Siamo più vicini o più lontani? La globalizzazione è agli sgoccioli o si è presa solo una pausa di riflessione e quel che accade in paesi all’apparenza distanti continua a ripercuotersi a cascata su tutti gli altri, in un effetto domino? Come si spiega altrimenti che la chiusura dei porti in Ucraina faccia aumentare il prezzo della carta in Italia e provochi sommosse in Sri Lanka. Che l’aumento della siccità in Sicilia modifichi la viticoltura in America. Che le minacce della Cina verso Taiwan scateni l’emergenza microchip in Europa. O che dalle nostre auto elettriche dipenda la sorte del Congo?
Servendosi dell’antropologia economica e del contributo di studiosi e professionisti intervistati sul campo, con la consueta efficacia Mariangela Pira ci fornisce gli strumenti per districarci tra crisi delle materie prime e delle catene del valore, guerra del clima e transizione questioni complesse ma che incidono fortemente sulla nostra quotidianità. Che si tratti della macchina o del cellulare, del pane, dell’aspirina o del caffè, tutto intorno a noi ci racconta di quanto il mondo sia più piccolo di quel che immaginiamo e fino a che punto le nostre scelte, oggi più che mai, richiedano responsabilità.
Dopo primi capitoli bomba in cui le argomentazioni mi tengono incollato alle pagine, mi sale qualche perplessità. L’autrice parte da un presupposto ormai conclamato: in un sistema globalizzato, le interconnessioni economiche, sociali e ambientali sono tali da non poter prescindere da analisi complesse e interconnesse. Si lancia quindi in un report piuttosto snello, non troppo approfondito ma ben documentato, che cerca di svelare legami più nascosti tra aspetti contemporanei troppo spesso analizzati separatamente. Utilizzando anche momenti di crisi recente, come la pandemia del 2020-2021 e il primo anno della guerra in Ucraina, ecco che allaccia discorsi di economia, salute globale e farmacologia, transizione ecologica e tecnologica, connettendoli alle ricadute internazionali che riguardano i mercati, il reperimento delle risorse di materie prime, eccetera. In questa prima parte molto interessante, che riesce a spaziare - in alcuni momenti - anche su vicende italiane come quella dell’agricoltura sarda, trovo un po’ carenza di dati e statistiche, ma comunque l’autrice sembra avere eseguito buon lavoro di approfondimento e le tesi appaiono forti e strutturate. Nel procedere, qualcosa si smarrisce e avverto carenza di ricerca e di autorevolezza, quando cade in alcune contraddizioni: cerca di analizzare le problematiche relative all’estrazione di materie prime, con conseguenti ricadute ambientali e sulla dispersione/smaltimento, ma poi si affida all’opinione di noti economisti e professori senza porre domande problematiche coerenti con le affermazioni dei capitoli precedenti. Ne viene fuori un discorso neoliberista che sembra criticare l’accelerazione della svolta ecologica, promuovere il nucleare, il gas e altre fonti energetiche, biasimare il controllo statale e auspicando un liberismo che contraddice tutto quello che è stato detto nei primi capitoli. Non c’è contraddittorio, non vengono intervistati esperti che sostengano tesi contrarie. Non viene presa la posizione super partes del ricercatore, che verifica o eventualmente confuta le tesi raccolte. Al momento delle brevi conclusioni, infine, inizia a tagliare i fatti con l’accetta dando giudizi affrettati e cadendo nuovamente in contraddizione. Per esempio suggerisce che non possiamo fare sì che l’economia governi il nostro futuro, ma deve intervenire la politica. Questo sarebbe, naturalmente, più che condivisibile, se non venisse affermato letteralmente tre righe sotto all’invettiva contro le sovrintendenze, che impediscono di posizionare pale eoliche. E poche pagine dopo il paio di interviste in cui si sostiene tutt’altro; insomma, l’economia si deve autoregolare o ci deve essere una forma di dirigismo statale? L’autrice non sembra saperlo con chiarezza.
Se all’inizio, quindi, mi sembrava un saggio incisivo, seppur un po’ carente sul fronte dei dati, nella seconda parte questo sospetto si è fatto più forte e il libro - a mio parere - scade per eccessiva sicurezza in tesi discutibili e per mancanza di approfondimento, che compromettono ampiamente il risultato.
Credo che l'autrice abbia provato a trattare troppi argomenti in troppe poche pagine. Spesso quindi il libro mi sembrava superficiale e debole nelle argomentazioni. L'idea era buona ma l'esecuzione non tanto. Mi sono ritrovata ad apprezzare di più le cose dette da altri esperti e riportate dall'autrice che le cose scritte di fatto dall'autrice. Ho anche notato qualche errore di uso delle lettere maiuscole quando necessarie.
Ascolto Mariangela Pira ogni giorno nel suo podcast e l’ho sempre reputata molto interessante e coinvolgente per questo ho scelto di leggerne il libro. Purtroppo però io non ho colto per nulla quello che voleva trasmettere con questa scrittura. Non viene posta né una soluzione e nemmeno una posizione netta riguardo ai problemi. Si limita ad esporre sommariamente quella che è la situazione attuale, di cui noi economisti già ne conosciamo i tratti. Forse un libro per neofiti o chi non mastica di globalizzazione.