«Sono lo scrittore di un unico libro che raccontava sempre di una giornata e che non riuscì mai a finire perché lo riscriveva sempre daccapo»: quel "romanzo di una giornata" che avrebbe accompagnato per decenni la scrittura di Raffaele La Capria vide la sua prima formulazione nel 1952, quando lo scrittore napoletano pubblicò il suo libro d'esordio, Un giorno d'impazienza. L'"impazienza" del titolo è la nervosa attesa di un qualcosa, l'uscita dall'adolescenza attraverso un'iniziazione sessuale, che non riuscirà a Mira, la ragazza che l'anonimo protagonista insegue, si rivelerà irraggiungibile, anche e soprattutto quando lui la stringerà fra le braccia. E tutto finisce come è cominciato, con il tempo che si chiude su se stesso in un circolo vizioso, e nulla sembra essere accaduto, solo una "falsa partenza". Si ritrovano in queste pagine i temi più cari a La Capria - la circolarità, lo sdoppiamento, la fatica di diventare adulti -, che saranno poi al centro anche degli altri due romanzi Ferito a morte (1961) e Amore e psiche (1973).
Raffaele La Capria was an Italian writer, known especially for the three novels which were collected as "Tre romanzi di una giornata". La Capria was born in Naples, where he was to spend the formative years of his life. There he graduated in law, before staying in France, England and the United States and then settling in Rome. He contributed to the cultural pages of the Corriere della Sera and was co-director of the literary journal Nuovi Argomenti. A particular interest was English poetry of the 1930s: as well as writing numerous articles he translated works including T. S. Eliot’s Four Quartets. In the 1950s he wrote and produced a number of radio programmes for RAI on foreign contemporary drama. In 1957 he was invited to participate in the International Seminar of Literature at Harvard University. In 1961 his novel Ferito a morte won the prestigious Premio Strega. He worked as co-scriptwriter on a number of Francesco Rosi’s films, including "Le mani sulla città" (1963), Uomini contro (1970) and "Cristo si è fermato a Eboli" (1979). In September 2001 he received a Premio Campiello lifetime achievement award and in 2005 "L'estro quotidiano" was selected as the winner of the Viareggio Prize for fiction.
He published his first novel, "Un giorno d'impazienza", in 1952. The second, and best-known novel, "Ferito a morte", came out nearly ten years later in 1961. In 1982 the three Neapolitan novels "Un giorno d'impazienza", "Ferito a morte" and "Amore e psiche" (1973) were re-issued as "Tre romanzi di una giornata". His short stories include "La neve del Vesuvio" and the collection "Fiori giapponesi" (1979). His work as an essayist is represented by "False partenze" (1964), "Il sentimento della letteratura" (1974) and "La mosca e la bottiglia" (1996). An autobiography, "Cinquant'anni di false partenze", was published in 1964.
È l’esordio nella narrativa di Raffaele la Capria. Data la lunghezza, probabilmente più novella che romanzo. Pubblicato nel 1952, è denso di umori da dopo guerra, gli americani sono ancora presenze in un qualche modo. La Capria lo ha completamente riscritto in occasione della seconda edizione del 1976, che è proprio quella che ho letto io. Nel 1982 Einaudi ha raccolto i primi tre romanzi di La Capria (questo, Ferito a morte e Amore e Psiche) in un volume unico intitolato Tre romanzi di una giornata: in effetti, sia questo che il secondo (il terzo non l’ho ancora letto) si svolgono nell’arco di ventiquattro ore, anche meno.
Negli anni Cinquanta.
Questo Un giorno d’impazienza mi viene da considerarlo una specie di prova generale prima dell’approdo al capolavoro Ferito a morte perché ci sono varie somiglianze e richiami e rimandi, al di là dell’unità di tempo racchiusa in un’unica giornata. Il mare e quello che lo abita, il Circolo Nautico di Napoli, il vitellonaggio dei figli della borghesia, la “caccia” alle prede fanciulle, che si rivelano ben più esperte e pratiche del cacciatore. Anche qui La Capria mi stupisce per la qualità dei suoi dialoghi, talvolta lunghi alcune pagine, freschi e credibili, acuti e sinceri. Una qualità che sa di modernità: quando, al contempo, le sue pagine sono pregne degli umori dell’epoca.
