“Origine” è la parola chiave che viene in mente quando ci si interfaccia con Barnabo delle montagne.
La parola chiave che mi è venuta in mente è - almeno per me, immediata - perché questo è il primo romanzo di Buzzati, la sua origine come autore di romanzi, e anche perché il libro fa fare un salto ai lettori in questo ambiente montano, restituendo tutte le emozioni legate alla connessione tra uomo e natura, un legame simbiotico e primevo, che diventa sensazione viscerale nel protagonista, Barnabo.
Alla poetica di questa connessione con la natura, si aggiunge, nella letteratura di Buzzati, almeno quella che ho letto finora (Il deserto dei Tartari e Il segreto del Bosco Vecchio), la costante presenza di un tono malinconico e nostalgicamente poetico, come pieno di rimpianto per un mondo, una dimensione in cui l’uomo era in pace con se stesso e che ha perso.
Questa nostalgia di ritorno alla dimensione di equilibrio e benessere si avverte nelle vicissitudini che colpiranno Barnabo, che per tutto il tempo delle sue tribolazioni non cesserà di rivolgere il suo pensiero a quelle sue “origini” che lo hanno legato alla montagna.
Qualcosa nella storia di Barnabo, però, mi ha fatto riflettere, come se il vivere le proprie radici, le proprie origini, esserne strappato e poi ritornarvi, non permettesse di chiudere un cerchio perfetto, con un finale lieto di riconciliazione con il proprio passato e un ritorno a un precedente stato di tranquillità.
In verità, in Barnabo delle montagne, sembra che a ogni azione, a ogni evento, positivo o nefasto, corrisponda un cambiamento da cui non sia mai del tutto possibile ritornare a un identico stato precedente.
Il cambiamento non riguarda solo gli aspetti esteriori nella vita e nelle abitudini dei personaggi, così come avviene nel mondo reale, ma influenza anche il mondo interiore di ognuno.
Una volta che il mondo interiore subisce un cambiamento, sebbene il personaggio, l’uomo, ripensi e avverta il desiderio della sua realtà passata, un effettivo ritorno a una situazione precedente potrebbe dispensare un duro colpo: la realtà potrebbe essere ormai irrimediabilmente cambiata, ma anche il modo di interagire tra l’uomo e il contesto delle proprie origini potrebbe essere diverso, mutato a causa del cambiamento.
In questo modo, una sensazione di insoddisfazione potrebbe fare capolino nella vita di ognuno, macchiando il proprio animo con un persistente senso di fastidio. Oppure, una sensazione di pace, di accettazione del cambiamento e della consapevolezza dell’impossibilità di poterlo controllare, di come le cose possano modificarsi nel tempo, di come noi stessi cambiamo, può invece alleggerire ogni sensazione angosciante, farci apprezzare il momento vissuto e i ricordi che serbiamo.
Qualunque sia il sentimento che potrebbe pervadere l’uomo nel suo rapporto con il fuggire del tempo e il modificarsi della realtà che viviamo, l’unica scelta che l’uomo sembra avere è quella di decidere in che maniera continuare a esistere.
La narrazione di Buzzati è sempre gradevole. I capitoli sono agili, le descrizioni essenziali e chiare, il fluire degli eventi scorrevole, il modo di tratteggiare le caratteristiche comportamentali dei personaggi è gradevole, senza sacrificare la profondità di osservazione dell’animo umano.
Leggere i romanzi di Buzzati, almeno finora, è sempre stata un’esperienza che, nonostante la malinconia che si possa avvertire di sottofondo, regala sempre una sensazione di calma, ma anche di coinvolgimento nella vicenda, in maniera delicata. In questo modo Buzzati suscita riflessioni, genera curiosità e appassiona alla lettura, confermandosi sempre un autore estremamente consigliato.