Giovanni Arpino was an Italian writer and journalist.
Born in Pula (in Istria, then part of Italy) to Piedmontese parents, Arpino moved to Bra in the Province of Cuneo. Here he married Caterina Brero before moving to Turin, where he would remain for the rest of his life.
He graduated in 1951 with a thesis on the Russian poet Sergei Yesenin, and the following year made his literary debut with the novel Sei stato felice, Giovanni, published by Einaudi. He also took up sports journalism, writing for the daily papers La Stampa and Il Giornale; together with Gianni Brera at the La Gazzetta dello Sport he brought a new literary quality to Italian writing on sport. His most important work in this line was the 1977 football novel Azzurro tenebra. Arpino also wrote plays, short stories, epigrams and stories for children.
In Italy he got to know the Argentinian writer, and fellow sports enthusiast, Osvaldo Soriano and won the Strega Prize of 1964 with L'ombra delle colline, the Premio Campiello of 1972 with Randagio è l'eroe and the SuperCampiello of 1980 with Il fratello italiano. His novels are characterised by a dry and ironical style.
His story Il buio e il miele was made into two films: Dino Risi's Profumo di donna, with Vittorio Gassman, and Martin Brest's Scent of a Woman, which earnt Al Pacino an Academy Award for Best Actor.
Arpino died in Turin in 1987. His links to his childhood town of Bra have been maintained by the establishment of a multi-functional cultural centre and of a prize for children's literature.
che storia strana, di quelle che non sai esattamente dove collocare negli scaffali. è la storia di domingo, uomo che vive di espedienti e truffe (campo nel quale è praticamente un genio), che si circonda di pochi veri amici e che trascina una storia con angela, donna che per troppo amore ne sopporta vita e carattere. e fin qui potremmo dire che domingo è in fondo un fratello maggiore del protagonista di "sei stato felice, giovanni": meno colto, con molte risorse in più e con torino (una torino fuori dal comune, peraltro) al posto di genova, ma con la stessa smania per qualcosa che nemmeno loro saprebbero definire. poi entrano in scena gli zingari, e la storia assume contorni magici, quasi fiabeschi, che però non fanno deviare più di tanto il romanzo dalle atmosfere fin qui presenti: è come se le storie di strada e quelle soprannaturali (ma ci sono davvero? e se fosse tutta impressione di domingo, della febbre che lo prende per la giovane arianna? e i "miracoli" finali non è che chiariscano tutto...) riuscissero a fondersi meravigliosamente, senza contrasti, una rarità nella letteratura italiana.
poco da dire, ennesimo libro che recupero di arpino ed ennesimo gioiello, tanto per la storia quanto per l'incredibile linguaggio utilizzato, dove sembra davvero di esser piombati in un fumoso bar degli anni '70 (di quelli dove radio e jukebox stavano muti per non infastidire il gioco delle carte: troppi soldi in ballo...), dove certe spacconate da romanzo noir trasferito da chicago o new york a torino si fondono con le metafore e le visioni degli zingari, i giochi di parole dei giocatori di carte con le furbizie da allevatore della bassa. davvero, basta solo il linguaggio usato per rendere il libro un'esperienza unica da provare assolutamente.
"Essere intelligenti come te, Domingo, è solo una disgrazia".
Domingo è il re dei truffatori, un ladro solitario che vive di espedienti. Il suo habitat sono i bar e le sale da gioco, luoghi nei quali si approfitta furbescamente dei poveri balordi che li frequentano. Il tutto con grande eleganza e senza troppa teatralità. La sua bizzarra routine verrà poi completamente ribaltata dal folle progetto di rapire Arianna, una zingara malata con il cuore spostato dalla parte sbagliata che, dai torpori della sua febbre costante, porterà la magia nella vita di Domingo.
Arpino è un maestro del linguaggio, crea atmosfere oniriche, magiche e fiabesche solo grazie al suo modo di formulare le frasi, sempre particolare, sempre fuori dal comune. Mi sono ritrovata spesso a leggere e a pensare che stavo godendo di qualcosa di completamente inaspettato. È come se Arpino stesso abitasse in un libro di fiabe e da lì mi sussurrasse una storia. Un capitolo alla volta, un giorno alla volta, per aiutarmi ad affrontare una settimana difficile. Me lo sono immaginato mentre galleggia su una nuvola assieme a Boris Vian bevendo whisky e ridendo della quotidianità. Una quotidianità che potrebbe diventare di mille colori accesi, se solo si imparasse a vederla coi loro occhi.
Lì per lì lo stile di Arpino colpisce per particolarità e ricercatezza. La storia, sulle prime, incuriosisce. I personaggi sembrano funzionare. Ben presto però i punti di forza del romanzo si trasformano in debolezze; la ricercatezza dello stile diventa leziosa, artificiale, pesante, lo stesso Domingo, lui che dovrebbe essere favoloso, al quale dall'inizio abbiamo aperto un credito sulla fiducia, a un certo punto inizia a irritare con il suo sentenziare, il suo essere - sforzatamente - al di sopra di tutto. E gli altri personaggi, Cesco, Angela, Comizio, capo Armano, Rico, sono ridotti a una pallida claque che ha l'unico compito di rendere, appunto, favoloso, Domingo. Però che palle. E poi in nome di dio, qualcuno mi spieghi la cosa della zingara Arianna. Sul serio, mica ho capito per quale motivo la rapisce, la tiene con sé, la accudisce. L'impressione è che l'autore, convinto di aver centrato un personaggio e un ambiente, una voce, diciamo, non sapesse bene dove andare a parare con la storia e avesse quindi inserito il tema della zingara. Nel complesso un libro lezioso, artificiale, supponente e non avvincente.
Questo romanzo ha quasi 50 anni, sembra ieri e sembra un altro mondo. Protagonista è il geniale truffatore Domingo, brillante imbroglione del sottobosco torinese. Da anni cincischia con l'eterna fidanzata Angela, proprietaria di un banco di torroni, che vorrebbe lui mettesse la "testa a posto". Ma lui non è uomo che possa essere "messo a posto", né in una vita onesta né in una di truffe, mentre chi gli sta intorno cerca di strattonarlo da una parte all'altra verso i propri interessi. Lui gigioneggia un po', ma sa anche parlar chiaro quando è il momento e non prende impegni. La svolta narrativa si ha all'incirca a metà romanzo e non voglio anticiparla, anche se è scritta ovunque. Allora Domingo non sarà più lo stesso e anche il romanzo non sarà più lo stesso che sembrava prima. Si insinua una sorta di quintessenza soprannaturale, alla quale nemmeno il lettore sa se credere o meno. Il pregio maggiore di questo testo è la lingua: raffinata, immaginifica, ricca di termini e costruzioni elaborate senza essere difficili. Bravi Minimum Fax ad aver riportato al lettore di oggi un autore che stava cadendo ingiustamente nel dimenticatoio.