È ambientato in una Napoli dolente con i palazzi ancora diroccati dai bombardamenti. L’io-narrante ha diciotto anni, poco più o poco meno. Mira, colei che lo introduce alla vita vera, ne ha qualcuno in più: differenza che, come si sa, a quell’età, si traduce in un abisso di maggior maturità. Lei gli ha dato appuntamento da lui alle 18, lui l’aspetta tutto il giorno, anche se ne ha paura e probabilmente preferirebbe evitare. Quando lei arriva, lui si irrigidisce, pensa troppo, non sa sciogliersi: Mi sorrise ma io ero immalinconito. Stavo pensando che delle donne noi non sapevamo niente di niente, né come trattarle né come tenerle e neanche sapevamo parlare con loro. Le donne erano una razza sconosciuta per noi. E in questo deserto di solitudine in cui ciascuno di noi cercava l’amore, se per caso una ne passava potevamo facilmente prendere un abbaglio, entrare in un miraggio o in un pasticcio come quello in cui mi trovavo io oggi. Ma poi succede, una pratica da sbrigare che è più bella nel ricordo che nel momento. Lei lo saluta e va via. Lui la segue, la spia, la perde, la cerca, la ritrova. Ma c’è da dubitare abbia imparato qualcosa.
Contiene una chicca: senza nominarlo, descrive una parte di palazzo Donn’Anna. La lontananza che rimpicciolisce gli oggetti per l’occhio, li ingrandisce per il pensiero. Schopenhauer docet.
Domani alle sei a casa tua. Appena sveglio avevo risentito le parole di Mira, dette ieri sera, bisbigliate al mio orecchio. E stavo ancora a pensarci su, ne valeva la pena? Per un tipo come quella che nemmeno mi piaceva. Ma come si fa a stabilire la differenza tra voler provare un sentimento e provarlo di fatto? Per tutta l’estate me lo ero domandato, oggi avrei potuto appurarlo. E di colpo, proprio per questo, temevo l’incontro con lei.
Finalmente Mondadori ha ristampato il primo romanzo di Raffaele La Capria, autore di quel capolavoro che è “Ferito a morte”. Nel 1950, in una Napoli abbandonata dagli americani, grigia per l’inverno e per i danni dei bombardamenti, il protagonista trascorre la giornata con l’impazienza di superare l’adolescenza ma con la sensazione di essere ancora inadeguato a comprendere il mondo interiore di Mira e di tutti gli altri.
Avrei dovuto provare per esempio un sentimento di gelosia nei confronti di quel Walter che tra poco sarebbe venuto a prelevarla, o forse, un senso di rimorso per Enrico, e, perché no?, un po’ di pena per me stesso. Ma non provavo niente di tutto questo, ora, e mi domandavo se ero poi davvero innamorato di Mira o se amarla era soltanto un modo come un altro di sbarazzarmi di me stesso.
"Immaginai che essere amato fosse come nuotare in uno sguardo benevolo e trasfiguratore. Mi sorpresi a desiderarlo. Solo così avrei potuto vincere il continuo rifiuto di me stesso che mi paralizzava."
Un adolescente ha preso un appuntamento con una ragazza alle 18 di un giorno: "Un giorno d'impazienza" è l'attesa di quell'appuntamento. Niente di più semplice e immediato. Niente di più conturbante e disturbante. Qui la catarsi è fenomenale: quale individuo non ha mai atteso con impazienza un evento e provato una miriade di emozioni, ripercorrendo il tragitto che lo ha portato a tale attesa? Chi non si è mai chiesto, nell'immediatezza dell'appuntamento, se era veramente ciò che desiderava, se è tutto obbligatorio, se non è meglio starsene a casa? La Capria ci offre un romanzo che mi ha fatto venire in mente "La signora Dalloway" di Virginia Woolf: un giorno, un solo giorno, in cui i dettagli contano. Il protagonista rivive la conoscenza con questa ragazza: libera, disinibita, emancipata, come lui non è, bloccato com'è dalla paura di non deludere, di non commettere errori, di non sfigurare. Il suo desiderio è crescere e si rende conto che ha bisogno di una ragazza come lei per fare il salto di qualità: ma è realmente lei la ragazza giusta? Non è che magari si sta sbagliando, visto che lei è così agitata e spigliata? Ciò che mi disturba di questo romanzo è la troppa confusione tra piani temporali, che, unita all'assenza di capitoli, impedisce di orientarsi in modo sicuro nella miriade di pensieri del protagonista. Lo stile è colto, elegante, corroborato da un lessico raffinato, d'altri tempi. Per il momento salvo solo questo.