Nel marzo 1995, sulla rivista liberal, Umberto Eco pubblicò una lettera aperta al cardinale Carlo Maria Martini, arcivescovo di Milano, per avviare un dialogo tra intellettuali in posizione di parità: un laico non credente (ma non necessariamente ateo militante) e un religioso credente (ma di vedute molto aperte, talvolta eterodosse). Lo scopo: discutere temi di grande importanza per la collettività, cercando di chiarire punti di contatto e di opposizione tra credenti e non credenti. Si parte dal millenarismo in prossimità del 2000 e dalla possibile "fine" della Storia (timore infondato, ma lo si è capito dopo il 2001), alla bioetica, ai rapporti uomo-donna, per giungere all'identificazione della sorgente dell'etica. Il dialogo tra i due durò circa un anno, e questo libretto raccoglie i loro interventi, corredandoli con quelli di un coro piuttosto eterogeneo, chiamato a commentare: due filosofi (Severino e Sgalambro), due giornalisti (Scalfari e Montanelli), due politici (Foa e Martelli).
Diciamo subito che sono rimasto piuttosto deluso dai contenuti del libretto e penso che le due montagne abbiano partorito il classico topolino, oltretutto un po' denutrito. A latitare non sono né la cultura (il linguaggio è elevato, le citazioni e i temi lo sono ancor di più), né le questioni: mancano però le risposte, anche quelle parziali, incomplete e mutevoli che ci si possono attendere di fronte a temi così difficili. A Eco tocca il compito di porre le domande e lo fa con garbata ironia, in punta di fioretto, ma senza mai affondare la lama: sembra quasi che non voglia esagerare, un po' perché comprende le difficoltà della controparte, un po' perché vuole evitare a tutti i costi una sterile contrapposizione violenta. D'altro canto Martini, da buon gesuita, evita di dare risposte concrete, decisive e logicamente coerenti, oscilla tra il riconoscimento della fondatezza delle obiezioni di Eco e l'ossequio al magistero cattolico: a fine dialogo rivolge egli stesso una domanda a Eco, sul fondamento dell'etica per un non credente (secondo il noto costume gesuita del rispondere a una domanda con un'altra domanda, peraltro stigmatizzato dai due interlocutori). Secondo il mio modesto parere, alle questioni poste da Eco difficilmente un credente, anche un esperto esegeta delle Scritture qual è il cardinale, può dare risposte accettabili o sostenibili per un non credente. Alla domanda se debbano essere condivise da laici e credenti la preoccupazione per un probabile enorme cambiamento in corrispondenza del passaggio del millennio e la responsabilità del futuro delle nuove generazioni, Martini risponde adottando lo storicismo cristiano e attribuendo alla virtù teologale della Speranza il compito di trasformare la fine in un fine. Ai dubbi sull'inizio della vita e sui diritti dell'embrione, dottamente argomentati da Eco con l'aiuto del Doctor Angelicus, Martini risponde spostando l'attenzione dalla vita biologica alla “vita” dell'anima, chiamando in causa il mistero (facile, eh?) e concludendo che nella pratica bisogna giudicare caso per caso. Sulla questione della disparità di condizione fra uomo e donna all'interno della chiesa cattolica, dopo molte dotte citazioni Martini non trova di meglio che affidarsi alla prassi consolidata di una chiesa imperfetta ma perfettibile (donne prete non se ne sono mai viste, ergo...) e invocare il solito “mistero della fede”, facendo una figura molto meno degna di san Tommaso che almeno dava una risposta concreta anche se oggi politicamente scorretta (l'uomo è superiore alla donna per nobiltà d'animo).
“La Chiesa riconosce dunque di non essere giunta ancora alla piena comprensione dei misteri che vive e celebra, ma guarda con fiducia a un futuro che le permetterà di vivere il compimento non di semplici attese o desideri umani ma delle promesse stesse di Dio”, dice il cardinale.
A questo punto Martini rivolge a Eco la domanda “sfunnapiedi”, come direbbe Montalbano: dove trova un laico la sorgente dell'etica, se può affidarsi solo al lumen naturalis e non al lumen gratiae? Eco risponde collegando i problemi etici ai problemi semantici e affermando che l'etica nasce quando entriamo in contatto con l'Altro e quindi la sua ultima sorgente è proprio la nostra natura umana. Ciò permette di arruolare Cristo come maître à penser laico, rendendolo immanente (un filosofo più che un profeta, di certo non il Figlio di Dio). A fine volume (quasi a ristabilire una volta per tutte come stanno veramente le cose), la ripresa del cardinale dimostra ancora una volta l'impossibilità di una convergenza tra immanenza (naturalistica) e trascendenza. Per Martini, senza risolvere il problema della sorgente della Verità non è possibile risolvere il problema della sorgente dell'etica, e di conseguenza il non credente continua a essere in qualche modo monco. Non posso condividere in alcun modo una conclusione del genere, perché mi sembra davvero miope pensare che si debba sempre mirare a qualcosa che vada oltre la nostra condizione umana e che nel contempo si mantenga a noi imperscrutabile nella sua essenza. Per dirla con Ockham, le sorgenti dell'etica non sunt multiplicanda praeter necessitatem.
Gli interventi del coro tutto sommato non aggiungono granché al dialogo. Caratterizzato da un linguaggio volutamente aulico e oscuro, il pezzo di Severino intende prendere le distanze sia da Eco che da Martini, accusandoli di essere filosoficamente demodé (a differenza di Severino stesso) e prendendosela poi, in modo estemporaneo e da epigono di Croce e Gentile, con l'etica della scienza e della tecnica. Sgalambro, con toni da profeta ispirato, rifiuta l'identità fra Dio e il Bene. Il più asciutto è ovviamente Montanelli che sottolinea la propria mancanza di fede come un fallimento umano personale. Foa firma il pezzo più dubitativo, e certamente umanista, che ricollega il problema del Bene a quanto accadeva allora nella vicina ex Jugoslavia, martoriata dalle guerre etnico-religiose, ma finisce per fare del benaltrismo. Piuttosto utopista e in parte semplicistico l'intervento cerchiobottista di Claudio Martelli (il cui avvenire politico era ormai pregiudicato), ispirato ai valori dell'illuminismo cristiano che separa il messaggio evangelico di tolleranza dalla dimensione religiosa: utopista perché purtroppo le aspirazioni dell'illuminismo cristiano degenerano spesso nel cosiddetto “ateismo devoto”, quasi più pernicioso del bigottismo tout-court. Preferisco sorvolare su Scalfari, che come al solito chiama in causa i massimi sistemi, partendo dal Big Bang e da Darwin per giungere alla conclusione che il fondamento etico nasce da un conflitto tra individuo e collettività (bastava molto meno e inoltre questa conclusione non può essere certo un punto di arrivo o un terreno stabile al quale appigliarsi).
Purtroppo, con il senno di poi, questo dialogo appare sotto vari aspetti molto invecchiato: ad esempio, il tema del dialogo fra fedi diverse nel 1995 aveva potenzialità che oggi, dopo gli eventi successivi all'11 settembre, non sembra davvero più avere. Anche il dialogo tra credenti e non credenti ha imboccato altre strade e l'umanesimo cristiano che alcuni degli interventi sembrano invocare oggi non gode affatto di buona salute.
Consigliato a chi ha già le risposte.
Sconsigliato agli scettici.