, lontanissima da qualsiasi scuola o corrente, isolata nella vita come nel panorama culturale, mi viene in mente un unico parallelo, peraltro azzardatissimo: quello con il fumettista e regista giapponese di cartoni “anime” Hayao Myiazaki. Forse l’animismo vagamente panteistico della Ortese è più vicino alla sensibilità orientale che alla nostra. Forse nelle fanciulle sospese tra realtà e sogno, e nella loro difesa della bestia (il “Drago” della Ortese e gli enormi cinghiali, o i genitori della bimba tramutati in maiali, o gli esseri spiritici, di Miyazaki), nella loro capacità di percepirne e condividerne il dolore, possiamo scorgere proprio la stessa bambina della “Città Incantata” o la “Principessa Mononoke”.
Non credo proprio che la scrittrice italiana e l’anziano regista giapponese abbiano mai avuto modo di conoscere le reciproche opere, così lontane per genere di espressione artistica e per terra d'origine. Ma mi piace pensare che se avessero avuto modo di incontrarsi si sarebbero piaciuti. E molto.
- Anna Maria Ortese, per lei c'è qualche cosa di più importante della letteratura, e dell'arte in genere?- Di più importante no, di più necessario, sì: la compassione, il soccorso della vita quando sta male.
Quando mi capita di leggere Anna Maria Ortese un po' mi spavento. Il pensiero che ripete più spesso è che un insetto, un uomo, la terra sono granelli e se non si capisce questo non si capisce la compassione; talvolta Anna Maria Ortese scatta con terrore tra sonno e veglia perché non riesce a capire dove siamo. "Non so dove mi trovo. Sì, Italia, Europa, Terra. E la Via Lattea. E le miriadi di soli, di pianeti. E gli universi? E quanti gli universi e dove sono diretti (si dice che viaggino)". E il suo sgomento, però, non è quasi mai inutile, perché poco più avanti si dice "ma cosa vado pensando di notte", e l'ansietà le passa. Questo senso, di vedersi come minuteria dell'immane cosmo, vorrebbe fosse insegnato come sapere fondamentale da cui discendono tutti gli altri. Anzi la cultura per lei consiste principalmente in questa comune consapevolezza. Non crede molto nella scuola come insegnamento di nozioni. A un bambino va detto, siamo sopra una palla sospesa nello spazio come un sassolino perso in un universo a sua volta perso in altri universi, avvertirlo che anche se l'uomo dovesse disporre di mezzi portentosi difficilmente si saprà cosa sono questi universi, spiegare al bambino il concetto di infinito e di segreto che ci sovrasta. "Dire nello stesso tempo che ogni uomo, il padre, il nonno, la madre, il bimbo, lo straniero sono esseri appartenenti alla grande famiglia Vita, l'unica che conosciamo, e della quale fanno parte tutte le bestie e perfino gli insetti. E ogni colpo che si tira alla vita, si ripercuote quindi su noi stessi". Poi passa a raccontare di eventi minimi, l'infinitamente piccolo che è più facile da immaginare, racconta di quel giorno in cui vide un uomo fermo davanti a un cavallo, guardarlo con rabbia e sputargli in un occhio. Era bambina e pur avendo vissuto - dopo - le atrocità della guerra, per lei quello fu il male. Quello sputo.
"In sonno e in veglia" è stato il mio primissimo approccio alla poetica di Anna Maria Ortese e, come ogni primo approccio, sono partito completamente impreparato nei suoi confronti. Il testo, composto da micro racconti più o meno lunghi, trattano dell'avviluppamento della dimensione onirica e di quella vissuta, il tutto pare chiaro, il pensiero filosofico ben formato, i discorsi comprensibili ma è come, pure nell'intervista finale, sia il Lettore, sia la protagonista, siano estranei, fuori dalla scena proposta. Manca un elemento di comprensione, una chiave, una mappa per capire il tutto ed Ortese tenta di guidarci con le sue parole e le sue descrizioni ma è pur sempre in un mondo in cui anche lei è cieca ed estranea. Incredibile.
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"In questo argomentare è contenuta la sola libertà umana: che è nella definizione del cosiddetto reale. Questo reale - o realtà - non è che un gran sogno e la sua realtà (se si escludono i materiali di cui si serve per manifestarsi, del resto completamente vuoti, quindi immateriali) è pura Immaginazione" Non esistono parole per descrivere Ortese, se non le sue stesse parole.
Una colección de relatos muy interesante que, al menos es mi impresión, en su traducción castellana deja bastante que desear. Con todo, la relación entre fantasía e intimidad que traza Ortese tiene en minituaras como "La cura" una pequeña cima. De esos libros que valdrá la pena revisar si algún sello se anima a revisar su traducción.