Sono belle le nuove schiave di Benin City. Sono alte, nere, statuarie. E in vendita. Lavorano ormai anche nell'angolo più sperduto d'Italia, ovunque ci sia una strada, ovunque esista un marciapiede. Ma è questo che sognano, là in Nigeria, quando chiudono la valigia e dicono arrivederci, state bene, vado a far fortuna in Italia? Isoke è arrivata a vent'anni. Le avevano promesso - come alle altre - un lavoro di commessa in un negozio. S'è ritrovata - come le altre - a vivere in schiavitù. Oggi, finalmente libera, racconta la vita, la tratta, i clienti, i sogni delle ragazze del marciapiede. E il dolore, la rabbia, l'umiliazione di chi è costretta a "sbattere" sette giorni la settimana, per cinquantadue settimane, per dodici mesi l'anno. Per tre o quattro anni. Col caldo e col gelo. Con la pioggia e con la neve. Sempre in strada, anche a Natale e a Pasqua. Con "quei tacchi ridicoli e la carne di fuori".
La Nigeria é il più popoloso Paese dell’Africa. In Nigeria vivono oltre 200 milioni di persone, in un contesto di diseguaglianze eclatanti in cui vi é una élite che vive in maniera agiata, talvolta opulenta, e una grande massa sotto la soglia della povertà.
E per sopravvivere a questa povertà la Nigeria ha un orrendo, disumano ammortizzatore sociale: la tratta. Le ragazze che battono i marciapiedi d’Italia e di tutta Europa, invariabilmente adescate con promesse di altri lavori e poi costrette a prostituirsi con minacce, violenze e con lo spauracchio dell’ immancabile «debito» da pagare alla maman (e a tutta la “filiera” del racket). Le ragazze che, oltre a pagare le rate dell’esorbitante debito a suon di notti sul marciapiede rischiando la salute e la vita, mandano anche soldi a casa e mantengono da sole genitori, fratelli, figli, intere famiglie, a volte fino a 10-12 persone. Famiglie che fanno finta di non sapere da che attività arrivino quei soldi, quanta sofferenza ci sia dietro, quanto rischio, quando degrado, quanta umiliazione. Famiglie che però non sono disposte a rinunciare, in nessun caso: e anche quando vengono a sapere la verità, minimizzano e chiedono: continua a mandarci i soldi, che ti costa.
Ma «la tratta non è la soluzione per i problemi della Nigeria» ammonisce Isoke Aikpitanyi in questo suo libro-denuncia: «Se le famiglie non hanno i soldi per mangiare, o per vestire i figli, o per mandarli a scuola, allora devono fare la loro parte: che protestino. Si assumano la responsabilità di chiedere ai padroni e al governo dei salari migliori, delle scuole migliori, una migliore qualità della vita. Non è vendendo le loro figlie ai trafficanti che costruiranno per loro, e per la Nigeria, un futuro decente».
Questo libro racconta le storie delle «ragazze di Nigeria» e della loro drammatica, faticosa, ingiusta vita italiana, che di italiano non ha proprio nulla – a parte i clienti. Lo fa dalla prospettiva di una di loro, Isoke Aikpitanyi appunto, che racconta la sua storia, i suoi anni di inferno e poi la sua rinascita, fino al matrimonio con un ex cliente e alla creazione insieme a lui di un’associazione per aiutare le altre ragazze nigeriane vittime del racket della prostituzione, e lavorare perché gli italiani smettano di girarsi dall’altra parte, di non considerare le donne africane costrette a prostituirsi agli angoli delle strade italiane come un loro problema: «Il marciapiede ci ha devastato la vita. Ci ha rovinato psicologicamente e a volte anche fisicamente. Ci è costato la salute e la speranza e la felicità. Ma mica l’abbiamo scelto noi, il vostro marciapiede. È la domanda dei vostri uomini che ha creato il business, e con il business noi, le migliaia di vittime. Siamo le vittime, noi, non dimenticarlo. E voi i carnefici».
