Nel vagare distratto di Mario Geranio fra l'esame di maturità che si avvicina e brevi e fragili relazioni con coetanee, irrompe un incontro che sembra infine dare un senso alla sua esistenza, offrendogli una superficie in cui riflettersi: Adrián, il "ragazzo di cenere", un compagno di scuola visto alla fermata dell'autobus, che in seguito gli appare in sogno nell'atto di sgretolarsi. Un personaggio ambiguo e affascinante, privo di remore e di regole, conosciuto proprio al culmine di quell'età in cui, troppo concentrati su se stessi, si è incapaci di giudicare lucidamente il mondo. Un'età che ineluttabilmente muore, lasciando dietro di sé ferite, ricordi e la cenere, appunto, da cui nascono gli adulti.
Letizia Pezzali è nata a Pavia nel 1979. Il suo primo romanzo, L'età lirica (Baldini & Castoldi 2012), è stato finalista al Premio Calvino. Per Einaudi ha pubblicato Lealtà (2018), i cui diritti di traduzione sono stati venduti in otto lingue, e Amare tutto (2020).
"Non voglio contaminazioni con un tipo di felicità che posso solo detestare."
Non c'è età più lirica dell'adolescenza, perché persino nella crudeltà e nella violenza si rivela la poesia dei sentimenti che non osano nominare se stessi. L'età lirica è quella in cui tutto ha la consistenza struggente della cenere, persino gli amori più belli; in cui il presente è il rintocco di un orologio perennemente in stasi, in cui le parole si ammassano senza riuscire a dire qualcosa e i silenzi dicono più di mille parole. E' così, almeno, per il protagonista di questo romanzo: disincantato, con la testa tra le nuvole, "bello da stupro", eppure del tutto inconsapevole di esserlo. Mario è il ritratto dell'inconsapevolezza, che poi è un tratto caratteristico assoluto dell'adolescenza: inconsapevole di se stesso, di quel che prova, di quel che vuole, del suo presente e del suo futuro. Personaggio sfuggente, mentalmente verboso, porta con sé un quaderno azzurro, e anche quando se ne trova sprovvisto scrive su qualunque superficie gli capiti a tiro, scrive con un'irruenza che pare possa dimenticarsi di se stesso, quindi scrive, così ricorda chi è, a cominciare dal nome, Mario autografa temi, scontrini, banchi di scuola, quasi a voler gridare al mondo il suo esserci. Della stessa inconsapevolezza, della stessa consistenza della cenere è rivestito il mondo intorno a lui, a cominciare dai suoi rapporti con le ragazze, prima Marta, poi Beatriz, ma il cuore sempre altrove. Un cuore smarrito, che ritrova infine pulsante e vivo nel corpo del ragazzo di cenere. Adrian si fa strada lentamente in Mario, cominciando dai sogni, finché si ritroverà completamente rapito. Ma la vita, a volte, è un sogno dal quale ci si desta: al protagonista toccherà il risveglio peggiore. Dotato di una scrittura meravigliosa, lirica, dal lessico ricchissimo, questo romanzo si distingue già per particolari scelte stilistiche e narrative, che giocano con i punti di vista: il narratore si rivolge al protagonista usando la seconda persona, nel prologo, quindi passa alla terza persona, lasciando lo spazio a sporadiche incursioni della prima. Davvero interessante la scelta di uno stile quasi giornalistico, con una leggerissima ironia: il narratore sembra voler fare la parodia di un documentario naturalistico. Una scelta azzeccata, che aggira il rischio sempre in agguato di una fiacca narrazione che intacchi poi la resa dei personaggi. Mario è sempre visto da fuori, in maniera neutra: eppure la caratterizzazione è notevole. Le incursioni della prima persona, in particolare gli scritti del ragazzo, aggiungono più gusto all'introspezione psicologica. Peccato che questa cura vada scemando. Non sono all'altezza i profili degli altri personaggi, specialmente quelli introdotti in brevi capitoletti a loro dedicati, riducendosi così a poco più che una caricatura. Il finale brusco, al punto da suonare surreale, oltre a essere una rovinosa caduta di tono e di stile, ha l'effetto di sporcare il ritratto di Mario, che così viene privato di una evoluzione per così dire naturale. Difetti evitabili, certo non trascurabili, ma che non guastano troppo il piacere della lettura e non velano la conclusione ottimistica che si vorrebbe fare: forse, in Italia, si può tornare a scrivere (bene) di adolescenti.
PAGINA 37 «La penna si fermò quando capì che stava scrivendo le parole per il piacere di scriverle, e non per parlare di quello che le parole, eventualmente, significavano.»
Questo libro potrebbe tranquillamente riassumersi con questa frase e con un grandissimo punto di domanda sul perché sia arrivato in libreria.
Devo dire che cerco di trovare sempre del buono in una storia, ma in questo caso non vedevo l'ora di finirlo dicendomi a ogni pagina, è davvero uno dei libri peggiori che io abbia mai letto. Tuttavia, non mi piace abbandonare i libri a metà e in questo caso volevo vedere dove la scrittrice andava a parare. La scrittura è fredda e non particolarmente bella, una irritante voce fuori campo commenta la vita del personaggio principale Mario Geranio (che incontrerà, alla faccia dell'originalità, persino una Ginestra nel libro!), un ragazzo alle soglie della maturità che si scopre a metà libro essere bellissimo, quando non ha nulla di affascinante nè di interessante. Seguiamo la sua vita, i frammenti dei suoi pensieri confusi, le sue storie sentimentali che lo porteranno a capire che lui è in cerca di una sessualità diversa... Una trama che poteva essere interessante e che invece diventa una storia inutile, troppo frammentata e piena di luoghi comuni. Non emoziona, non diverte, non insegna e francamente non ti permette di immedesimarti. Mi è sembrato di leggere dei pensierini, poco sentiti ma buttati, in tutti i sensi, un romanzo scritto per bearsi di parole e immagini che poco hanno da dire. Be', scrivere per me è tutta un'altra cosa. Una lettura davvero molto deludente che non da ultimo "ruba" il titolo a Kundera, ma il paragone è davvero improbabile.
Un libro sulla difficoltà di essere adolescenti, alla ricerca della propria educazione sentimentale, per compiere il salto nell'età adulta. Il protagonista Mario Geranio, alle prese con l'esame di maturità, scopre se stesso, confrontandosi e specchiandosi con i suoi coetanei. Mario, dai margini della sua esistenza, come le note scritte sui libri, avvolto in una sorta di invisibilità, si ritrova, a sua insaputa, al centro delle attenzioni di due coetanee Marta e Beatriz. Continua a vagare nella nebbia, fino a quando la sua strada non incrocia quella del "ragazzo di cenere", Adrián. Il lirismo nel descrivere quest'età così delicata è una costante in tutto il libro. La delicatezza e il rispetto con cui Letizia Pezzali descrive la scoperta della propria omosessualità da parte di Mario è ciò che più mi è piaciuto. Questo libro è scritto in punta di penna. Il territorio dell'anima, indipendentemente dall'età dei protagonisti, è un campo minato: lo si può descrivere con il rispetto usato da Letizia Pezzali.