Con una prospettiva disincantata, quasi rassegnata Isoke Aikpitanyi valuta – o meglio, svaluta – l’efficacia degli aiuti esterni, che vengano essi dallo Stato o dal Terzo Settore. Lucidamente critica le forze dell’ordine, le leggi che criminalizzano la prostituta – quasi sempre immigrata illegalmente, e dunque senza documenti – ogni volta che prova a fare denuncia, consegnandole come «premio» il foglio di via. Altrettanto lucidamente é consapevole che mettere come conditio sine qua non di denunciare la propria maman per ottenere aiuto e protezione dissuade tante, troppe prostitute dal chiedere aiuto. Nella convinzione che solo persone che ci sono già passate, per quell’inferno, possano capire e aiutare le ragazze vittime di tratta ad uscirne, Isoke ha deciso che per contattare ed essere aiutate dalla sua associazione non ci sia bisogno di fare nessuna denuncia.
Ma lo sguardo di Isoke Aikpitanyi é impietoso anche verso le ragazze stesse, che spesso perdono in questa devastante esperienza la loro umanità, e non appena possibile si mettono in affari, diventando a loro volta aguzzine di ragazze più giovani, da far lavorare in strada al posto loro, senza risparmiare violenze verbali e fisiche e soprusi di ogni tipo alle recalcitranti. «Tutti vorremmo che le vittime fossero sempre buone e sempre sante, begli agnelli innocenti, tranquillamente meritevoli della nostra più sincera compassione» si legge nel libro «E invece qui, hai visto anche tu. Le ragazze di Benin City non vogliono saperne di trasformarsi in un santino. Sono persone normali. Buone e cattive. Leali e disoneste. A volte perfino bugiarde, infingarde, crudeli. Ci sono anche le ragazze che rubano e che mentono, che spacciano e che ridono, e che della loro vita ai margini hanno fatto una sorta di bandiera. Non cercano più pietà e nemmeno vogliono redenzione. Vogliono solo il massimo per sé, a qualunque costo».
Il libro é costruito come un chiasmo, con la storia di Isoke all’inizio e alla fine, e in mezzo le riflessioni di Isoke e le storie, da lei raccontate e filtrate in maniera vivida ed emozionante, di ragazze ma anche di maman e di clienti ed ex clienti, tutte storie che lei ha raccolto nella sua vita di strada e dopo, con l’associazione.
Le prime pagine sono anche stilisticamente molto potenti, con scelte felici della giornalista Laura Maragnani, che ha dato voce a Isoke con una prosa insolita e coinvolgente. (Purtroppo poi nel corso del libro lo stile «sfugge» un po’, e ci si trova a volte di fronte a pagine che sembrano più appunti trascritti che non una vera rielaborazione di una storia).
Il libro è potente e andrebbe letto anche solo per avere un’idea chiara dell’incubo che pesa sulle spalle di ogni ragazza nigeriana che incrociamo distrattamente, all’angolo di un incrocio, con la sua gonna inguinale e i tacchi spropositati. Qui un piccolo assaggio:
«La tratta non è solo un problema di sesso, di puttane e di clienti. La tratta è innanzitutto un affare colossale. Un business. È una schiavitù che rende un mucchio di soldi e questi soldi se li dividono bianchi e neri, in perfetto accordo. Sulla pelle di noi ragazze non nasce solo la fortuna di gente come la maman che ho visto su un giornale, seduta su un divano a Benin City, circondata da pile alte così di soldi. Ci sono anche i bianchi perbene, quelli che non picchiano mai i figli o la moglie, quelli che magari la domenica vanno in chiesa, hanno un bel cane, bravi vicini, una reputazione su cui non appare mai l’ombra di una macchia. Sono questi che vendono i visti, che organizzano i viaggi, che ti fanno passare senza dare nell’occhio dentro agli aeroporti. Sono i poliziotti venduti, gli avvocati delle maman, i mediatori, gli affittuari. Un sacco di brava gente che ha fatto fortuna grazie al traffico delle ragazze di Benin City. Ma agli occhi di tutti sono loro le cattive. Le puttane. Quelle che danno scandalo per le strade. Quelle che pagano sempre per tutti».
Isoke è una ragazza nigeriana, una ragazza di Benin City che, come tante prima di lei e ancora oggi mentre leggi queste righe su un monitor, affrontano un viaggio dall’Africa verso l’Europa. Isoke ti guarda negli occhi, te li senti puntati addosso lungo tutte le pagine del libro che raccoglie la sua voce grazie alla penna di Laura Maragnani. Ti guarda negli occhi e ti racconta la sua storia, ti racconta le storie delle altre che ha avuto vicino o di quelle che adesso cerca di aiutare. Ti racconta le storie di ragazze che partono per i più svariati motivi e vedono i loro sogni, le loro aspettative, schiantarsi contro il bordo di un marciapiede di qualche città europea, di qualche città italiana.
Ti racconta le storie di chi sta anche dall’altra parte di quel marciapiede, ti racconta tutto questo come un fiume che scorre deciso, perchè come ogni fiume sa che deve farlo, deve arrivare alla foce di qualcosa e poi congiungersi verso un mare, quel mare dove le sue parole si incontrano con le vite, quelle nostre, che magari neanche sospettano, che magari vedono e non possono, non potranno mai, comprendere fino infondo.
Cosa? La carica delle parole, la violenza disarmante di una, cento, mille esperienze in cui vittime e carnefici si mischiano in un composto magmatico che, come racconta Isoke, ti fanno vedere la punta dell’iceberg di quello che arriva a farti sospendere ogni sorta di giudizio, perchè “il mondo non è mai completamente bianco o completamente nero, perchè nei suoi racconti sono le sfumature a dare la consistenza forte dei profondi contrasti, delle dilanianti fratture, del completo e totale spaesamento che si prova ad arrivare all’ultima pagina di un libro che mi ha fatto trattenere molte volte delle lacrime profonde, a cui non voglio necessariamente dare un nome o una paternità.
Isoke ti da del “tu” e pare scorrere col dito una cartina geografica mentre ti indica i percorsi delle ragazze. Le più fortunate fanno il viaggio in aereo, quelle meno fortunate affrontano il deserto, le estenuanti traversate fino ad arrivare in Europa. Chi parte alla ricerca di fortuna, chi pensa di aprirsi un negozio di verdura o di parrucchiera. C’è chi viene forzata dalle famiglie, che in alcuni casi diventano la prima croce che le inchioderà ad un marciapiede. C’è il marciapiede. Chi si rifiuta e rischia la vita, chi ne fa un luogo in cui perdere la propria identità sotto le pressioni di un debito da pagare con la Maman o chi lo vive come un deposito di rabbia e rancore da sfogare, in futuro, con ragazze da sfruttare a propria volta.
Emergono mille volti e mille sfacettature di una dimensione che sfioriamo ogni volta che passiamo nelle zone, quelle delle nostre città, famose per le “lucciole”. Ci sono poi i clienti, quelli violenti che a volte arrivano ad uccidere o solo a riempire di botte la ragazza di turno. Perchè potrebbe capitare a tutte, in ogni istante. Ci sono quelli che vogliono salvare l’anima di turno, quasi drogati dell’istinto che li porta poi a passare da un caso all’altro. Ci sono quelli che si innamorano, quelli che odiano per partito preso. Ma al centro di tutto ci sono sempre loro: le ragazze. Subito vittime, non appena poggiano il piede in Italia. Alcune diventano anche carnefici, tutte pensano solo ad aggrapparsi alla propria vita, perchè ben presto diventa solo quello ciò che conta. Trapiantate in un altro continente e preservate dal giro che le riduce a schiave in un microcosmo africano che possa fungere da bolla di sapone verso il mondo esterno, verso un barlume di altre prospettive che non siano quelle di un marciapiede o delle famiglie che, indifferenti rispetto al “lavoro” che sono costrette a fare, pensano solo ad avere i soldi per condurre la loro vita agiata in Africa. Dove un centinaio di euro al mese bastano a far vivere bene famiglie di sette persone.
Ci sarebbero mille cose che ti vengono da dire, non appena chiuso il libro, non appena Isoke smette di parlarti di tutto. E io sinceramente non so forse neanche bene da che parte partire per farlo. Quello che posso consigliare è di leggere questo libro, perchè a mio modo di vedere lascia molto su cui riflettere e in generale, non necessariamente solo riguardo al tema di cui parla una ragazza nigeriana che per cinque anni si è dovuta dimenticare chi era, vivendo, respirando e tirando a campare con un nome che non era il suo, documenti ed identità condivisi con altre, come lei, sparse in Italia e portate da un Business che coinvolge insospettabili cittadini, spesso anche “buoni ed onesti cittadini che vanno in Chiesa tutte le domeniche”.
Ecco vi posso solo consigliare di leggerlo e di ascoltare una voce, quella di Isoke, che non viene da “esperti” del fenomeno, da responsabili di comunità o da assistenti sociali, medici, psicologi, ma viene dalla strada, dai nostri marciapiedi.
E' un libro molto forte: svela una realtà a molti sconosciuta, quella dello sfruttamento della prostituzione, o dovrei dire dello sfruttamento della donna come "oggetto" del sesso. I sogni proibiti, il pudore strappato, la libertà negata, il futuro accecato, la realtà annebbiata sono solo alcune delle violenze psicologiche che gli uomini coinvolti in questo traffico compiono sulle ragazze di Benin city. A queste, ovviamente, purtroppo si aggiungono quelle fisiche: infatti una prostituta può essere anche violentata e, lo ammetto molto amaramente, questa è una riflessione che non avevo mai fatto (come penso la maggior parte delle persone). Isokè, attraverso queste pagine, racconta la propria esperienza di sopravvissuta, di donna che è riuscita a "pagare" il suo debito, a riscattarsi e a riprendersi quei sogni, quel pudore, quella libertà e quel futuro che gli erano stati negati. Ora cerca di far ritrovare alle sue connazionali e alle donne sfruttate in tal senso la loro strada attraverso un'associazione che ha fondato con il compagno. E' un libro assolutamente da leggere perché purtroppo i colpevoli di queste violenze siamo anche noi, italiani, occidentali, donne e uomini, che non gridiamo allo scandalo, che ci preoccupiamo di costruire strutture adeguate che consentano a queste donne di denunciare e di essere tutelate, che "non abbiamo posto" nelle associazioni già esistenti perché non ci sono abbastanza soldi. Riflettiamo.
La lettura scorre veloce. Sono tantissime le storie che vengono raccontate da Isoke: tutte diverse, tutte toccanti e accomunate da emozioni simili: tristezza, rabbia e senso di impotenza. Devo ammettere leggere questo libro mi ha permesso di conoscere un fenomeno, quello della prostituzione, da un altro punto di vista, quello delle vere vittime. mi ha fatto riflettere molto. consigliato
Non una lettura facile, tantomeno piacevole ma una lettura necessaria. L’argomento é affrontato tramite le testimonianze dirette e indirette delle protagoniste, intrappolate in un meccanismo contorto che vede uomini e donne, italiani e stranieri, coinvolti in un assurdo sistema. É un libro non per deboli di stomaco.
Impossibile non sentirsi a disagio leggendo le storie di queste ragazze... Sono ambientate in un'epoca contemporanea, eppure pare che vivano 50 anni fa. Assolutamente da leggere, specialmente per chi ancora crede che le prostitute facciano volontariamente tale "lavoro".